Il cinema, il tribunale, cinque padri

La deposizione in tribunale è uno stratagemma utile nel cinema per far sì che il personaggio parli direttamente alla macchina da presa. Può così giustificare dei suoi comportamenti, difendersi, accusare, e usare un linguaggio del corpo che parli, consciamente o inconsciamente, direttamente al pubblico,  posizionato con la macchina da presa esattamente tra i banchi col pubblico fisico.

Dalla mia tesi magistrale ho estrapolato quattro scene ambientate in tribunale: in due di queste, provenienti da altrettanti film, i padri sono chiamati a difendere il loro diritto a esercitare la genitorialità; nelle altre due le figlie sono chiamate all’accusa, una del padre stesso e una di un innocente, plagiata dal padre.

KRAMER CONTRO KRAMER (1979)

Joanna, annullatasi per anni seguendo la carriera del marito, va via lasciando il figlio Billy con una lettera. Aveva sempre detto al marito Ted che avrebbe voluto ricominciare a lavorare e portare avanti la sua, di carriera, ma Ted non ha dato importanza alla cosa. Così Joanna esplode e va via.
Tornata dopo qualche tempo, con una carriera avviata, vorrebbe riprendere Billy con sè, e nonostante Ted se la stia cavando egregiamente (non aveva mai assolto ai suoi doveri genitoriali, la cura era totalmente nelle mani di Joanna, ma impara. Emblematiche sono le due scene della colazione) la madre sarebbe favorita dalla corte e il padre deve motivare la sua volontà di essere genitore e avere la custodia (Ted ha anche perso il suo lavoro per accudire il figlio, e accettato uno a minore gratificazione professionale).

La scena in cui Ted depone a suo favore è un piccolo trattato sul binarismo nella coppia. Lo trovate qui dal minuto 1:55 e questo è il testo centrale:

mia moglie non faceva che dirmi – perché una donna non può avere le stesse ambizioni di un uomo? [la guarda] Forse hai ragione, forse sono riuscito a capirlo. Ma per lo stesso principio io vorrei sapere: quale legge dice che una donna è un genitore migliore semplicemente in virtù del suo sesso? […] cos’è che fa un buon genitore? E qualcosa che ha a che fare con la costanza, con la pazienza, con l’ascoltarlo o col fingere di ascoltarlo […]? Io non so dov’è scritto il fatto che una donna ha l’esclusiva, il monopolio, e che un uomo difetta di certi sentimenti che ha una donna. […] Io non sono un genitore perfetto […] ma sono lì, […] abbiamo costruito una vita insieme, e ci vogliamo bene

Ted ha fatto gli stessi identici sacrifici che è portata a fare, ancora oggi, una madre lavoratrice. Suddividersi anzi moltiplicarsi, e sacrificare la carriera laddove essa portasse a sacrificare l’accudimento del figlio. Perde una posizione lavorativa acquisita negli anni con fatica, e questo comprometterebbe la possibilità di avere l’affidamento del figlio quindi accetta un lavoro altrove, imponendo di essere valutato durante i festeggiamenti per il Natale.

In tribunale vediamo Joanna affermare di guadagnare ormai molto più di quanto guadagni l’ex marito. Anche questo risulta una denuncia al sistema vigente, che costringe il caregiver alla perdita di benefici economici, quando invece ne avrebbe maggiore bisogno, dovendo sostenere uno o più minori

 MRS DOUBTFIRE (1993)

Anche Daniel si trova in tribunale a discutere la possibilità di avere la custodia condivisa con la moglie. Ma come sappiamo deve discutere anche qualcos’altro: la sua sanità mentale.
Si è travestito da anziana signora per poter stare vicino ai figli e ha così dimostrato di avere delle capacità di accudimento, ma questa farsa non è piaciuta alle autorità e in tribunale si difende così (qui il video in lingua originale):

In merito al mio comportamento, invoco l’infermità mentale. Perché da quando nacquero i miei figli, dall’istante in cui li ho guardati, io ero già pazzo di loro. Quando li ho presi in braccio ero già steso. Sono “prole dipendente”, signore, io li amo con tutto il mio cuore, e l’idea che mi si dica “non puoi vivere con loro, non puoi vederli ogni giorno”… sarebbe come dirmi “io ti tolgo l’aria” . Io non vivo senza l’aria, e non vivrei senza i miei figli. Io farei qualunque cosa, è un bisogno irrinunciabile, siamo una sola cosa, e loro sono tutto per me, hanno bisogno di me come io di loro. Perciò io la prego: non mi separi dai miei bambini.

