Tredici: il corpo delle parole

“Hannah Baker è una troia. Non riesco neanche più a dirlo”

Questo articolo contiene spoiler, ma non contiene esattamente una recensione completa, solo una riflessione sulla parola, gli oggetti, gli strumenti, le persone. Le persone come oggetto, e come strumento.

Tredici è la serie da far guardare agli/lle adolescenti e poi parlarne insieme, è la serie da far guardare agli attori dell’educazione, perché nessuno di essi possa mai più nemmeno pensare ciò che il preside dice alla puntata 11:

“Questa scuola non andrà a fondo per mano di una scolaretta disturbata che chiunque al mondo definirebbe gola profonda

Tredici parla della chiacchiera pericolosa, che diventa performativa nel momento in cui, pensando che una ragazza sia “facile”, tutti iniziano a trattarla come un oggetto. E guardate, io sono fortunata ad essere stata adolescente nel periodo in cui le foto si scattavano solo per gli eventi importanti, e non coi telefonini, “spruzzate” in giro come nulla fosse. Mi è andata bene, anche se sul cornicione ci ho sostato spesso. Ma nelle vostre case ci può essere qualcuno a cui non sta andando altrettanto bene.

“Vedi, ho sentito talmente tante storie su di me che ormai non so qual è la più accreditata. Ma so qual è quella che lo è meno: la verità. La verità spesso non è la versione più intrigante dei fatti, o la migliore, o la peggiore. È una via di mezzo ma merita di essere ascoltata.”

Hannah è una ragazza molto sensibile che nessuno ascolta davvero finché è viva, e che impone di essere ascoltata, impone a tutti di ascoltare la sua versione della verità, da morta. Non lo fanno per curiosità, non lo fanno per affetto nei suoi confronti, almeno non tutti, lo fanno per paura: lei ha detto all’inizio che ci sono dei colpevoli per la sua morte, e chi ascolta sa che qualcun’altro ha già ascoltato. I colpevoli sanno di essere stati già scoperti dagli ascoltatori precedenti e possono solo cercare di rimediare al male fatto, anche a se stessi, dopo aver cercato di difendersi con dei giochetti.

La cassetta, oggetto quasi di modernariato che la lega a Tony, il ragazzo latino suo vicino di casa, vigilante dell’altrui osservanza alle regole di Hannah, diventa il feticcio che scandisce le puntate e le storie narrate. Le storie delle tredici persone implicate, che hanno ferito Hannah in qualche modo, o semplicemente che lei vuole sappiano tutto.

Nel momento in cui le puntate si sono esaurite, negando l’ascolto al colpevole maggiore, la storia può essere digitalizzata per essere consegnata nelle mani dei genitori di Hannah. Gli unici che hanno cercato la verità fin dall’inizio, gli unici che davvero la vogliono ascoltare e per i quali il feticcio non importa, perché le parole della figlia, anche su supporto digitale, sono importanti per loro, sono state cercate dal giorno della tragedia. Sono fisiche anche senza supporto, sono qualcosa a cui aggrapparsi anche se volatili. Sono il motivo per cui Hannah ha voluto morire.

La madre e il padre di Hannah cercano qualcosa che parli loro, mentre Hannah sta parlando dalle cassette agli “amici” ormai dal giorno della sua morte. Non hanno un biglietto, nulla, e cercano disperatamente di capire cosa abbia scatenato una scelta simile.

Il passaggio delle cassette, lo scandire delle puntate coi lati, il chiedere continuamente a Clay a che lato sia arrivato (per capire cosa a questo punto sappia), aumentano il pathos e rendono fisiche le parole di Hannah. Un passaggio di testimone materiale, una scansione precisa delle storie. Qualcosa da poter nascondere o distruggere, non volatile come un file Mp3 e come le foto che hanno dato il via alla slavina emotiva dentro Hannah. Qualcosa di materiale, quindi concretamente esistente, reale, e che bisogna ascoltare superando delle difficoltà, cercando un mezzo tecnologico adeguato (Clay all’inizio “ruba” il walkman dalla macchina di un compiacente Tony), e non dal proprio telefonino. Quindi fisicamente distaccato dal mezzo che ha contribuito a distruggere Hannah, e qualcosa che richiede un rito specifico.

