La prima volta che ti ho toccato avevi due teste e nessun odore. Prima parte. (ovvero “come facendomi tagliuzzare ho ricucito il mio cuore”)

(26 Giugno 2013, dal vecchio blog)

Era tutto iniziato in un fine settimana tipico in cui lavoravo in albergo, per quella gente odiosa che prega prega mai poi non è buona per nulla. Rompiscatole e ingordi. Altroche Gesù qua e là…

Eo col mio cuoco preferito, però, e la mia albergatrice preferita. Nel 2006.

“Cosa ti succede, Paola? Non ti ho mai vista lavorare agitata, sei sempre piuttosto metodica…””mi sento stressata”, dissi. Mentre mi tintinnavano i piatti tra le mani.

Effettivamente da un po’ ero sempre stanca e agitata, avevo il fiatone. E il magone. E io di solito amo le parole che finiscono in -one perchè mi fanno pensare a cose giganti, ma andavo e venivo dalle farmacie e mi davano tonici. Eppure nulla. Mi esplodeva il cuore in petto, supponevo fosse il Ginseng o cosa per lui. Smettevo.

Nel frattempo trasloco, a Bologna, e non so nemmeno perchè. Io amavo Rimini, ma ero agitata e pensai di cambiare aria.

Prendemmo questa bellissima casa con mia sorella, con un enorme noce nel giardino che proiettava un ombra fresca in cucina. A Bologna, in Giugno,il fresco lo pagheresti come optional della casa.

Infatti quell’estate non ebbi tanto caldo.Vero è anche che lavoravo di notte e dormivo di giorno. Fino alla sera in cui andai a sbattere contro un albero e non mi ricordo nulla.

Tornata a Brindisi mia madre mi disse con un solo sguardo “andiamo a fare le analisi per la tiroide. Sei dimagrita ed hai gli occhi di fuori, sono preoccupata.” Portai avanti la faccenda per un po’, ma prima di rientrare a Bologna feci gli esami per tenerla contenta. Ed erano spaventosi.

Presi un medico a Bologna e ci andai, divertita nel vedere le sue reazioni alla mia anamnesi.

Il fatto è che quando prendi un medico nuovo quello si deve fare un’idea su chi diamine sei, e quindi inizio con la mia storia da quattro soldi: il morbo di Sholein-Enoch a 7 anni (7 anni??? Rarissimo! Sì ma non mi hanno regalato nemmeno un orso di pelouche per l’occasione) e poi interventi, sinus (ricucito a regola d’arte, pena la mia fuga con un disegno a pennarello sul culo, ma sono particolari che tralasciai) e qualcosa che ho dimenticato.

Allergie nulla, solo ad alcuni antibiotici bla bla bla. Ah, sì, dovrei causticare i capillari del naso. No, non i peli, le vene.

Ok, mi fa, guardiamo queste analisi. Sbianca.

O…k…elasticità delle dita…bassissima. Si sente stanca? Eh, certo. Misuriamo la pressione…115-140.

Fa un balzo indietro. Lei è a rischio infarto!!!

(scoprii dopo, raccontando alcuni episodi, che avevo rasentato l’infarto almeno un paio di volte. Pellaccia dura.)

Iniziamo intanto con l’Inderal, poi corra subito dal mio amico endocrinologo bla bla bla.

Ecco, qui iniziano i guai. Perchè il suo amico non era più all’ospedale Bellaria, lì c’era un tipo di cui nemmeno ricordo il nome e che, seppi dopo, mi avrebbe causato il peggioramento degli occhi non mandandomi MAI dall’oculista. Mi diceva di mettere le lacrime artificiali e bona.

Inizio la cura a fine settembre del 2006. Smetto di bere (assurdo, lo so, ma prendevo un beta-bloccante! Addirittura al ritorno da una serata mi fermò la polizia e li pregai di farmi il palloncino, ridendo. Vi prego, dissi, non capiterà mai più che mi esca zero! ) e continuo la mia vita cambiando mille lavori come al solito. Ma improvvisamente da agitata e un po’ nervosa che ero divento enorme e fiacca.