Daniel è stato infantile e irresponsabile, ma per amore dei figli riesce a diventare la tata perfetta. Il tato. Un padre.

IL BUIO OLTRE LA SIEPE (1962)

In questo film troviamo uno dei padri più meravigliosi di sempre. Una storia ambientata nell’Alabama del 1932, quando il separatismo tra “bianchi” e “neri” era ancora molto forte e l’odio razziale era accentuato dalla crisi economica di cui si sentivano forti i contraccolpi.

Atticus Finch è un avvocato vedovo, padre di due figli. Atticus cresce i suoi figli con l’ausilio di una donna di servizio, che viene trattata come una di famiglia. Lui infatti crede molto ai diritti umani e alla giustizia.
La scena in tribunale stavolta chiama al banco un padre rozzo, razzista, ricattatore e violento. Non capiamo bene quanto violento e se approfitta anche sessualmente della figlia, ma lo intuiamo. Con lui la figlia con un evidente ritardo e incapacità di discernere la realtà, che viene costretta ad accusare un ragazzo innocente, di colore, di violenza sessuale e percosse.

La figlia di Bob ha infatti denunciato Tom Robinson (il negro). Dice di esser stata aggredita e stuprata da lui ma i segni sul corpo, prevalenti sulla parte destra del suo corpo, dimostrano l’impossibilità di un’aggressione subita da parte di Tom, che ha perso molti anni prima l’uso della mano sinistra. Bob invece è mancino, quindi più probabilmente è lui il vero aggressore, e su questo si basa la difesa di Atticus..

È soprattutto in tribunale che questi due padri si scontrano moralmente davanti ai nostri occhi: Atticus non giudica duramente e non attacca la figlia di Bob per l’accusa ignobile che sta rivolgendo a un innocente, cercando di coprire il padre ubriacone e violento. È sempre pacato e comprensivo, e lo spiega nell’arringa: quella di Mayella è solo il risultato di una profonda ignoranza, del suo profondo senso di colpa (per aver cercato di adescare un “negro”, azione giudicata al tempo non dignitosa) e della capacità che ha il padre nel circuirla, facendole fare ciò che lui vuole lei faccia.

La differenza di atteggiamento nei confronti dei figli è dimostrata dai gesti: Bob tira e mette a sedere la figlia, non la degna di uno sguardo, non ha tenerezza, solo sfida nei confronti di chi osi affrontarlo e contraddire la sua versione dei fatti. Quando Mayella grida in tribunale

e se voi signori, lustri e vestiti a festa non farete qualcosa contro quest’uomo allora siete un branco di vigliacchi […]

sembra quasi chiedere aiuto, come se sapessimo, noi spettatori insieme al pubblico tra i banchi, che non sta parlando di Tom (che non guarda in faccia, mentre lo indica come colpevole, anzi la faccia di lei è rivolta verso il padre, alla sua sinistra, il dito accusatore verso Tom, alla sua destra, costringendola ad una contorsione innaturale).

SHAMELESS (2011 – in corso)

In quest’ultimo esempio la figlia, Fiona, è in tribunale per richiedere di diventare tutore esclusivo dei fratelli, che ha accudito per anni, avendo due genitori incapaci: la madre, bipolare che non accenna a volersi curare, è andata via quando lei era adolescente e il più piccolo in fasce; il padre è ancora in casa con loro, ma rappresenta solo un peso. Nella sigla infatti lo troviamo svenuto in bagno, mentre il resto della famiglia cerca di attendere ai propri bisogni quotidiani.

Fiona ha un atteggiamento cinico nei confronti del padre per gran parte della serie,

Chip – Ti ha portata a sciare?
Fiona – No, io la neve so solo come spalarla dal viale, senza disturbare mio padre mentre ci dorme sopra!

(Ep 2x 12, Fiona interrotta)

fino a che non decide di eliminarlo dalla sua vita, definitivamente, e chiedere la custodia dei fratelli

Giudice – Signorina Gallagher, per quale motivo suo padre dovrebbe essere dichiarato incapace?

