“È Scienza! Mica filosofia!”

Vedo spesso scienziati (in generale, cioè ricercatori, biologi eccetera, tutta quella gente che si occupa di scienza = scienziati) cercare di avvalorare le proprie tesi sottolineando che la loro non è mica filosofia, ragazzi, è Scienza!!! Che mica stanno a filosofeggiare, mica sono tesi filosofiche!!!
Chiariamo una cosa: io stimo tantissimo e difendo la Scienza e la comunità scientifica. Sono anti – complottista fino al midollo e Debunker nel sito più letto del settore. Mi inchino e mi prostro eccetera a chi ha saputo approfondire materie per le quali, davvero, non ero portata.

Ma non siamo più nell’Antica Grecia, ci sono stati periodi, metodi che si sono susseguiti e sostituiti ai precedenti (come nella Scienza) e oggi il filosofo non è più un vecchietto con la testa fra le mani che pensa fantasiosamente alla terra e l’universo e la composizione della materia umana. Ci sono stati i Filosofi tedeschi, che forse vi annoiavano a morte al Liceo, ma che hanno dato una forte spinta alla materia, in generale. Vi consiglio questo simpatico video, che ci ironizza su.

Si tratta di metodi differenti. Di settori, ambiti di analisi differenti.

I filosofi di oggi argomentano eccome le loro tesi, utilizzando filosofi più accreditati di loro (le cui tesi sono, quindi, giù ritenute valide) e avvalendosi del supporto di studi storici, antropologici, psicologici, sociologici eccetera. Certamente esiste un limite gnoseologico: LE TESI NON SONO RIPETIBILI, quindi non diventano verità come quelle scientifiche. Rimangono tesi. Ma questo non le rende meno realistiche, o addirittura totalmente fantasiose come alcuni pensano. Le teorie filosofiche vanno argomentate, e per farlo si utilizzano bibliografie vastissime che toccano svariati ambiti. Stiamo sempre parlando della ricerca sulla “Natura Umana” (da filo – Costruttivista rinnego la possibilità di una conoscenza totale della Natura Umana, quindi le virgolette), ed è un campo epistemologico vastissimo. La mia tesi triennale, per portare un esempio che conosco bene, riportava nella bibliografia testi di Psicologia, Storia, Psichiatria clinica, Sociologia, Genetica ed Embriologia, Endocrinolgia… questo perché quando ci si interroga (Filo sofia = amore per il sapere, come ci hanno insegnato durante la prima lezione di questa nuova materia, al Liceo) sull’essere umano bisogna intrecciare tutti gli ambiti di cui esso è composto.

E quindi, a cosa serve oggi un filosofo?
A porre domande, credo. A mostrare la luna, ma parlando anche del dito. A fare dell’esercizio di pensiero, quello a cui non siamo molto abituati, forse perché abbiamo molte risposte (una immensa mole di conoscenza umana mondiale, consegnataci da chi ha vissuto prima di noi), e non vogliamo riflettere più di tanto, che dobbiamo finire di giocare alle palline colorate (qualcuno mi può dire che diamine sono quelle palline colorate su cui si imbambolano tutti al cellulare in treno – autobus – sale d’aspetto?).

Ci sono certamente domande senza una risposta esatta, ma sono soprattutto quelle proiettate al futuro, le soluzioni che ognuno vuol dare ai problemi economici, ad esempio.  Così un gruppo nutrito di eminenti filosofi apparecchia il Convivialismo, altri preferiscono rimanere sul tradizionale Comunismo e altri ancora ritengono sia possibile rendere etico il Capitalismo ma senza le esagerazioni dei paradigmi precedenti. Perché Homo Homini lupus est. E quindi, come funziona?
Funziona che i sostenitori del Convivialismo hanno unito le forze con gli antropologi, scoprendo che prima del Capitalismo gli esseri umani erano portati a socializzare i beni. E quindi, riassumendo, l’essere umano è naturalmente portato a condividere, donare, curare. È vero? Evidentemente sì, perché lo dicono gli studi antropologici, ma altrettanto vero è che siamo esseri di struttura culturale, soprattutto, e quindi possiamo essere portati quanto vuoi a donare, ma se ci insegnano che nel mondo non ci sono risorse per tutti e che dobbiamo conservare ciò che potrebbe mancarci domani, smettiamo di esserlo.

QUINDI CHI HA RAGIONE?
Tutti. E questo vi fa fatica. Non esiste la verità totale, in alcuni ambiti esistono delle premesse e delle condizioni. E non siete più abituati alle premesse, non siete abituati a dire “dipende, vediamo, analizziamo”. Quindi lo fanno i filosofi.

Quest’ultima tirata ha delle motivazioni. Quando due anni fa iniziai a scrivere la tesi (più di due anni, ormai) posi delle domande su Facebook. Domande aperte, ambigue quindi, con un’infinita gamma di risposte possibili. Risposte tutte valide, se fossero state argomentate.
Domande che innervosivano. Cosa vuoi dire? Cosa intendi? Avresti dovuto scrivere così/ cosà.
Mi sono resa conto del motivo per cui la gente (laggente, la maggior parte delle persone, intendo) legge le opinioni altrui sui social. Vuole qualcuno che riassuma i suoi pensieri, che gliene presti uno, e quindi annuire; oppure qualcuno con cui incazzarsi, da vedere al proprio opposto, della squadra avversaria. RAGIONARE fa fatica, accettare le mille possibilità che ci si aprono rispondendo ad una domanda aperta, rispondere argomentando, attingendo al proprio bagaglio personale. Tutto troppo faticoso. Volete le cose bianche o nere, e capire di che squadra fa parte il prossimo.

Se aveste incontrato Socrate che vi pone delle domande in piazza lo avreste attaccato dicendo “ma come? Non lo sai? Non ti informi?” o peggio “credi che io non sappia rispondere? Eh? Sveglia!”. Eppure vi sbrodolate riguardo dita, e lune.

Ecco, è questo che fa il filosofo. Tutto il contrario.

 

 

p.s. Io amo le certezze, e apprezzo moltissimo che ci sia gente impegnata a cercarle. Ma se prima non esplori le possibilità, non ti poni quesiti e non metti in moto il cervello, come le trovi le soluzioni?

 

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