Fiacchissima.

Ogni due mesi facevo le analisi, andavo dal medico e lui contento diceva che andava tutto bene, tutto bene, abbassiamo il Tapazole. Io ero tornata nervosa, cagona e mangiona. Tremavo ed avevo attacchi di panico, tachicardìa. Ma lui contento. Alzando la dose tornavo cicciona e stanca. Triste come una di quelle donne rompipalle che incontri sull’autobus.Di nuovo alziamo la dose, di nuovo abbassiamo e così via da Settembre 2006 a Settembre 2007. Quando alle esplosioni a sorpresa di vene nel naso (anche durante il lavoro, causando danni irreparabili ad importanti documenti) e attacchi di tachicardìa si aggiunge la novità.

Ero ad una riunione, dalla mattina mi facevano male gli occhi. Mi sentivo come se qualcuno dall’interno me li schiacciasse in basso, ma pensavo la solita sinusite un po’ peggiorata dal freddo. Ad un certo punto mi si offusca la vista e non vedo più nulla. Un collega prende la mia macchina e mi porta all’ospedale oculistico, dove mi misurano la pressione con una macchina che ti soffia forte dentro gli occhi, per nulla simpatica. Mi guardano la faccia in venti almeno (è un ospedale universitario, c’erano tutti gli specializzandi, tipo Scrubs), faccio la conoscenza con un termine nuovo (ESOFTALMO) e mi prescrivono delle gocce da mettere ogni 12 ore.

Così faccio e dopo un paio di giorni sto meglio di prima, solo mi bruciano gli occhi da morire. Quindi finite le gocce non le ricompro  e vado avanti.

Il giorno di capodanno, dopo una notte di bagordi (eccerto) e febbre alta, avendo sperimentato che la tequila sale e limone fa passare ogni male e che gli uomini non sono più quelli di una volta (un tipo mi ha offerto tre birre senza provarci, prendendosi le parole del mio collega) mi sveglio alle 15 circa, faccio litri di caffè per me e la ciurma che si era fermata a casa mia.

Trangugio.

Tranquilla finchè il mio occhio destro non decide di continuare per cazzi suoi i balli della sera prima.

Pulsava.

Ora non so quale dio pagano abbia tenuto per le spalle mia sorella mentre, con la faccia verde, mi diceva “ma no, è una tua impressione, l’occhio non si muove” e mi invitava a stendermi. Devo dire che Claudia è stata il mio angelo custode per gran parte di quel periodo terribile e onestamente io, nel vedere una persona con l’occhio che sembra spingere per uscire, avrei urlato e sarei corsa via agitando in aria le braccia.

(non è vero, il mio sangue freddo nelle situazioni più gravi è famoso. Ricordiamo il vecchietto a cui era esplosa una vena in albergo, che la camera sembrava una scena di Nightmare) ad ogni modo deve essere stata una immagine agghiacciante.

Mi tranquillizzo e tutto passa. Finchè un giorno, ero con un’amica, mi fa male di nuovo l’occhio destro e le dico “Hey Erica ma cos’ho nell’occhio?” Blurp! Improvvisamente mi si riempie la palpebra di liquido tanto da cadere sull’occhio. “che facciamo, lo chiamiamo il 118?” (la mia amica non aveva la patente) andiamo all’ospedale con me che rido come una matta. Mi sembrava talmente assurdo vedere l’occhio gonfiarsi così velocemente senza nemmeno aver ricevuto un pugno!!!

E poi ormai l’ospedale oculistico era casa mia, ora che ci penso ci ero andata anche un’altra volta. Ero sola in ufficio, smetto di vedere, chiudo tutto e chiamo il 118.

Insomma nel frattempo, mentre mi facevo venire a prendere almeno una volta al mese dall’ambulanza, avevo prenotato un altro endocrinologo. Uno con la lista lunga, quindi sicuramente bravo.