Fiona – Una volta vivevamo in macchina… lo zio Nick ci aveva cacciato. Non c’era nessun’altro che ci ospitasse. Lip, Ian ed io dormivamo di dietro quando Frank ha accostato… nel cuore della notte… vicino Halstead… mi ha detto di aspettarlo lì con i ragazzi, che tornava subito… avevo sei anni. Qualche ora dopo, siamo ancora seduti sul marciapiede e la fronte di Ian stava bruciando… piange, è isterico e io non so che cosa fare… così corro lungo la strada… Lip sotto un braccio, Ian sotto l’altro, cercando qualcuno che ci aiuti… era più facile trovare del crack piuttosto che un passaggio! All’ospedale arriviamo a piedi…ci dicono che Ian ha la febbre alta a 40…altre due ore e…chissà. Non ho trovato Frank per altri due giorni…la prima cosa che mi ha chiesto è quanti soldi avevo con me. Vorrei poter dire che è stata l’unica volta… ma era solo la prima. Mia madre è bipolare e mio padre è un alcolizzato e un drogato. Prende quello che vuole e non dà niente in cambio. Niente soldi e nemmeno aiuto. Ho fatto quello che potevo per crescere i miei fratelli…avrei voluto fare di più…non voglio la vostra pietà, neanche l’ammirazione…voglio soltanto poter dare a questi ragazzi quello che si meritano, perché sono dei bravi ragazzi e si meritano il meglio!

( Ep 3×07, Si torna a casa)

Fiona vuole figurare come responsabile dei fratelli davanti alla legge, così da non dover sottostare più al padre, ma il giudice non ritiene giusto che lei si sobbarchi le responsabilità legali dei fratelli. In una discussione col padre viene fuori la natura possessiva di Frank, lei gli rammenta che non gli è mai importato dei suoi figli e lui ripete che sono suoi,

non so che sarei se non fossi un padre, non sarei niente

Essere padre lo legittima come persona, sa di non aver combinato assolutamente nulla di buono nella vita, ma ha procreato sei figli e anche se le loro vittorie non vantano il suo supporto, sono qualcosa che lo definisce. Frank non ha la minima considerazione di cosa sia giusto, sbagliato, meritato o meno, lui ha solo diritti senza doveri, e se ottiene qualcosa è grazie ad un suo merito, anche se nessuno sa quale esso sia.

L’atteggiamento non giudicante, la tratta, le operatrici

Mi è capitato, ultimamente, di parlare con molte persone che si occupano di centri anti violenza. Mi è sembrato che alcune di queste, pur collegandosi alla rete Non una di meno, non abbiano chiara la natura sex positive del movimento.

Questo mi dispiace perché intravedo, in alcune operatrici, anche del buonsenso. Ma la tara culturale è pesante e grava anche sui buoni pensieri.

NON GIUDICANTE.

L’attività delle operatrici deve essere non giudicante. Non bisogna dare un giudizio sulla donna che non denuncia o che non lascia il compagno/marito violento, non bisogna avere giudizi sul fatto in sé di vendere servizi sessuali. Che si sia schiave o libere.
Anzi direi che il “non giudicante”, per le schiave, grava ancora di più che sulle libere, perché devono aggiungere all’odio verso lo schiavista e verso i clienti l’odio verso se stesse. Perché devono lasciarsi alle spalle un brutto periodo senza sentirsi sporche. Io so quanto ci si possa odiare, più di quanto si riesca ad odiare il mostro di turno. Con noi stesse dobbiamo vivere per sempre, fino alla morte.

Allora come può, una persona che ci deve stare a contatto, essere convinta di qualcosa del tipo “come puoi pensare che il sesso possa essere un lavoro?” (frase detta davvero). Questo è, anche se in buona fede, essere fuori dalla realtà.
I comici li paghiamo, paghiamo gli attori e i musicisti. Anzi ci battiamo affinché vengano riconosciuti come lavoratori. Il sesso è un’emozione esattamente come il riso e il pianto. Il sesso è un lavoro. Produrre film porno e vibratori è un lavoro.
Come lavoro va rispettato e vanno tutelat* i/le lavoratori/trici del sesso. Sia condannando lo schiavismo sia fornendo leggi giuste agli/lle operatori/trici liber*.
Ce lo chiedono loro. E se fossimo davvero non giudicanti l* ascolteremmo con empatia, e non con pietismo come troppo spesso accade.

Sta girando questo video, di una donna molto attiva e per carità, stimabile per la sua attività. Ma ascoltate bene le sue parole. Vi sembra “non giudicante”?
A me sembra banalizzante.
Il motivo per cui gli uomini vanno con le prostitute, fregandosene del fatto che siano schiave, a volte fregandosene o imbrogliando se stessi sul fatto che quelle donne stiano lavorando e non siano innamorate di loro, non può essere banalizzato se vuol essere risolto, superato.