E il mezzo da lei scelto fornirà la confessione del lato 14, la verità.

La verità che non è nel mezzo digitale, ma incisa nel nastro. Incisa come fosse davvero fisicamente scolpita, diversamente dai file che possono essere inviati ovunque, che danno la sensazione di non avere corpo, ma che in realtà non sono distrutti mai e sono davvero eterni e pericolosi. La verità tangibile, che puoi decidere di non ascoltare e di distruggere per sempre, la mistificazione delle foto che si diffondono senza controllo e vengono liberamente interpretate. Bello anche il doppio supporto delle foto di Tyler, che dice anche che la pellicola ti restituisce l’inquadratura così com’è, invece il digitale va modificato. Quindi la pellicola è più reale, è ciò che il tuo occhio vede, ma ciò che non è reale è la possibilità che consegnando le foto esse siano sparite. Perché esiste il supporto digitale, incontrollabile. Ciò che non tocchi e può distruggerti. Come la parola, come il pettegolezzo.

Trovo questa scelta davvero significativa, uno stratagemma evocativo e ben sviluppato, così come le scene “dure” da guardare, che, si spiega anche nello speciale, sono appositamente rese in quel modo così difficile da guardare (ancora lo sguardo sulla verità che ci fa male come fa male a Clay l’ascolto della verità, il non voler vedere, forse ciò che i genitori non vogliono vedere? O ciò che nascondiamo a noi stessi?). Soprattutto lo stupro subito da Hannah e il momento in cui si taglia le vene. È raro vedere qualcuno che si taglia le vene soffrendo in quel modo, nei film e telefilm. Anche la Sindrome da Stress Post traumatico credo sia ben reso, sia il suo sia quello di Jessica.

Forse alcuni personaggi si sarebbero potuti sviluppare meglio, ma è importante aver dato spazio all’argomento principale, quindi va già bene così. Il modo in cui i nodi si sciolgono mi sembra coerente, e i dialoghi credibili.

tredici

A questo punto ammetto di essere tornata indietro per risentire cos’ abbia detto di preciso Hannah, anche se era chiarissimo dai suoi gesti che non voleva, e dice anche “Bryce, ti prego”, con voce spaventata. Si divincola e viene bloccata. Ma Bryce dice “immagino che volesse”, supponendo che, semplicemente, tutte le ragazze della scuola lo desiderino. Dice Kat durante l’interrogatorio:

“provi lei ad essere circondato da dei trogloditi a cui è stato detto che sono l’unica cosa che vale nella scuola, e che tutti gli altri ragazzi servono solamente a osannarli e a far sì che qualunque loro esigenza sia soddisfatta”

Un altro particolare è l’inquadratura della macchina da presa che registra l’interrogatorio. Quasi uno strumento anch’esso per lasciare emergere la verità che si fa fatica a comunicare di persona. Un filtro che spersonalizza nel senso di togliere la maschera quotidiana, che ci guarda dentro più profondamente, mentre lo sguardo dei personaggi non fissa la camera essa li guarda e li scruta dentro, e lascia un’impronta eterna. Come la verità che incide e macchia i destini per sempre. Osservato è anche chi non parla con la camera o chi non dice tutto, e quindi decide di essere sincero con la persona adatta.

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Le ultime scene vedono Tyler appendere le foto degli amici, togliendo poi quella di Alex, che scopriamo subito dopo essersi sparato (evidentemente aiutato da lui nell’impresa). Quindi il supporto fisico dove appendere le foto degli “amici” e il filo da cui strappare chi ha deciso di togliersi la vita. Poi lo schermo su cui i signori Baker vedono i file delle registrazioni di Hannah (in Wav, non in Mp3), e infine la cornice che delinea il lungo primo piano di Clay, dal finestrino della macchina. 

La metafora dei ragazzi che si allontanano sulla lunga strada (della loro vita) è fin troppo banale e usata, ok, ma funziona, mette serenità

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