Entro nella sala d’attesa che è piena di gente con la mano al collo. Reggono un sacchetto di ghiaccio sintetico e vanno avanti e dietro. Un uomo molto alto ha gli occhi più in fuori di me e mi rendo conto di quanto devo fare impressione anch’io, con gli occhi in fuori, la palpebra gonfia…sembra che io mi droghi chissà da quanto e soprattutto chissà di cosa…E mi viene continuamente in mente Igor di Frankenstein junior. “Questo è un malocchio! – E questo noooooo???”

Entro, racconto di nuovo la mia storia. Guarda le analisi, mi visita. Le solite cose: il foglio di carta sulla mano distesa (no, non ci sta fermo. Sì, cade) battito cardiaco (nuova parola: BRADICARDICA) e sentenzia: E’ DA TOGLIERE. Cosa, scusi? La tiroide, è da togliere. Ora prendo i suoi dati e la metto in lista d’attesa.

Togliere.

Ho tolto una ciste, anni fa. Ma era un cumulo di pus e pelle morta, una cosa schifosa. Invece un’organo…sì ok è una ghiandola, ok è impazzita, ma che vuol dire…mica si può buttar via qualcuno solo perchèimpazzisce, dai. Sarà un periodo. Le passerà. Magari ha bisogno solo di cioccolata ed un po’ di coccole…

Mi dice che non possiamo aspettare perchè rischio di perdere la vista. Pare che il corpo, nel combattere contro la tiroide impazzita, crei delle sacche di liquido. Che si poggiano un po’ qua un po’ la nella testa e nel collo. A me sono andate a finire tutte intorno agli occhi. E mi é anche andata bene, perchè avrebbero potuto andare nel cervelletto, cose così. Che culo allora!

Togliere.

Mi chiede quale oculista mi abbia in cura e dico nessuno. Sconvolto chiama un certo Costantino amico suo. Vada da lui la sta  aspettando.

Vado.

Quest’uomo mi fa mille misurazioni, mi riprescrive le gocce per la pressione, che era altissima, e delle lacrime artificiali densissime, che mi fanno compagnia tutt’ora.

Pare che io abbia la cornea completamente disepitelizzata – racconto al telefono a mia madre, per non parlare della tiroide da mandar  via.- La pressione degli occhi è molto alta, ero a rischio glaucoma. Mi ha dato le gocce. Dice che gli occhi non sono danneggiati,il nervo oculare, la forma del bulbo, la retina, tutto a posto. Solo c’è una grossa porzione di occhio che dovrebbe essere coperta e non lo é più, perchè é fuori dall’orbita. (mi scappa sempre da ridere pensando all’orbita) e poi forse dormo con gli occhi aperti

allora si seccano…mi ha prescritto le gocce. Dobbiamo togliere subito la tiroide, altrimenti gli occhi peggiorano.- dico d’un fiato.

E piango. Che io sono sempre stata una piagnona ma mai quanto in quel periodo. Diciamo che mi controllavo meno.

Il fatto è che io sapevo benissimo cosa significava un intervento alla tiroide. Anzi lo sapevo in parte, ero stata ottimista. Pensavo di non poter utilizzare le corde vocali per qualche mese. Invece sono passati due anni e mezzo.

Ad ogni modo ricomincio la mia vita, in attesa dell’intervento, che si prospetta verso ottobre. Solite crisi di panico, sonni disturbati, ciclo irregolare. Tutto normale.

A volte la mattina non riuscivo ad alzarmi. A volte mi mettevo la coperta sulla testa e pregavo che non suonasse il cellulare.