Esiste un problema, se tanti uomini vanno con donne che non hanno la possibilità di farsi una doccia, che sicuramente sono schiave, che stanno ore per strada? Certo che c’è.
Ma è banalizzando che lo risolveremo?
Crediamo davvero che il mondo sia un posto sex positive, libero e senza le frustrazioni indotte da millenni di cultura sessuofoba, solo perché “non siamo più negli anni ’50”?

Recuperiamo gli uomini violenti ma condanniamo gli uomini che pagano le prostitute, mettendoli in un unico calderone di frustrati e oppressori?

Crediamo davvero che una cultura si sradichi così velocemente?
Non siamo più negli anni ’50, ma ancora esiste “troia” come insulto. Quindi in che mondo vivete?

Uomini che odiano le donne Ep 1: Cesare

Il magnifico e mai troppo compianto Stieg Larsson non me ne vorrà se intitolo in questo modo una serie di rapporti che intendo stilare sul mio blog.

Si tratterà di commenti di uomini che evidenziano in modo chiarissimo il loro disprezzo nei confronti delle donne.
Puntata 1: Cesare.

Si parlava delle condizioni pessime che l’esagerato e incontrollato numero di obiettori ha imposto alle donne che desiderano interrompere una gravidanza. Puntuale come la diarrea dopo una cena al messicano arriva l’esponente del Movimento nazionale per la sovranità che, come buona parte dei nazionalisti, non sa scrivere nella lingua elettiva della nazione che intende difendere (da chi non si è ben capito. No, bugia, si è capito.)

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Ah già, gli invasori.
Ma andiamo a vedere quanto ne sa costui degli anticoncezionali: LE DONNE non hanno scoperto preservativo eccetera? LE DONNE. Perché da sole si ingravidano queste.

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UNA DONNA, NATA PER DONARE LA VITA…

E poi diciamolo, io infarcisco di cazzi e ceppe il mio parlato perché mi diverto troppo quando mi fanno queste battute sul quanto mi piaccia o quanti io ne abbia presi. Non sapendo controbattere argomentando si incagliano sulla volgarità, che nel mio caso non nasce mai come offesa gratuita, fateci caso.

Sempre profonda stima, a tal proposito, nei confronti di Sofia Vergara, che, dopo aver letto il tweet che recita “quando parla sembra avere un cazzo in bocca”, risponde:
“COSA C’È DI SBAGLIATO NELL’AVERE UN CAZZO IN BOCCA?”

 

Cosa c’è di sbagliato?

Ma certo, questi difensori della patria ovviamente intendono controllare la nostra capacità riproduttiva (considerata un obbligo, a quanto pare) perché è necessario riempire i grembi di italici feti.

Che ridere.

 

Oltre il “farsi avanti”: Per un femminismo del 99% e uno sciopero internazionale e militante l’8 Marzo

Non una di meno

di Linda Martín Alcoff, Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya, Angela Davis, Nancy Fraser, Keeanga-Yamahtta Taylor, Rasmea Yousef Odeh

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Le immense manifestazioni di donne del 21 Gennaio possono rappresentare l’inizio di una nuova ondata di lotte femministe militanti. Ma quale sarà esattamente il loro obiettivo? Dal nostro punto di vista, non è sufficiente opporsi a Trump e alle sue politiche aggressivamente misogine, omofobiche, transfobiche e razziste; bisogna anche rispondere agli attacchi del neoliberismo progressista allo stato sociale e ai diritti del lavoro. Mentre la misoginia spudorata di Trump ha rappresentato la miccia per la risposta massiccia del 21 Gennaio, l’attacco alle donne (e a tutti i lavoratori) è di gran lunga precedente alla sua amministrazione. Le condizioni di vita delle donne, specialmente quelle delle donne di colore e lavoratrici, disoccupate e migranti, sono state costantemente deteriorate negli ultimi 30 anni, a causa della finanziarizzazione e della globalizzazione capitalista. Il femminismo del “farsi…

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Chi è l’affittuario dell’utero?

Chi parla di “utero in affitto” ci chiarisce perfettamente la considerazione che ha della donna nel cui corpo quell’utero è inserito: non ci interessa cosa pensa quel cervello a 60 centimetri circa dall’utero, a noi interessa l’utero. L’utero non è tuo, è della comunità perché fa i figli.

