“Il linguaggio ha un genere”. Laboratorio.

Il primo incontro di questo laboratorio organizzato dall’Associazione “Io donna” verteva sul linguaggio ed era tenuto dalla professoressa Rosita Belinda Maglie, Ricercatrice in Lingua Inglese e Traduzione, del Dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia e Comunicazione, Università “Aldo Moro” di Bari.

Sono arrivata tardi perché non mi ero segnata l’indirizzo, quindi non so cosa si sia fatto nella prima mezz’ora.

Al momento del mio arrivo la docente-relatrice (d’ora in poi solo “relatrice”) ha fatto notare come, salutando una coppia, le persone tendano a nominare l’uomo con il proprio titolo professionale, mentre la consorte, nonostante i meriti accademici, rimane “signora”. Questo è uno dei modi che la lingua ha di discriminare i successi professionali delle donne, ignorandoli. Se indichi un uomo con il suo titolo, perché non fare lo stesso con la “gentile signora”?

Sarebbe quindi rispettoso chiamare o “signori” ambedue, o informarsi sul titolo di ambedue e usarli quando ci si rivolge a loro. Allo stesso modo, con ognuno di loro.

Abbiamo poi letto i testi di due canzoni che parlano di sessismo: “Woman is the nigger of the world” (“La donna è il negro del mondo”), di John Lennon, che si riferisce al concetto di subalterno; e “Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti” di Caparezza, che ribalta la costruzione virilista vittoriana lanciando una provocazione che risulta forte per l’utilizzo della retorica (VERO, che vuol dire? Sei un essere umano, quindi sei vero).

A questo punto abbiamo letto una serie  di definizioni di “linguaggio”, atte a comprenderne l’importanza (sì, c’era anche lì qualcuno che ancora diceva “ma che sarà mai? Sono solo parole!”).

Il  linguaggio mette ordine alle cose, fa parte del nostro modo di costruire i pensieri (non c’è un pensiero senza il linguaggio, disse Freud e ampliarono Lacan e Marcuse), colleghiamo un sentimento ad ogni parola e “significhiamo”, quindi non possiamo pensare che vada bene lo stesso nominare la realtà in un modo o in un altro.

Tornando al laboratorio abbiamo letto alcune definizioni di studiosi, come Camus e altri, riguardanti i linguaggio, poi delineato il significato di stereotipo e pregiudizio, e quanto questi pesino sulla costruzione della realtà, e ci limitino nella reale profonda conoscenza del prossimo.

Dopodiché ci siamo addentrati nelle iniziative promosse da diversi enti per ovviare al problema della mancanza di versione femminile nelle denominazioni di alcune professioni. Esiste un tavolo tecnico al’interno dell’Accademia della crusca per questo tipo di elaborazioni, ma probabilmente il linguaggio si evolverà autonomamente come sempre e possiamo solo stilare delle linee guida per linguaggi istituzionali.

A questo punto, per comprendere COME divulgare e rendere attivi i nuovi linguaggi e quindi i nuovi pensieri,  l’attenzione si è spostata sulla scuola, sulla riforma di quest’anno e in particolare sul Comma 16 (Legge 193/2013). La parte riguardante l’educazione di genere.

Quindi la relatrice ha mostrato la campagna denigratoria in merito a questo tentativo di avanzamento della società: la fantomatica teoria GENDER e quindi i movimenti “contro” ad essa associati.

Ho dovuto vedere un video che avevo evitato per mesi, quello dell’Ass.ne Provita con la mamma che torna dai colloqui e dice che a scuola hanno insegnato al candido pargolo che può decidere se essere maschio o femmina e assurdità simili. Per fortuna noi gente di Gender la buttiamo sul ridere e infatti abbiamo poi visto un contenuto Fanpage fortemente ironico in cui si vede la manifestazione delle Famiglie Arcobaleno con didascalie che interpretavano malignamente. Alla maniera del bigotto.

Il discorso sull’antiGggender si è poi spostato sulle favole censurate dal sindaco di Venezia (seguito a ruota da altri) che hanno scatenato l’isteria pubblica: “Una bambola per Alberto”, “Piccolo uovo” e la mia preferita: la favola della principessa e il drago, in lingua originale qualcosa tipo “la principessa dal vestito di carta”

Quando esplose la polemica riguardo questa favola non riuscii a procurarmela, lessi esclusivamente la descrizione “favola che racconta di una principessa che ribalta i ruoli di genere, salvando il principe” e non capivo. La storia è piena di donne con la sindrome della crocerossina, per quale motivo i bigotti “anti-gender” dovrebbero censurare anche questa? Ebbene.

La principessa si reca a salvare il principe vestita solo di un sacchetto di carta, che è l’unica cosa rimasta dalla furia delle fiamme del drago. Quando il principe viene salvato invece di cagare un grazie le fa la critica su come sia vestita e coi capelli arruffati. Lei volta i tacchi e se ne va.

E quindi di questo avete paura?

Che vostra figlia possa abbandonare al suo destino uno stronzo ingrato superficiale?

Insomma in due ore si sono toccati disparati punti e più che essere un momento per esaurire un discorso il laboratorio è stato una fucina di spunti di approfondimento. In particolare la mia stima va all’Associazione Io donna per un motivo a me molto caro: non hanno approfittato dei fondi europei per la giornata del 25 Novembre per organizzare una iniziativa retorica con tanto di “Rosa”, “Scarpette rosse”, “Se ti picchia non ti ama”(anche se vengono utilizzate immagini simili in alcune campagne, retaggio di concetti superati di vittimismo sempre e comunque. Nessuno è perfetto); hanno fatto una cosa a quanto pare rivoluzionaria:

SI SONO AFFIDATI AL DIPARTIMENTO DEGLI STUDI DI GENERE. Di Bari e Lecce.

Pazzesco, eh?

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