Mandavo messaggi al capo, qualcosa tipo “no no no no oggi non ce la faccio no no”

Un giorno la crisi fu talmente forte da costringermi a chiamare la guardia medica, che mi diede un calmante (prendevo comunque abitualmente dei calmanti naturali). Mandai un messaggio al mio capo e mi misi a dormire per sempre. Il messaggio lo trovai il giorno dopo sulla lavagna dell’ufficio:

“arrivati omini arancioni fatto puntura adesso Palla dorme come angioletto”

A marzo mi viene a trovare un’amica da Roma. Prendiamo la macchina. Metto in moto, batto la testa sul volante, svenuta. Due secondi. Mi riprendo e parto come se nulla fosse accaduto. Scusa, mi dice, ma cosa è stato? No, niente, tutto normale. Sì che poi io sono così. Anche se poi magari piango. Ma davanti agli altri non mostro mai paura, più le cose sono gravi più rido  e tranquillizzo tutti. Potrei tagliarmi una mano e ti farei pat pat con l’altra, sulla spalla, dicendoti “hey è tutto ok ora la ricuciamo!”

Mi costringe a scendere a Brindisi con lei per farmi mettere il lista lì. Magari ci sbrighiamo prima, non puoi stare così. Ma no…vedrai che sto bene, qui devo lavorare, aspetto qui. Ma la mia amica non è una persona a cui puoi dire di no così tranquillamente e quindi andiamo.

8 Maggio 2008. Brindisi. L’ora del ricovero era fissata per le 7, mi pare. Forse 7 e mezza. Le analisi di rito le avevo fatte nei giorni precedenti, appena arrivata da Bologna. Sangue, RX torace, allergologiche, ci mancava la rettoscopia. (posso dire gioiosamente che nella mia vita mi hanno fatto le analisi più assurde ma quella mai. Sono fuggita anche dal clistere prima dell’intervento al sinus. Sì quello fu un intervento con molte fughe) Compresa una prova allergologica in cui ti tengono 4 ore in una stanza con altre persone dandoti un pezzettino di compressa ogni  mezz’ora e vedendo se muori.  Difficile che muori ma vi consiglierei di portarvi un libro, se mai doveste farla.

La sera prima eravamo uscite. C’era un compleanno al tavolo di fianco al nostro e ci offrivano da bere, io gioviale dico no, domattina alle 7 ho il ricovero, vado a togliermi la tiroide. Ridendo… e chiaramente non mi crede nessuno.

L’intervento è durato circa 3 ore, qualcosa di più. Appena digerita l’anestesia, però, stavo già meglio. Non avevo palpitazioni, calma come non lo ero ormai da più di due anni.

Avevo un tubo nel collo, poco sotto la cicatrice (che sembrava enorme, ma in realtà era piccolissima) che finiva in un sacchetto schifoso. Il drenaggio. La flebo per ripulire il sangue dall’anestesia. Mi raccomando stia ferma, non può vomitare per nulla al mondo.Ah grazie per avermelo detto, di solito amo vomitare ma farò un’eccezione. Sto calmina e dormo. Mi sveglio accartocciata.

Eh già, proprio ACCARTOCCIATA. Mani e piedi si erano arrotolati su se stessi. Parestesia, si chiama. In pratica togliendo la tiroide c’è il caso che ti tolgano anche le paratiroidi, che sono 4 ghiandoline che assimilano il calcio. A me ne hanno tolta solo una, sembrano piccoli pallini di grasso, è molto difficile vederli e la mia tiroide era grossa e piena di capillari, che sono stati causticati ad uno ad uno. Un lavoraccio. A prescindere dalla paratiroide che mi mancava, però, le altre sono rimaste stordite e quindi avevo una grossa carenza di calcio.

Siamo cresciuti pensando al calcio per le ossa. Il latte, la compressina da piccoli per avere denti forti, lo yogurt speciale per le carampane in menopausa così che possano fare le scale correndo. Invece pare che il calcio sia implicato anche nella comunicazione tra nervi e muscoli. E così mi aspettavo dei leggeri formicolii (venivano le infermiere e mi chiedevano “senti un formicolìo?” Macchè, nulla) nessuno mi aveva parlato di parestesie.E quindi bona. Mi accartocciavo.

Mi infilano una simpatica flebo di calcio, due e mi distendo di nuovo. Benone.

