La violenza sulle donne, la retorica e i danni di una visione vittimistica

Quando si parla di violenza di genere di solito si intende violenza degli uomini sulle donne e ancora più spesso si intende esclusivamente violenza fisica degli uomini sulle donne.
Tutto questo a mio parere è troppo restrittivo nel grande ombrello semantico della violenza di genere. Perché se voglio andare ad analizzare il significato di questa espressione a me viene da pensare che la violenza di genere sia la violenza perpetrata verso qualcuno per motivi di genere, ovvero per reiterazione forzata di codici comportamentali appartenenti al genere. Quindi picchiare qualcuno perché quel qualcuno non rientra negli stereotipi di genere, o perché gli stereotipi a cui voglio aderire io mi costringono a usare violenza. E in quest’ultimo caso posso usare violenza, invece che discutere, perché “gli uomini sono aggressivi”, se sono uomo; oppure posso usare violenza psicologica perché “le donne sono astute e lagnose” se sono donna.

Cambiano i modi, non il fatto che io stia usando violenza.

Quindi già il concetto che la violenza di genere sia la violenza dell’uomo sulla donna (alcune persone che si occupano di Pari Opportunità addirittura vorrebbero che si parlasse dichiaratamente e solo di violenza degli uomini sulle donne e non più in generale di violenza di genere, visto che di solito per quest’ultima si intende la prima) elimina diverse questioni che invece hanno eccome a che fare con lo stereotipo di genere. Inoltre sottende una premessa falsa: che le donne siano sempre e comunque più deboli, quindi predisposte a subire violenza da un uomo, il quale è invece sempre più forte (a tal proposito mi passano questo articolo, molto interessante). Chiaramente questo assunto elimina dalla discussione anche ogni tipo di violenza psicologica, che invece è un fatto molto grave, e molto diffuso, da parte di uomini e donne.

Oltre a escludere una serie di eventi di violenza riconducibile all’imposizione del genere, ovvero i delitti a stampo omofobico e il bullismo nei confronti dei ragazzi considerati non sufficientemente mascolini, questo concetto esclude tutto l’impianto ideologico che porta una donna a essere vittima del proprio compagno. Tutto il percorso di violenza di genere che viene usata sulle donne e sugli uomini affinché essi si pieghino allo stereotipo del proprio genere di appartenenza.

UNA DONNA NON SUBISCE VIOLENZA PERCHÉ È DEBOLE MENTRE L’UOMO INVECE È FORTE, UNA DONNA SUBISCE LA VIOLENZA PERCHÉ NON È STATA EDUCATA A RICONOSCERLA PRIMA CHE ESPLODA

Una donna che subisce violenza dal proprio compagno, in maniera continuata, quindi da una persona che vede tutti i giorni, che conosce, non è in grado di riconoscere i segnali che sfoceranno, probabilmente, nella sua uccisione o aggressione fisica, perché è stata abituata fin dalla nascita a considerare normali alcuni atteggiamenti oppressivi e prevaricatori, ed è stata educata a questo da un padre e una madre. Quindi da una donna, anche, che ha dentro di sé, forte, nel sangue, il patriarcato, e che ha potuto influenzare la figlia fin nelle sue fibre primordiali.
E, in questo meccanismo, come facciamo a parlare di violenza dell’uomo sulla donna?

La madre che redarguisce la figlia per non essere sufficientemente silenziosa e remissiva, la madre che accetta di essere trattata come uno straccio dal marito, e giustifica la sua aggressività, e anzi parla di se stessa come  di una martire guerriera, forte abbastanza da poter sopportare le pene di essere donna, non sta reiterando un meccanismo che porta, facilmente, alla violenza di genere nel senso di violenza fisica? Anzi, più precisamente: non è questa imposizione del genere già una violenza di genere, che porterà probabilmente alla violenza di un uomo (educato a giustificare ogni suo atteggiamento aggressivo) su di una donna, ovvero questa figlia?

Ritenere che la violenza di genere sia solo la violenza degli uomini sulle donne esclude la possibilità che la vittima sia in realtà cresciuta da vittima, e che esista un impianto ideologico radicato che fa sì che quella vittima resti tale, si senta in colpa, perfino. Ritenere che la violenza di genere sia solo la violenza degli uomini sulle donne, quindi, in ultima istanza, non ci farà mai comprendere perché le donne non denuncino, o non lascino il mostro.
Se continueremo a portare avanti questa idea, che gli uomini sono forti e violenti e le donne deboli e remissive, e quindi gli uni aggrediscono le altre, non riusciremo mai a capire per quale motivo queste vittime non fanno ciò che le vittime dovrebbero, razionalmente, fare: cercare qualcuno che le difenda.

