Caro Filippo Bovo, (e tutti gli altri), la satira non è una formula matematica

Non so se questo messaggio arriverà mai al destinatario, ma può servire ad altri per approfondire. Mi riferisco a questo articolo: Charlie Hebdo, la satira deve deridere i potenti, non i deboli., che contiene alcuni errori sia di valutazione sia storici. La vignetta in evidenza è di Felinia, per il resto VENGO IN PACE, mi premeva solo precisare alcune questioni.

INNANZITUTTO.

La satira non è una formula matematica. Anche usando tutte le regole retoriche del caso, le stesse sono malleabili. Insomma, posso dire qualcosa, ma posso anche fare un certo giro di parole per dirlo. Perfino Aristotele, nella Poetica, lasciava libertà di gusto proprio. Non ha scritto “non dovete MAI parlare di storie collaterali a quella principale”, bensì ha detto che, se utili alla comprensione, se coerenti e contestuali, le storie collaterali si possono mettere. E giù spiegazioni. Perché è così, è complesso.

Per giudicare un’opera non bastano le famose assi delle ascisse e delle ordinate di Sound and Sense: An Introduction to Poetry di Laurence Perrine  (per capirci, la pagina sulla valutazione della poesia che il professor Keating, de L’attimo fuggente, fa strappare agli allievi. Direi giustamente.); e non basta, oggi, nemmeno Aristotele con la sua poetica. Altrimenti dovremmo buttare nel cesso buona parte della Drammaturgia dall’800 in poi e quasi tutto il cinema. Per giudicare un’opera bisogna innanzitutto conoscere quel genere, averlo assorbito, gustato, digerito, cacato e visto i fiorellini crescere dalla nostra produzione concimatoria (che probabilmente non si dice ma mi suonava troppo bene). Bisogna respirare satira, avere un cancro e parlarne, avere la  mamma morta da poco e parlarne, oppure stare con una gamba in mano, appena mutilata, e parlarne. PER ESORCIZZARE. Perché, come dice Gervais, si può ridere di tutto, ma si deve ridere soprattutto delle cose brutte, perché è così che si superano meglio, si fanno diventare belle: una risata è bella.

Le cose belle sono invece già belle.

Con ciò sto dicendo che Bovo non capisce niente? No. Sto dicendo che evidentemente non non conosce molto bene la satira. L’ha vista passare, le ha guardato il culo, ma non ci ha vissuto insieme, non le è stato vicino mentre vomitava per un post sbronza. Si salutano la mattina in ascensore. Che non vuol dire non saper leggere una definizione, vuol dire non averla fatta propria. Vuole usare le ascisse e le ordinate per valutare una vignetta.

Vignetta che ha un difetto. Grosso. Ha un protagonista in absentia. PANICO.

E sì perché è verissimo che la satira deve avere, come BERSAGLIO PRINCIPALE (ci torno dopo), un potente, un vincitore, un vizio comune… e questa vignetta ce l’ha.

MA NON SI VEDE.

E al pubblico della televisione e delle notizie su internet con la foto grande e le scritte piccole DOVETE FAR VEDERE CON CHI CE L’AVETE. E guardate, non lo dico io e non è un problema di cultura personale o ignoranza, è un problema di capacità di astrazione (a tal proposito vi suggerisco il libro Homo videns, di G. Sartori, che lo spiega benissimo).
Il protagonista non si vede, quindi non c’è. Che è un po’ come dire che Cyrano nella prima scena dell’opera di Rostrand non c’è. Tutti parlano di lui, ma non c’è fisicamente, giusto?

NO.

La vignetta ha diversi livelli di lettura (da qui la bravura, anche se,  premetto, lo stile di Charlie Hebdo, per quel pochissimo che conosco, non mi entusiasma), dei quali bisogna immediatamente superare il primo, quello immediato. Come tutte le vignette satiriche fatte bene, ragionate, non è immediata. Cosa stiamo vedendo? Due persone tumefatte e un cumulo di macerie, con sopra dei nomi di piatti italiani. Quindi la prima lettura è: stai prendendo per il culo le persone morte. Epperò è sbagliata, direbbe il sacerdote di Quelo.

In questo ottimo articolo il buon David ci offre la lettura di vignettisti. Vignettisti satirici. Persone che la satira non l’hanno solo vista passare e salutata, ma se la sono portata a casa, le hanno fatto lasciare lo spazzolino e lo struccante in bagno, e sono rimasti dopo il sesso a farle le coccole (qui la battuta sta nel fatto che io odio gli stereotipi e li sto utilizzando, ma pochi la capiranno). Gente esercitata a fare e giudicare il linguaggio satirico. Perché nel linguaggio l’esercizio è fondamentale.
Eccheccidicono di così importante? Ci danno altre possibili chiavi di lettura. Ce ne sono svariate. Ma una sola cosa è certa: non ce l’hanno con le vittime. Le vittime sono uno stratagemma visivo per colpire immediatamente e far passare il messaggio. Il messaggio che ci sono delle vittime ma voi state pensando alla vignetta, innanzitutto, che avete provato pena ma non serve a un cazzo, poi tutto un ragionamento si può fare sulla triade semantica “preparar da mangiare – mangiarci sopra – mangiarsi addosso”, poi c’è chi nel disegno a  destra ci vede la scuola costruita recentemente ma, evidentemente, non coi criteri anti sismici del caso (e quindi torna il “mangiarci”) eccetera.