La sera chiaramente ero già in piedi, mantenendo l’albero (quello della flebo) con una mano e il drenaggio con l’altra mi vado a fare una passeggiata. Sono stata una paziente irrequieta. Ero felice. Mi sentivo distesa, potevo anche vedere le foto di un intervento simile al mio senza agitarmi.

E rispondere al prete che voleva confessarmi con un sereno “no, grazie, ho intenzione di ripetermi”

Il cibo dell’ospedale faceva troppo schifo per restare, così allo stabilizzarsi delle analisi torno a casa, facendo conoscenza con l’Eutirox, col calcio ed il calcitriolo. Più chiaramente antibiotici e qualche altra diavoleria che non ricordo.

Mi sentivo una bambola di pezza.

Non potevo iniziare con un dosaggio alto di Eutirox (sarebbe l’ormone che normalmente produce la tiroide. Praticamente la sostituisco artificialmente. Con la differenza che in un corpo normale la tiroide entra in funzione alcune volte al giorno e sistema le cose.Io prendo la pasticca una volta al giorno e al corpo deve bastare quella.) perchè avevo ancora da buttar fuori schifezze che il mio corpo aveva prodotto (non la cacca bensì tossine, adrenalina…) in quei due anni. Ed avevo ancora del Tapazole in circolo.

Quindi bon, penso di essere stata circa 3 settimane a rimettermi in sesto. Dopodichè torno a Bologna.

Stavo abbastanza bene. Tranne che parlavo come un trans con una patata in gola. E appena muovevo il collo mi mancava la voce. Molto strano per me che ero abituata ad avere una bella voce, molto brillante e presente. Cantare nemmeno ci pensavo.

Torno, mi faccio vedere dall’endocrinologo che è tutto felice (bah, penso che quell’uomo sia terrorizzato dalle tiroidi, immaginarle in pasto ai gatti lo rendeva euforico) cammino tra le persone con il ghiaccio sul collo ( si trattava di AGO ASPIRATO, praticamente una biopsia che ti fanno alla tiroide per vedere se c’è qualcosa di brutto) e mi faccio vedere dall’oculista, per iniziare l’altra trafila.

Pare che, nel mese dall’intervento alla visita, gli occhi siano retrocessi. Ok mi dice, attendiamo che ti stabilizzi e poi pensiamo ad un intervento (wow, sentivo la mancanza proprio) di DECOMPRESSIONE ORBITARIA. Sì questa parola fa ridere.

Comunque stanno retrocedendo, quasi certamente non ci sarà bisogno. Rivediamoci.

A fine Giugno torno a Brindisi, dopo un mese in cui mi rendo conto di non riuscire a tornare subito uguale a prima (con enorme caduta di autostima) non riesco a lavorare, nemmeno a parlare per troppo tempo. Litigo con Claudia, insomma l’esplosione dopo due anni difficilini.

Prendo tutte le mie cose, alcune le vendo, carico la macchina come un uovo e ci mettiamo in viaggio, io e Sally. Un caldo da morire, Sally che mi alitava sul braccio. Per 800 chilometri. Ci ho messo una giornata intera. Tra me che non mi sentivo granchè (ma MAI ammetterlo al telefono con mia madre che preoccupatissima mi chiamava ogni ora) e Sally che soffriva il caldo. Tra acqua e pipì e riposino…800 chilometri

L’estate del 2008 non è stata male. Non mi preoccupavo tanto di trovare un lavoro, facevo qualche serata di Karaoke con la mia amica, chiaramente io stavo al mixer perchè di cantare niente da fà. Qualche giorno da promoter che non so nemmeno io come sono stata in piedi. Ma figuriamoci. Tra orgoglio e forza di volontà scalerei le montagne. Se solo non trovassi molto stupida l’idea di farlo.

