Ricotta e fette biscottate. I tempi de La balena.

Ci sono cibi che ti riportano indietro nel tempo. Non ho detto una cosa originale. E così mentre aspetto che siano pronti gli gnocchi mangio una fetta biscottata con la ricotta, e torno indietro a quando non si aveva un euro per l’autobus e a lavoro ci andavo (e da lì tornavo) a piedi, pur avendo la macchina. Bologna. Freddo anche se parliamo di Marzo – Aprile.
Facevo il part – time universitario al Museo di Zoologia, dove c’era la sede della facoltà di Scienze Naturali, Fisiche e Matematiche. Non erano ancora apparsi i Dipartimenti, c’erano le Facoltà. Quel Museo veniva chiamato anche La balena, per lo scheletro di balena conservato all’ultimo piano. Dove io non sono mai arrivata, a causa della mia fobia. Che poi “fobia” è il nome elegante di quello che ho davvero: cacazza. La fobia è una cosa seria, che ti immobilizza. Io sono solo una cacasotto.
Il mio tutor era un personaggio allucinante, un genetista, “cattocomunista” dicevano i colleghi con tenerezza, con 6 figli e un sacco di tatuaggi, a tema col suo percorso di ricerca. Aveva scoperto nonsocosa sulle razze.

Non le razze nel senso di razze di animali, le razze nel senso di pesci. Quelli piatti tipo mante, “razze” con la Z di zucchero.

L’impiegata che mi apriva la porta guardandomi dal videocitofono mi soprannominò Josephine perché assomiglio a Josephine Baker, a suo avviso. Forse ci assomigliavo allora, forse lei era una donna molto gentile.
L’altra, la signora importante che spinse per farmi avere i soldi presto, mi disse poi che avrei dovuto chiamarla appena mi fossi laureata, che mi avrebbe segnalata per lavorare lì. Voleva che lavorassi lì, non si sarebbe lasciata sfuggire una gran lavoratrice come me, disse. Mi mancavano pochi esami, e mi sarebbero mancati per altri 7 anni, perché le cose precipitarono e ho sopravvalutato la mia possibilità di recupero nei confronti della malattia che sapevo già di avere.
Però allora, senza soldi in tasca e con un problema di salute che ho sempre sottovalutato, coltivavo la speranza di lavorare in quel posto bellissimo che mi faceva tanta paura (gli animali marini mi spaventano, lì era pieno e sembravano ancora vivi), con quella gente che mi stimava e mi lasciava a rispondere al telefono. Una volta chiamò un canadese che parlava con quello strano inglese francofono.
Mi disse che lo stipendio base sarebbe stato di 1200 euro, e puoi continuare a cantare, bello no? E poi c’erano i buoni per la mensa, si mangia bene alla mensa, qualche volta quando sono a Bologna ci vado. Loro ordinavano da lì io invece uscivo dall’ufficio e mangiavo ricotta e fette biscottate in mezzo a quelle opere di tassidermia, cercando di esorcizzare il terrore.

C’era un vaso con dentro una mamma pipistrello, con al pancia aperta e tutti i feti di pipistrello di fuori. Quello faceva parecchio impressione, ma la cosa che mi spaventava maggiormente era Paco, lo avevo soprannominato così per reazione, il pesce luna attaccato alla parete, dopo la prima rampa di scale che portava al mio ufficio. Per quasi un mese ho fatto tutto il giro prendendo l’altra, quella con la tartaruga caretta caretta che pure faceva impressione, ma almeno non le vedevi la faccia da vicino.
Mi sgamarono che facevo tutto il giro, e devo aver avuto una faccia davvero spaventata perché non mi presero in giro quando dissi che il pesce luna mi terrorizzava. L’avevo visto dal vivo alle Maldive, è stato un brutto momento. Durante quel battesimo del mare vidi anche un pesce unicorno, pericolosissimo, ti può sventrare con quel corno. Ma il pesce luna con quel faccione per me era un incubo. Mi ricorda la paura che mi facevano i pesci con la faccia umana, visti ne Il senso della vita e nella citazione di Fantozzi.
Il pesce luna ha la faccia umana, e ringrazio di non aver mai beccato un pesce Napoleone, che è ancora più umano.

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