Il giorno in cui il mio corpo sarà solo mio. E solo un corpo.

(8 Marzo 2014, dal vecchio blog)

Simone de Beauvoir interpretata da Judith Butler:

“Qual è l’atto di negazione e disconoscimento con cui la mascolinità si pone come universalità disincarnata e la femminilità diventa la costruzione di una corporeità denegata?”

Il nostro corpo è l’involucro che ci protegge e ci mette in relazione con gli altri. Chimicamente, visivamente, “termicamente”, riceviamo e diamo sensazioni, ci proteggiamo, ci copriamo, ci scopriamo. Ci difendiamo.

L’absolute terror field poi, il corpo immaginario oltre il corpo, e l’uovo prossemico, lo scudo che mettiamo oltre il nostro corpo,  sono un ulteriore membrana non fisica, che proteggono quella fisica dagli attacchi altrui, che decidiamo di far oltrepassare o meno.

Il corpo è la nostra parte animale e il rapporto tra mente e corpo si può considerare, da quando siamo diventati animali autocoscienti, il più grande e bel mistero da risolvere in ogni settore della conoscenza.

Senza addentrarci però nelle teorie di propriocezione ed autocoscienza generica, vorrei parlare della differenza di concezione del corpo femminile da quello maschile.

Nasciamo femmine e la cosa di cui ci preoccupiamo, da sempre, è di essere belle e composte.

Il nostro corpo non è nostro, è da difendere dagli sguardi altrui ma contemporaneamente rendere piacevole allo sguardo altrui. Veniamo bombardate da immagini di corpi femminili in pose sensuali anche quando l’azione descritta è un semplice “spolverare”, questo escludendo tutto un discorso riguardante il fatto che non vediamo mai un uomo, spolverare.

La lunghezza della gonnellina da quando il mutandone è diventato mutandina, il pezzo di sopra del bikini che ad un certo punto te lo devi mettere perché ti stanno per crescere le tettine (me lo avete promesso a 10 anni e le sto ancora aspettando, ve lo dico), non puoi fare la pipì in mezzo alla strada come tuo cugino, perché ti vedono.

“Ma lui la fa!” “Eh ma lui è maschio!”

Devi chiudere bene la porta del bagno, imparare LA POSIZIONE perché in piedi tu non puoi farla.

Nascondi l’assorbente e dagli un nome stupido per chiederlo in classe. Filippo, dicevamo noi. Come se non fosse ridicolo chiedere “C’avete Filippo?” va beh. In fondo hai LE TUE COSE, mica un maledetto ciclo mestruale doloroso e fastidioso, no. LE TUE COSE.

La donna è misteriosa e ci hanno insegnato che è bella così, perché sai…il mistero…affascina.

La donna affascina. Avvicina ed allontana. Accoglie e rifiuta. Ma contemporaneamente.

Questa schizofrenia in equilibrio nell’equilibrio mentale che fatica a rimanere fermo in una società che ti guarda, ma non ti ascolta.

La bellezza.

Facciamo fatica a pensare che potremmo, chissà, anche non essere belle?

Sarebbe un problema?

La bellezza canonica esiste, è una questione accettata socialmente e varia nei luoghi e nei tempi. Se vogliamo parlare di occidente, pensiamo alla bellezza classica, ellenica, un corpo femminile rotondo e proporzionato, poi Botticelliana, se vogliamo riassumere (certo che vogliamo riassumere!) e poi gli ultimi decenni: la Yè yè magra e piccina che voleva restare infantile, la hippy che aveva altro a cui pensare, la Preppy super palestrata e la Grunge che a malapena si lavava.

Poi la donna del duemila e passa. In generale possiamo dire che un corpo proporzionato e salutare, a volte più muscoloso a volte più tondeggiante, ma nel limite del sottopeso o sovrappeso medico accettato, è condivisibilmente bello.

Senza entrare nel merito del disturbo alimentare, che non ha strettamente a che fare con il corpo socialmente accettato, restiamo nel concetto di bello-salutare.

Nel momento in cui siamo in salute e sufficientemente attive, è davvero necessario essere BELLE?

Io ho fatto un mio viaggio interiore e posso dire NO, ma da fuori le donne come si considerano e come vengono considerate?

Le donne vengono considerate per ciò che mostrano molto più degli uomini.

Se vogliamo denigrare una donna per aver agito male a lavoro, colpiamo offendendo il suo corpo e ciò che ne fa con esso. E’ brutta, oppure è troia.

Ma il mio corpo e ciò che ne faccio, è affare degli altri?

Chiaramente no.

Per entrare nell’ attualità potremmo accennare alla Signora Boldrini e l’accusa di esser stata una ragazza Coccodé, e domandarci: sarebbe stato davvero così grave se fosse vero? Se si fosse pagata l’università sculettando in televisione, la sua laurea avrebbe avuto meno valore di quella di una figlia di papà oliata dalla famiglia che non sa cosa vuol dire soffrire la fame ed il freddo perché non stai trovando lavoro?