A settembre ricomincio a fare qualche lavorino e a novembre mi prendono in una succursale dell’azienda in cui lavoravo a Bologna. A Bari. Ci trasferiamo io, Sally ed il mio zainetto di medicinali. L’Eutirox 125 – 150 (alternativamente), il calcio in compresse effervescenti che ti sfondano lo stomaco, il calcitriolo. Ed il nuovo amico: il Bentelan. Che mi causò un gonfiore tale ai piedi da dover camminare sulle ginocchia. Stavamo tentando di sfiammare le palpebre che erano diventate completamente rosse.

L’alternativa sarebbe stata allegre punture direttamente nelle orbite. No, grazie, passo.

Prendo questa casa terribile in cui sono rimasta sola da novembre a luglio 2009. Finchè ho traslocato.

Nel frattempo avevo una dottoressa nuova, di un’antipatìa speciale, che mi teneva sotto controllo analisi e dosaggi di Eutirox. Via fax. Nemmeno a dirglielo che mi sentivo un po’ stanca ed ero ancora grassa (con quello che ha passato e passerà pensa al fisico? Oh senta, esser figa lo sono sempre stata, ci vorrei tornare, grazie). Ogni tre mesi circa andavo a Bologna a controllare gli occhi.

Avevo ricominciato una vita più o meno normale, con una faccia orrenda, l’occhio destro più fuori del sinistro, molti chili di troppo.

A Gennaio 2010 sclero: mollo il lavoro, ne trovo un altro più remunerativo, mi metto a dieta. Perdo 15 chili in 4 mesi, che non ho più ripreso, grazie al dosaggio lievemente maggiorato di Eutirox ed una alimentazione più sana. Di faccia ero ancora un mostro, ma il corpo era carino.

Ad Agosto 2010 cambio casa e città. Mesagne. Claudia aveva trovato un buon lavoro, anche lei non ne poteva più di Bologna, prendiamo una casa carinissima con un enorme balconata, terrazzo, un bagno gigante.

Nel frattempo la voce era un po’ tornata. Riuscivo a cantare canzoni molto basse di tonalità, il falsetto nemmeno a spararmi. Voce brutta, sfibrata. Mia sorella e le amiche però iniziano ad insistere: TU DEVI RICOMINCIARE A CANTARE.

Una mia amica lavorava in una scuola in cui c’era una buona insegnante, così mi iscrivo. Decido per una nuova vita: scuola di canto e palestra.

Inutile dire che la palestra non è durata molto. Ma la scuola di canto ha dato ottimi risultati. Abbiamo reimpostato la respirazione, il mio concetto della mia voce, sono ripartita pressocchè da zero, sapevo solo respirare abbastanza bene e quel poco di teoria.

Nel frattempo ero in lista per l’intervento di Decompressione orbitaria. Dopo due anni dalla tiroidectomia ci siamo arresi: gli occhi non tornano indietro da soli, bisognerà dar loro una spinta. (una tirata, veramente)

18 Novembre 2010

Partiamo: io, mia madre ed il classico pijama nuovo che-non-sia-mai-ti-ricoverano. Cuccetta. Mi piace la cuccetta perchè si risparmia tempo e perdere tempo è una delle cose che odio maggiormente nella vita. Arriviamo la mattina alle 6:15, ci mettiamo la strada sotto i piedi. Adoro quella strada dalla stazione all’ospedale Sant’Orsola, attraversare tutto il centro storico: via Indipendenza, le torri, via San Vitale, via Massarenti. Lei aveva preso una camera vicino all’ospedale, in un affittacamere apposito per parenti degli allettati.

In quei giorni c’era in workshop per specializzandi in chirurgia endoscopica. Mi spiegano che il mio intevento sarà ripreso e proiettato in una enorme sala conferenze adiacente all’ospedale in cui qualche centinaio di medici ne saprà più di me di come è fatto il mio cranio all’interno. Mi rode ancora. Loro lo sanno ed io no.

Mi mettono in guardia su mille cose tra cui il fatto che, essendo i muscoli delle orbite molto danneggiati, potrei avere gli occhi le ggermente storti dopo l’intervento. Ma non si preoccupi perchè poi li sistemiamo.