Tante chiavi di lettura, oltre la prima, quella immediata, quella di chi ride per le scoregge e le stelle di Natale nel culo. Perché questo è.

Ho criticato poi del signor Bovo la conoscenza di Aristofane. Guardi, non credo nemmeno sia poca conoscenza, io credo Charlie Hebdo le stia sul culo. Però ha commesso un errore.

Aristofane è il grande maestro della parodia. Nelle sue opere sfotteva personaggi politici, usi e costumi della polis, vizi. E poi sfotteva i tragediografi, e soprattutto Euripide, che era famosissimo, molto importante. per capirci è un po’ come se in Italia sfottessi Sorrentino.
Ma per fare ciò usava anche lo stratagemma di prendere in giro i deboli, perché strumentali al prendere in giro Euripide.

Ad esempio Euripide ha dato, nelle sue opere, molto spazio alle donne. Certo rimanevano delle stronze pazze e ingannatrici, però con maggiore dignità rispetto alla tendenza generale. Diciamo che passavano con Euripide da totalmente irrilevanti a intelligenti ma inaffidabili. Ora non mi sto a dilungare.
Per parodiare questa tendenza euripidea Aristofane nelle Thesmophoriazuse racconta di un Euripide spaventato che le donne, durante questa festa, potessero tramare contro di lui (era appunto una festa per sole donne) e quindi manda prima Agatone poi Mnesiloco a difenderlo, vestiti da donna. Qui simpatica scenetta della depilazione, anche dei peli del culo. Risate.
Aristofane ribalta una famosa scena di Euripide facendo prendere a Mnesiloco una bambina dalle braccia di una donna (si sono tutte incazzate e non vogliono ascoltare le sue parole in difesa di Euripide), che si rivela invece essere un otre pieno di vino. Quindi Aristofane dà delle beone alle donne che partecipano a questa festa, e lo fa nell’ambito della presa in giro nei confronti di Euripide.
La stessa scena la utilizza ne Gli Acarnesi, sostituendo il bambino con un sacco di carbone, a cui i cittadini tenevano come se fosse un bambino vero, perché erano legati alle ricchezze della terra. Due esempi quindi di satira nei confronti di deboli CHE PERO’ è strumentale e collaterale alla satira nei confronti del bersaglio principale.

Ovviamente siete tutti liberi di leggere le opere citate e dirmi che ho torto, se ne ho.

IN CONCLUSIONE

La satira vi deve piacere per forza? No, siete fissati con sta cosa che la gente vi deve far piacere per forza le cose. Che personalità debole, santo cielo.

La satira deve far ridere? No. Non necessariamente.

La satira si deve capire? Sì. Vedete, la comicità si basa sul riconoscimento immediato. Deve farci dire, IMMEDIATAMENTE, “ah, sì, cazzo hai ragione!”. Subito, se no non funziona. Come quando ti devono spiegare le barzellette.
Ora, non tutti abbiamo lo stesso background culturale. Non abbiamo visto gli stessi film, letto gli stessi libri, vissuto negli stessi posti. Quindi la comicità, come ogni arte, ha un pubblico preciso, un target. Però mentre Checov lo guardi, non lo capisci, poi te lo spiegano, lo riguardi e lo capisci e magari lo apprezzi, la comicità passa il momento, e non la apprezzi più. Anche la satira deve far pensare e deve colpirti allo stomaco, poi forse ridi, forse no. Ma anche quella è immediata.

Gli agoni comici venivano rappresentati soprattutto durante le feste locali. Perché parlavano di personaggi locali, politici che tutti conoscevano, disprezzavano, e quindi ne ridevano. La tragedia no, quella aveva temi più vasti, legati alla vita, al fato… e potevano apprezzarli tutti.
Ecco, la comicità ha un pubblico ristretto, di volta in volta in base all’argomento.
Poi esiste la comicità così detta “nazional – popolare”, le scoregge, le botte in testa, la gente che cade. Quello è il grottesco, e fa sempre ridere. Perché sono cose che tutti noi conosciamo, e ci rivediamo.
Poi c’è la satira, che oltre ad avere argomenti specifici, su cui non a tutti piace leggere qualcosa, ha anche vari livelli di lettura. A volte ne ha anche immediati e che fanno ridere tutti, come dire in una commedia che le donne che vanno alle feste in onore di Demetra sono delle beone, a volte il livello di lettura immediato non fa ridere nessuno, e tutti si incazzano.

Ecco, quello è il momento in cui, se non avete voglia di approfondire e mettervi in discussione, dovreste TACERE.
Ricordate sempre che abbiamo la LIBERTA’ di opinione, non l’OBBLIGO

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