E i figli li devi fare per forza se no sei egoista (come se non esistessero le madri diventate tali per egoismo, desiderio di eternarsi, avere un’altra vita da dirigere per ricominciare da capo, o anche solo per mettere a tacere la società) e tanto se vuoi abortire avrai mille ostacoli perché IL TUO UTERO NON È COLLEGATO AL TUO CERVELLO.

Qualunque idea si abbia a riguardo, anche se voleste considerare TUTTE le donne come vittime e NESSUNA autodeterminata, tutte sfruttate e nessuna libera, sarebbe rispettoso utilizzare il termine “Gravidanza Per Altri”, o GPA. Anzi proprio per evidenziare quanto ci teniate a queste donne e quanto le vogliate difendere.
Tutte.
Non solo la parte di esse che vi interessa.

Perché dicendo “Utero in affitto” mettete in chiaro cosa vi interessa davvero. Le parole sono la forma dei pensieri.

A mio avviso anche “maternità surrogata” non è una bella espressione, perché affianca la maternità, l’essere madre, genitore, alla gravidanza e questo è sbagliato. Partorire non rende madre automaticamente, rende puerpera.
Diciamo che è un po’più rispettoso rispetto a “Utero in affitto”, perché per lo meno definisce un soggetto che non è una parte del corpo ma un qualcosa che fai fare a qualcun’altro, la maternità tramite qualcun’altro. Ma la maternità è tante altre cose che possono tranquillamente esistere senza gravidanza e viceversa possono non esistere dopo la gravidanza.

Ma chi ritiene di dover difendere tutte le donne, anche loro malgrado, dovrebbe utilizzare almeno l’espressione “maternità surrogata”. Così, per dare una parvenza di umanità a quello che predica. Per mettere nel soggetto un’esperienza vissuta da una persona, non un pezzo di persona.

 

Le 10 cose che non dovreste mai scrivere a un/a cretino/a

Come già abbondantemente detto io sono antibinarista, ovvero credo che le differenze tra uomini e donne, al di fuori di quelle strettamente biologiche, siano inventate culturalmente e debbano perdere di rilevanza. Specifico che ciò non significa “siamo tutti uguali”, al contrario. Significa che siamo tutti diversi singolarmente, e non divisi in due gruppi che TRA LORO sono diversi.
Ok?

Detto ciò ogni tanto mi piace farmi del male, e quindi mi metto a leggere un articolo che già dal titolo promette malissimoContinua a leggere…

Orgogliosamente arrapate

Mi passano questo “articolo” o, per dirla alla Michela Murgia, un articoloide, titolato così:

Cinquanta sfumature di rosa, le ragazze pugliesi pazze per il film

che già fa tanto intellettualoide col naso all’insù, che si scandalizza dei fenomeni adolescenziali e ancor di più dei fenomeni popolari. Ooooh! Ragazze che impazziscono per un film d’amore col belloccio! Mai accaduto al mondo! Continua a leggere…

Hairspray live. Rinnovare un eterno amore.

Ho appena finito di sciropparmi tre ore di live su Facebook dello spettacolo andato in onda ieri, il musical Hairspray , sulla NBC (qui lo show integrale senza interventi), e a parte i noiosi e futili interventi organizzati per i social vorrei solo dire OMMIODDIO LA MERAVIGLIA!

Allora.
Io ho amato moltissimo l’originale, un film musicale [nota 1] di John Waters con Divine, Debby Harry, Sonny Bono, Ruth Brown, e tra gli altri lo stesso Waters ( e Josh Charles come comparsa, che non importa a nessuno ma è una delle mie celebrity crush storiche). La storia è un inno all’integrazione e al valore delle differenze, e va beh io amerei Waters anche dirigesse il filmino della comunione di sua nipote. Che a pensarci bene non sarebbe poi così fuori contesto.

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[il cameo di Waters nel suo film, uno strano psichiatra]

Nel 2002 debuttò a Broadway il musical, con le musiche di Marc Shaiman, parole di Scott Wittman e libretto di Mark O’Donnell e Thomas Meehan, che è rimasto in scena fino al 2009 vincendo otto Tony Awards. Uno di questi è stato vinto da Harvey Fierstein, per il ruolo di Edna, la madre della protagonista, che nel film originale fu di Divine.

