A li tiempi mia

(22 Maggio 2014, dal vecchio blog)

Leggo e sento spesso nostalgiche considerazioni di tempi passati come un luogo in cui tutto era bello, funzionale, pulito e la gente più serena e felice.

Oggi si usa molto, denigrare questo presente veloce e inquinato, in favore di un passato in cui non c’eravamo, raccontato spesso da anziani e vecchie generazioni in genere, ma a ben guardare, era davvero tutto più bello PRIMA? E prima di che?

La mente memorizza assolutamente tutto ciò che vede, poi riporta alla memoria immediata solo ciò che vuole, per una serie infinita di motivi di cui ignoro la natura, ma è così chiedete agli specialisti di psiche. Ricorderemo quindi l’episodio piacevole e cercheremo di cancellare quello spiacevole, e non per cattiveria, per sopravvivenza.

La storia però ci viene in soccorso, i libri scritti secoli fa ci raccontano che a ben vedere non era tutto roseo e fantastico, così come oggi non lo è. Non allo stesso modo, diversamente, ma facendo i conti qualcosa migliora e qualcosa peggiora, dipende dal punto di vista.

Quando essere eccessivamente tradizionalisti, rifacendosi ad un passato che non si è mai vissuto come fosse un epoca meravigliosa, vivendo una nostalgia che non può avere soluzione, perché il passato è un luogo in cui non saremo mai, diventa un pensiero fisso si vive la cosiddetta “Sindrome dell’epoca d’oro”, descritta poeticamente nel film “Midnight in Paris” dal grande Woody Allen, uno che in quanto a sindromi ne sa qualcosa.

In passato l’amore era amore, perché ce lo raccontano i romanzi e le nonne innamorate che non hanno conosciuto altri amori se non il marito, il cibo era più buono perché sano e senza pesticidi e le persone si guardavano negli occhi invece di guardare lo schermo di un pc.

Ma davvero era così?

O forse all’epoca dei nostri nonni in casa non si viveva una sessualità libera e consapevole, le prostitute facevano grandi affari, il cibo era poco e le persone non avevano altra scelta che parlare tra di loro?

C’era meno scelta, nel passato, questo è reale. C’era anche meno scelta di vivere curandoti o farti usare come esperimento del santone che ti prometteva l’Elisir Donizettiano, c’era meno cultura generale e scelta di essere colto o rimanere ignorante, meno possibilità di viaggiare anche virtualmente per conoscere paesi e genti lontane.

Forse l’unica immutabile realtà è che da quando l’essere umano ha imparato a proferire pensieri ha iniziato ad essere infelice, allora la cura non è forse prendere il buono di tutto ciò che abbiamo?

Quando ero piccola leggevo romanzi in cui le donne portavano grandi abiti pieni di fiocchi, e mi facevo cucire da mia madre grandi gonne, larghe, che facevano la ruota, con i nastri in vita e sul cappellino, i fiocchi a fermare la coda di cavallo che mi danzava sul collo. Poi ho scoperto cosa c’era dietro quei bustini ed il significato delle grandi gonne…e ho rielaborato il pensiero, per cui dopo un periodo di rifiuto mi piacciono di nuovo, ma con la libertà di oggi, quella di non portare il bustino, di mettere scarpe comode per correre lontano.

Lontano. Lontano in avanti e nello spazio, mai indietro nel tempo dove non potremo mai essere, imponendoci una eterna infelicità.

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