Né dritta in piedi né piegata

Ero una ragazza incomprensibile, difficile, ingovernabile. Alcuni dicono ancora “aggressiva”, quelli che vogliono prevaricarmi, generalmente. Ero sincera fino al midollo, e attenta, riflessiva.
Una grandissima “testa di ghianda”. Dura, durissima. Pensate che pretendevo mi si spiegasse per quale motivo avrei dovuto fare determinate cose come stare seduta composta, non alzare mai la voce nemmeno quando mi stavo divertendo, non sporcarmi, non sudare. Non contraddire.
Ero uguale a come sono oggi, ma credevo di essere sbagliata. In realtà spesso facevo cose sbagliate, ma è diverso da “essere sbagliata”. Non mi dicevano “hai fatto questa cosa in maniera sbagliata”, mi dicevano che ero sbagliata io. Che dovevo cambiare.
Mi dicevano che ero sbagliata e sarei rimasta sola, nessuno  mi avrebbe amata perché ero impossibile. Proprio così: IMPOSSIBILE.
Non importa chi lo diceva. Lo dicevano spesso.
Così un giorno dopo un paio di brutti imbrogli trovai un ragazzo che mi voleva e mi innamorai. Avevo paura di perderlo da subito perché avevo deciso che mi sarei fatta amare. Quindi mi lasciai piegare.

Non dovevo uscire con le amiche e non dovevo dar confidenza ai ragazzi, al massimo a mio cugino che era in classe con me.

Ero sempre stata considerata “troia”, perché non mi importava di nulla e parlavo con tutti, e tanto “troia” è un riassunto per dire “non devi comportarti così”. Quindi decisi che dovevo cambiare e cambiai.
Non indossavo più le minigonne (mi stavano bene, ero muscolosa) e i pantaloncini corti.
Non era nemmeno necessario dirmelo, lo facevo e basta. Volevo diventare amabile e sapevo quali erano le regole.

Non me lo ricordo quando si è arrabbiato per la prima volta con me. Mi pare fosse quella volta che ero andata al mercato con mia madre senza avvisarlo. Non mi ricordo se fu quella la prima volta che mi alzò le mani. Non importa.
Fu un processo lento per piegarmi, farmi stare a forza in una posizione in cui stavo scomoda. Come se mi si volesse infilare forzatamente in una scatola di cristallo. Mi ci ero messa io, perché conoscevo bene le regole. Me le avevano insegnate tutti, uomini e donne.
Le avevo imparate e le stavo mettendo in pratica, modificando me stessa. Poi però crescevo, e nella scatola non ci stavo più, o non capivo più le regole. O capivo le cose e il mondo. O forse ho iniziato a volermi bene o semplicemente non ce la facevo proprio a seguire quelle regole che conoscevo così bene. Eppure le avevo imparate ma niente, non ci stavo dentro.
E non posso dire oggi che lo abbia fatto lui, l’ho fatto io. Sono stata io a cedere alla pressione. Avevo imparato che una “donna” era determinate cose che io invece non ero, che per essere amate bisognava avere determinate cose che io invece non avevo. E le volevo.
Volevo essere amata e quello era il modo.
Poi ho fatto qualcosa, o lui passava un brutto periodo, o sono uscita dai bordi. Ed è iniziato.

Credo in tutto almeno due anni.
Senza chiedere aiuto mai, perché in quella condizione mi ci ero messa io, e da sola mi ci sarei dovuta togliere. O forse avevo paura che mi si dicesse che pure così non andavo bene. Né dritta in piedi né piegata. Non andavo bene comunque.

Fu una sera a casa di “amici”. Lo raccontai a lei, mentre gli uomini erano fuori a comprare la pizza. Le dissi che lui ogni tanto mi picchiava. E avevo paura perché una volta mi aveva dato i calci nella pancia ed ero svenuta e poi mi era venuto il ciclo abbondante.
Mi rispose che era per questo che si era presa la casa vicino a sua madre, per scappare dal marito quando diventava violento.
Non era un’alternativa lasciarlo.
Nemmeno per me era un’alternativa, o così avevo pensato fino ad allora. Non ero più vergine e nessuno mi avrebbe mai più voluta. Il sesso si fa con la persona che si è sposata o si deve sposare. Lo sai, te lo hanno insegnato per anni.
Troia.

Il giorno prima o qualche giorno prima avevo parlato con la madre di lui. Mi disse “tu sei come me”. No io non sono come te e non sono come lei. Io non ci voglio stare più qui.

Mi accompagnò e mi chiese a che ora avrebbe dovuto venirmi a prendere il giorno dopo. Gli dissi: “mai più. Non mi devi venire a prendere mai più”. Fece l’orgoglioso e mi disse che se avevo preso quella decisione a lui stava bene. Ma dopo due giorni mi distrusse nuovamente al telefono. Capii che le sue parole mi facevano più male delle botte.

Le sue parole, le vostre.

Le parole di chi venne dopo di lui, quando avevo iniziato a ricostruirmi lontano da qui. Quella volta che fui io a venire alle mani, dopo mesi di logorìo psicologico. Ho sbagliato, fu come una difesa per non essere attaccata. Ero a pezzettini. Non valevo nulla. Volevo che la smettesse di distruggermi più di quanto non fossi capace di fare io stessa.
Volevo solo che si fermasse.

Mi ci sono messa io in quella situazione e mi ci sono rimessa, e non sapevo come fermare quel circolo vizioso. Lo fermò lui andandosene, dopo avermi buttata a terra con un colpo di porta a soffietto sulla schiena. Una porta a soffietto smontata dal muro e usata come clava sulla mia schiena. Mi alzai e lo inseguii implorandolo di tornare.
Poi al freddo, in pigiama, in mezzo alla strada, alzai la testa.

E da quel momento nessuno ha più avuto il diritto di dirmi che ero sbagliata. Solo di farmi notare in cosa avessi sbagliato.

 

 

 

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