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[Harvey Fierstein – Edna Turnblad]

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[Divine – Edna Turnblad]

Nel 2007 fu rilasciato il film che credo ognuno di voi conosca, in cui gli ingombranti panni di Edna vengono vestiti da John Travolta,

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Nikky Blonsky nei panni di Tracy, Michelle Pfeiffer el ruolo di Velma, che fu di Debbie Harry nel film originale, Christopher Walken nel ruolo del padre di Tracy, un allora famosissimo Zac Efron e una favolosa Queen Latifah.
Le musiche furono riadattate ai tempi cinematografici e il film, comprese coreografie e costumi, si è unito all’originale nel mio personale Pantheon. Nel brano iniziale, Good morning Baltimore, John Waters offre un meraviglioso cameo, ricordando uno dei protagonisti di Pink Flamingos: l’esibizionista.

cattura
John Travolta riesce a ballare nonostante i cento chili di protesi per simulare pancia e fianchi, Cristopher Walken è adorabile come sempre e Michelle Pfeiffer terribilmente antipatica (il suo personaggio è l’antagonista, quindi va bene).

Ieri è quindi  andata in onda, live, la versione NBC con Harvey Fierstein nel suo ruolo storico di Edna, Ariana Grande nei panni della migliore amica di Tracy, Penny, Martin Short come padre di Tracy, Sean Hayes nel ruolo minore di Mr. Pinky, Jennifer Hudson a sostituire la parte che fu di Queen Latifah: Motormouth Maybelle. La protagonista è stata Maddie Baillio, al suo primo ruolo ufficiale (che ha svolto nel migliore dei modi).

Gli appassionati di messa in scena e regia teatrale adoreranno il primo video linkato, quello andato in onda live su Facebook, in cui si vedono movimenti di macchina e spostamenti di attori e ballerini (su dei caddy tipo quelli da golf, un’organizzazione allucinante).

Insomma.
Ariana Grande è bravissima come sempre, idem per Jennifer Hudson, ma ho trovato la prima più adatta al suo personaggio rispetto alla seconda. Capiamoci, sono due cantanti favolose e forse Hudson è tre spanne sopra Grande. Ma non è diva quando Queen Latifah e Ruth Brown. Maybelle è una combattente, se ne frega, è big, blonde and beautiful. Jennifer Hudson che canta Big, blonde and beautiful, per quanto meglio, vocalmente, di Queen Latifah, non rende. Non è nemmeno big, è piccina piccina.
Fierstein lo vedo purtroppo per la prima volta nei panni di Edna, che veste da 14 anni (non potendomi permettere di vedere uno spettacolo a Broadway), e ne sono rimasta folgorata. Ho già ho amato la sua voce graffiata nel film Amici, complici, amanti [nota 2], ma nella parte di Edna è fantastico e più realistico di quanto lo fosse stato Travolta, probabilmente più fedele all’interpretazione di Divine. I costumi sono favolosi anche se avevo apprezzato maggiormente il cambiamento stilistico che avviene nel film del 2007, in cui Tracy passa da abiti di inizio anni ’60 ad abiti fine anni’60. In questa versione 2016 solo Penny, il personaggio interpretato da Ariana Grande, indossa la minigonna e gli stivali di vernice. Maybelle/Jennifer Hudson indossa invece una fantastica tuta del tipico stile da cantante disco/funky anni 60/70. Stupenda. Peccato dovesse travestirsi da guardia perché ci avrei messo le piume.

Da quel poco che ho potuto vedere come raffronto la versione odierna è fedele al musical portato per tanti anni sulle scene, sia come costumi che come coreografie, di cui potete vedere qui il pezzo finale, You can’t stop the beat, interpretato dalla protagonista originale del musical, Marissa Jaret Winokur [nota 3]. La sceneggiatura è stata riadattata da Fierstein.

Credo che la magia di Hairspray, quella leggerezza che ti mette addosso pur affrontando dei temi importanti, sia meravigliosa. E in qualunque versione, ma vada visto. E sicuramente questa entrerà nel Rito Hairspray per quando mi sento giù.

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L’omaggio a Divine durante la coreografia del brano di apertura.

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La Tracy odierna, Maddie Baillio, al centro durante Welcome to the sxties con alla nostra sinistra Ricki Lake, la Tracy del 1988, e alla nostra destra Marissa Jaret Winokur

NOTE

1 – il film musicale è un film in cui c’è molta musica, si balla si canta ma i personaggi sanno in ogni momento che stanno ballando e cantando. La differenza col musical è che nel musical, come nell’opera, il canto e il ballo fanno parte dell’espressione, ma il personaggio non sempre agisce come se stesse cantando (anzi nell’opera raramente un momento musicale nello spettacolo è contemporaneo ad un momento musicale nella storia). È come se mentre noi li vediamo cantare e ballare in realtà loro stessero agendo normalmente.
Ad esempio ogni tanto possono dire “hey guarda come ballo” o “e adesso ballo/canto”, come appunto in Hairspray, ma a volte stanno camminando e nel frattempo cantano, e non sanno di star cantando.
Un film musicale è ad esempio Dirty Dancing, dove il ballo è protagonista, ma gli attori ballano quando i personaggi ballano, per un motivo (l’esibizione, la gara, l’esercitazione). Nel musical non c’è necessariamente un motivo nella trama che spinge a ballare/cantare.