La persona che si tiene accanto il despota è convinta che il despota sia l’unica persona che potrà mai amarla. Perché crede di non meritare amore (“sono cattiva, nessuno mi amerà”, pensa la figlia/il figlio cui si è detto “se ti comporti male la mamma non ti vuole più bene”).
Poiché è stata picchiata da piccola o semplicemente educata a sentirsi sbagliata, o piegata a essere remissiva e muta, quella donna non riconoscerà mai il mostro che ha accanto.
Perché è talmente convinta che le donne debbano stare zitte che ogni volta che si sarà ribellata si sentirà, in fondo, in errore. E questo lo avrà imparato grazie all’esempio di una donna, molto probabilmente. Quindi possiamo mai parlare di violenza degli uomini sulle donne, quando questa è solo la punta di un iceberg fatto di educazione inconscia, subdola, fatta di esempi errati e parole malate?
E quest’ultimo paragrafo ha molto di autobiografico, ma corroborato dalle letture successive, che hanno confermato le mie teorie. Ci sono tante donne così, tra le vittime deo propri compagni. Stiamo molto attenti, perché quella violenza è finita con un uomo che uccide una donna, ma è iniziata con una donna che partorisce una donna (dove partorire è da intendersi in senso lato. Una persona diventa madre anche quando adotta, quindi partorisce un’idea di figlio).

Parlare di violenza degli uomini sulle donne scagiona le donne portatrici di patriarcato. E questo è grave. Perché ogni volta che gli uomini tornano incazzati da lavoro, si girano male coi figli e le mogli li giustificano, quelle donne stanno reiterando codici di genere che porteranno a un errata convinzione sugli uomini e sulle donne.
Siamo esseri umani e il lavoro spesso è pesante, ma le donne vengono giustificate allo stesso modo? Ammettendo sia giusto (io credo ci si debba sfogare fuori, e non coi figli) girarsi male senza chiedere scusa, viene mai fatto a generi invertiti?
Bisogna scavarsi dentro, estrapolare il patriarcato che ci portiamo tatuato nel cervello, prima di insegnare qualcosa agli altri o stilare addirittura delle leggi. Facciamolo questo lavoro dentro di noi.

L’imposizione degli stereotipi di genere è già di per sé una violenza, che sfoci o meno con il femminicidio. Emergenza di cui non nego affatto l’esistenza, anzi. Sto cercando di includere, in tutte le possibili motivazioni di questa emergenza, ogni tipo di costrutto culturale abbia portato fin qui. Anzi proprio perché c’è un’emergenza voglio capire come eliminarla.
Perché dire semplicemente violenza degli uomini sulle donne esclude tutto un impianto culturale, e premette la possibilità che gli uomini siano violenti per natura, e le donne deboli per natura, e quindi distrugge tutto il sapere di genere che nei decenni abbiamo costruito. Oltre come ho già detto a non far comprendere appieno il perché le donne, pur esistendo delle premesse, non lascino o denuncino il  mostro. Non aiuta a comprendere cosa porti a una tale dipendenza emotiva.

Dice Bourdieu:

La violenza simbolica si istituisce tramite l’adesione che il dominato non può non accordare al dominante

Cioè un dominato che non si sogna neppure lontanamente di potersi ribellare, e quando lo fa si sente talmente in colpa da accettare, in qualche modo, la punizione. Un esempio: quando le donne si descrivono e ammettono di essere molto forti e determinate spesso dicono di essere insopportabili, aggressive, e di avere al fianco degli uomini paragonabili a santi, che “le sopportano”.

E, d’altro canto, un dominatore forzato, che DEVE essere dominatore, quindi non si sogna neppure lontanamente di accettare il contrasto, e di dover argomentare la propria convinzione, o la propria volontà di essere accudito- servito – apprezzato eccetera.

Inutile, per chi sa come la penso, ribadire che per me il maschilismo nuoce anche agli uomini, e che con ciò non nego esista la necessità di valutare le motivazioni del femminicidio, per eliminarlo dalla radice. Anzi è proprio comprendendo tutto il portato culturale della violenza di genere che si può fare, perché la donna picchiata, o uccisa, o vessata, in quanto ha lasciato il compagno (quindi non rientra più nello stereotipo della donna – oggetto, della donna che deve accudire e comprendere sempre il proprio compagno) e il ragazzino picchiato, ucciso, vessato in quanto “amante dei glitter o del rosa” (senza necessariamente questo significhi disforia o orientamento omosessuale, solo un gusto lontano dallo stereotipo) sono due facce della stessa medaglia: la violenza di genere

 

 

 

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