Molte case di pronto moda ultimamente stanno finanziando campagne che promuovano un gusto per la bellezza che loro definiscono CURVY. Ora premettendo che curvy lo sono le pin-up anni ’50 con misure 90-60-90, e non le donne di cento chili, e aggiungendo che essere in salute dovrebbe contare più di tutto, ma:

E’ PROPRIO NECESSARIO ESSERE CONSIDERATE BELLE DALLA SOCIETA’?

Dobbiamo davvero cambiare il gusto comune per far sì che anche la donna grassa sia bella? (senza considerare che tutte quelle modelle ed opinion leader del “grasso è bello” hanno dei volti stupendi, e la bellezza è lì, se avessero un brutto volto sarebbero considerate brutte, c’è poco da dire) Non sarebbe molto meglio semplicemente cambiare il tutto virando verso un mondo in cui la donna possa anche non essere bella ma considerata per ciò che ha nella testa?

Possiamo essere invece che semplicemente belle, o comunque belle, che ne so…INTELLIGENTI? Colte? Preparate?

Solo quello e magari pure brutte e magari pure autoironiche nella nostra bruttezza?

Magari anche esibizioniste e trash con piume e lustrini, pur sapendo di non piacere esteticamente a tutti?

Io non conosco uomini denigrati professionalmente perché oggettivamente brutti.

Conosco però Lizzie Velasquez.

Lizzie Velasquez era una ragazzina di 16 anni con una malattia molto rara. Non assimila i grassi e questo, pensavano i medici, le avrebbe compromesso le possibilità di restare in vita e svilupparsi. Anche mentalmente. I genitori la portano comunque a casa e la amano come se fosse sana. Lei cresce, anche se rimane piccolina, cieca da un occhio e magrissima.

Ma tutto sommato possedendo una buona parlantina Lizzie riesce a farsi amare ed ha tanti amici.

Un giorno Lizzie, quando aveva appunto 16 anni, era su Youtube ad ascoltare musica  trova, sulla destra, nell’elenco, una sua foto come anteprima. Il titolo recitava “La donna più brutta del mondo”. Il video in questione era solo incentrato sulla sua foto ed i commenti erano terribili. Addirittura “sparati”.

Perché sì, dentro di noi siamo tutti convinti che una donna non bella non possa far altro che mettere fine alla sua vita.

E prima di dire “No” vi invito a rifletterci.

Insomma Lizzie passa un momento di smarrimento e poi si pone una domanda:

“Queste parole, mi definiscono?”

Si risponde che no, non la definiscono. La bellezza per lei non è mai stata una cosa da prendere in considerazione quanto l’affetto dei suoi cari e dei suoi amici. Lei non sarà la donna più bella, ma non le è mai importato.

Lizzie si è nel frattempo laureata, ha scritto tre libri ed è una “Motivational speaker”, ovvero parla davanti a migliaia di persone, per lavoro, cercando di tirar fuori le risposte alla grande domanda:

COSA TI DEFINISCE?

Sei brutta? Hai gli occhi storti i denti spaccati? Ma risolte le questioni di salute (sempre bisogna cercare di star bene, eh?) tutto questo ti definisce?

Sei la persona con gli occhi storti o sei la persona che scrive e parla emozionando la gente?

Hai perso la verginità con la persona sbagliata ed ora credi di dover restare con quell’uomo che ti riempie di botte perché oramai non sei più “pura”?

Quella membrana ti definisce?

La concezione che gli altri hanno di ciò che dovresti fare del tuo corpo ti definisce?

Sei nata in un corpo di uomo ma ti senti donna, ti piace truccarti e in fondo sei anche bellina vestita da donna? O sei orrenda e sembri Divine ma ti diverte decorarti? Ti piace il rosa, i glitter. Gli accessori e le frivolezze.

Il tuo sesso di nascita ti definisce?

O ti definisce la tua capacità di provare empatia, di ascoltare, l’abilità nel creare le cose, o nello spiegarle.

La tua dialettica o il tuo gusto artistico, la tua voce, il tuo calore, il tuo cuore?

Gli ostacoli che hai superato, le persone che hai amato, le lacrime che hai versato, le malattie che hai superato e quelle che ancora ti fanno penare. Il lavoro in cui eccelli e i libri che hai letto. O scritto.

Sei la persona dall’altro capo del telefono che qualcuno cerca quando piange?

Sei la spalla? Sei l’essere fragile che vi si appoggia?

Sei di disturbo agli altri, o ti cercano?

Hai fatto un viaggio interiore, e se non lo hai fatto sei ancora in tempo.

E dopo questo viaggio domandati cosa ti definisce.

Scoprirai che le definizioni delle persone che badano solo a come è fatto il tuo corpo e come lo usi non contano nulla.

Tu sei una persona, con il tuo viaggio.

“Uomo” e “donna” non contano nulla.

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