2 – adattamento cinematografico di una trilogia di spettacoli teatrali scritta da lui, la Torch song trilogy

3 – la quale pure ha vinto un Tony ed era presente alla rappresentazione di ieri in un cameo, nell’immagine qui sopra.

Ricotta e fette biscottate. I tempi de La balena.

Ci sono cibi che ti riportano indietro nel tempo. Non ho detto una cosa originale. E così mentre aspetto che siano pronti gli gnocchi mangio una fetta biscottata con la ricotta, e torno indietro a quando non si aveva un euro per l’autobus e a lavoro ci andavo (e da lì tornavo) a piedi, pur avendo la macchina. Bologna. Freddo anche se parliamo di Marzo – Aprile.
Facevo il part – time universitario al Museo di Zoologia, dove c’era la sede della facoltà di Scienze Naturali, Fisiche e Matematiche. Non erano ancora apparsi i Dipartimenti, c’erano le Facoltà. Quel Museo veniva chiamato anche La balena, per lo scheletro di balena conservato all’ultimo piano. Dove io non sono mai arrivata, a causa della mia fobia. Che poi “fobia” è il nome elegante di quello che ho davvero: cacazza. La fobia è una cosa seria, che ti immobilizza. Io sono solo una cacasotto.
Il mio tutor era un personaggio allucinante, un genetista, “cattocomunista” dicevano i colleghi con tenerezza, con 6 figli e un sacco di tatuaggi, a tema col suo percorso di ricerca. Aveva scoperto nonsocosa sulle razze.

Non le razze nel senso di razze di animali, le razze nel senso di pesci. Quelli piatti tipo mante, “razze” con la Z di zucchero.

L’impiegata che mi apriva la porta guardandomi dal videocitofono mi soprannominò Josephine perché assomiglio a Josephine Baker, a suo avviso. Forse ci assomigliavo allora, forse lei era una donna molto gentile.
L’altra, la signora importante che spinse per farmi avere i soldi presto, mi disse poi che avrei dovuto chiamarla appena mi fossi laureata, che mi avrebbe segnalata per lavorare lì. Voleva che lavorassi lì, non si sarebbe lasciata sfuggire una gran lavoratrice come me, disse. Mi mancavano pochi esami, e mi sarebbero mancati per altri 7 anni, perché le cose precipitarono e ho sopravvalutato la mia possibilità di recupero nei confronti della malattia che sapevo già di avere.
Però allora, senza soldi in tasca e con un problema di salute che ho sempre sottovalutato, coltivavo la speranza di lavorare in quel posto bellissimo che mi faceva tanta paura (gli animali marini mi spaventano, lì era pieno e sembravano ancora vivi), con quella gente che mi stimava e mi lasciava a rispondere al telefono. Una volta chiamò un canadese che parlava con quello strano inglese francofono.
Mi disse che lo stipendio base sarebbe stato di 1200 euro, e puoi continuare a cantare, bello no? E poi c’erano i buoni per la mensa, si mangia bene alla mensa, qualche volta quando sono a Bologna ci vado. Loro ordinavano da lì io invece uscivo dall’ufficio e mangiavo ricotta e fette biscottate in mezzo a quelle opere di tassidermia, cercando di esorcizzare il terrore.

C’era un vaso con dentro una mamma pipistrello, con al pancia aperta e tutti i feti di pipistrello di fuori. Quello faceva parecchio impressione, ma la cosa che mi spaventava maggiormente era Paco, lo avevo soprannominato così per reazione, il pesce luna attaccato alla parete, dopo la prima rampa di scale che portava al mio ufficio. Per quasi un mese ho fatto tutto il giro prendendo l’altra, quella con la tartaruga caretta caretta che pure faceva impressione, ma almeno non le vedevi la faccia da vicino.
Mi sgamarono che facevo tutto il giro, e devo aver avuto una faccia davvero spaventata perché non mi presero in giro quando dissi che il pesce luna mi terrorizzava. L’avevo visto dal vivo alle Maldive, è stato un brutto momento. Durante quel battesimo del mare vidi anche un pesce unicorno, pericolosissimo, ti può sventrare con quel corno. Ma il pesce luna con quel faccione per me era un incubo. Mi ricorda la paura che mi facevano i pesci con la faccia umana, visti ne Il senso della vita e nella citazione di Fantozzi.
Il pesce luna ha la faccia umana, e ringrazio di non aver mai beccato un pesce Napoleone, che è ancora più umano.