Il pre-intervento non fu fichissimo come al solito. La preanestesia durò pochissimo e mi fece un male cane dal buco in cui l’hanno iniettata fino al torace. Mi sentivo morire. Il risveglio peggio ancora. Quando ti risvegli dall’anestesia mica te lo ricordi cosa hai fatto. Nello specifico ti sembra di chiudere ed aprire gli occhi e non è successo nulla. Poi ti ricordi e inizi a sentire mal di testa e poi tutti gli altri dolori. Io avevo i tamponi nel naso, ovviamente, e nessuno intorno mi diceva di respirare con la bocca.

Vabbè, è andata.

Siamo state lì circa 4 giorni, un po’ più del solito perchè nella narice sinistra, per entrare, hanno dato dei colpi di scalpello. (era previsto) e quindi ho tenuto il simpatico tampone un giorno in più.

Se vi sta antipatico il Tampax evidentemente non avete mai subito un intervento al naso. Quello sì che è un tampone odioso. Ora. Se io avessi dovuto fare un intervento simile per ragioni estetiche me ne sarei pentita. E non so come fa la gente che dopo il primo si fa anche il secondo. Solo perchè la punta non è perfetta. Ma vaffanculo. Fa un male dellamadonna. E non dormi per tre notti, finchè non ti tolgono quei cosi che ti opprimono sembra ti debba esplodere la testa. E non respiri. Respiri con la bocca, ti si secca tutto, una agonia. Facevo puzza. Tipo ultimo giorno di mestruazione, tipo macello. Sangue rancido. Che schifo.

Anche lì però non aspettiamo la ripresa totale, al secondo tampone chiedo “senta ma per caso potrei uscire?” dice sì, in teoria sì…ed ero già tutta vestita lavata profumata (pare, io non sentivo nulla) pronta per andarmene. Mia madre va a prendere il biglietti del treno nel mentre io attendo tutta felice il foglio di dimissione. Mi fanno mille raccomandazioni: dorma con la testa alta, metta questo liquido, poi questo, nel naso ogni 3 ore, poi questo e quest’altro, non si soffi il naso, non faccia sforzi, prenda la supposta di glicerina. (sì, giuro, non potevo fare nemmeno quello sforzo lì)

Vedevo doppio. Ma proprio doppio lontano, la gente con due teste, doppi pali, doppia porta e non sapevo qual’era quella giusta, le luci doppie, eccetera. E non sentivo gli odori.

Avevamo la cuccetta anche al ritorno. Ma quella faceva troppo caldo, io avevo male in tutta la testa, e il caldo mi gonfiava le orbite. E poi puzzavo. Non lo sentivo ma lo sapevo e questo mi faceva sentire un’appestata.

Come sempre, in qualche modo, siamo arrivate, ho mostrato i miei occhi storti alla famiglia ed ho iniziato la ripresa. Evvai di Eutirox, Calcitriolo (il calcio non lo prendevo più da qualche mese) e poi sciacqui, gocce, antibiotici. Fermenti lattici per sopperire agli antibiotici e via andare.

Chiaramente sono stata a casa il minimo indispensabile, ho iniziato ad uscire presto, anche se con gli accompagnatori sbagliati, che mi lasciavano sola in mezzo alla strada, o mi facevano andare a sbattere contro le porte. Il fatto è che non mi mostravo come una handicappata. Portavo gli occhiali scuri per non farmi accecare dalle luci che vedevo doppie, nessuno avrebbe detto che avevo un problema a meno che non fosse andato a vedere cosa sputavo nel fazzoletto (sangue e boh, forse neuroni).

Chissà quanta gente avrà pensato che ero timida, o pusona, a portar sempre gli occhiali. Che poi ne avevo di fichissimi, chiaramente.

Stavo anche al computer, raccontando divertita l’intervento, mostrando foto di me con la fantastica vestaglia dell’ospedale, chiacchierando con gente sconosciuta tra cui un certo chitarrista il cui nome era da qualche mese tra le parole di alcuni amici.

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