This isn’t an argument, this is a contraddiction!!!

Ho 37 anni e svariate esperienze alle spalle. Di vario genere.
Ho iniziato a leggere a 3 anni e mezzo circa, e sono sempre stata quella noiosa e pesante che parlava di questioni più grandi di lei.
Mi piace confrontarmi, imparare, e conoscere ogni sfaccettatura della verità, che è grande e variegata, e in alcuni casi alcune sfaccettature sono di pari importanza e probabilità di riuscita.
Ho un solido impianto teorico che continuo a nutrire, nell’ambito letterario, drammaturgico, musicale, ma anche politico e inerente gli studi di genere. Perdo poco tempo a vedere serie tv e nessuno a giocare ai videogiochini idioti sul telefono. Sempre zero a vedere trasmissioni televisive. Non ho il televisore. Tutto il mio tempo viene impiegato a conoscere.
Leggo le notizie tutti i giorni, approfondisco, sono stata una debunker e continuo a interessarmi di convalida delle notizie.

Allora vorrei capire, davvero, col cuore in mano, per quale motivo e con quale prosopopea si entri nelle discussioni che accendo col fare arrogante di chi vuole imporre necessariamente la propria visione delle cose. Soprattutto dopo aver visto che, spesso, quando ci si rivolge in maniera intelligente, io prendo atto dell’idea altrui (sulla quale ho già riflettuto, evidentemente, se l’ho rifiutata, o rifletterò) asserendo di rispettarla pur senza accoglierla. Ci sono effettivamente delle questioni talmente complesse da non avere una sola soluzione, anche se io a seguito dei miei ragionamenti ho deciso di abbracciarne solo  una, che ritengo più valida, ma senza necessariamente denigrare le altre. Ovviamente.

Mi domando poi che senso abbia. Se abbiamo constatato che io conosco il tuo impianto ideologico ma tu non sei interessato/a ad approfondire il mio, e io cerco di chiudere il discorso prendendo atto delle divergenze e delle loro incompatibilità, perché proseguire?

Io temo che esista al mondo moltissima gente con troppo tempo libero. Perché nel momento in cui un dialogo non serve a nessuno non ha alcun senso proseguirlo. Per carità, io già non sopporto le chiacchiere di circostanza, figuriamoci abbassare il livello di una conversazione che avrebbe potuto essere edificante e diventa invece solo un susseguirsi di tentativi di scendere in basso per poi essere bannati. E poi Paola è cattiva, Paola dice “parliamone” ma poi ti banna.
Perché l’autocritica è cosa faticosa.

Accade coi femminismi, laddove è troppo difficile cerebralmente capire che ne esistono di vari e non si può continuare col femministometro a valutare, termometro in culo, quale sia vero e quale sia falso.

Accade col referendum. E lì mi domando come sia possibile non sentirsi offesi, alla dichiarazione (già stupida, se ci pensate) di voto, quando qualcuno risponde commentando il voto contrario.
MA CREDETE DI AVERCI RAGIONATO PIU’ DI LUI/LEI?
Se tutto va bene nessuno dei due ci ha ragionato davvero, perché se il post iniziale era uno slogan, e non una riflessione complessa, evidentemente non si tratta di qualcuno che vuole capire e discutere, ma solo di una dichiarazione di appartenenza. E va benissimo.
Ma non vedo la necessità di commentare con un altro slogan. È un’idiozia. Me li immagino come se parlassero di continuo uno in faccia all’altro, ripetendo “invece sì” “invece no” e qui ci sta bene un pezzo dei Monty Phyton, da cui proviene il titolo di questo post.

Ed è esattamente ciò che molti insistono col non voler capire: per discutere bisogna argomentare, e possibilmente non aggiungendo altri concetti, in stile ELEFOIBE. Continuare a contraddire senza costruire un ragionamento è da idioti, abbassa il vostro livello intellettivo e snerva chi cerca di rispondervi.

Anche se, a ben pensarci, forse lo snervamento altrui è il vostro unico e solo scopo.