Quando poi mi rialzo

Sanguino
dignitosamente
lascio scie appiccicose e non rispondo “tutto bene, grazie” a chi mi chiede come sto.
Dico che sanguino. Tutto qui. Alzo le spalle. Guarda.

Qualcun@ ti insegna a sanguinare meglio
qualcun@ ti dice che avrebbe potuto aiutarti, prima.
Non lo ha fatto ma te lo dice.
Qualcun@ fa finta di niente e scansa le pozze coi piedi.

Qualcun@ non ci crede, perché tu sei forte e chi è forte non sanguina mai, o sanguina meglio. Si aspettavano tu sanguinassi meglio.

Qualcun@ è convint@ lo stia facendo per farmi vedere. Più mi nascondo più lo pensano. Non so più dove nascondermi e sporco dappertutto.
Mi trovano e lo dicono ancora.
Ti camminano addosso e dicono che si sono sporcati per colpa tua.
Mi dispiace. Non volevo. Stavo qui per i fatti miei.

Sto qui e sanguino. Non chiedo niente a nessuno.
Mi dispiace se ho sporcato.
Ripulirò.

Mi rialzerò, mi passerà

Ripulirò.

Mi passerà.

Mi rialzerò.

Iniziate ad andare. E’ meglio che iniziate ad andare.

Perché poi quando mi alzo sono cazzi.

 

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Comunicata politica personale, viscerale, eccedente (e quindi non necessaria)

Mi sono avvicinata al Femminismo quando ho incontrato il Transfemminismo e quando già alcune analisi dei Gender studies avevano fatto confluire le lotte in un’ottica Queer.

Non mi hanno mai convinta i separatismi, le misandrie, i bigottismi che fraintendevano la sessualità femminile, e le conseguenti illogiche scimmiottature del potere maschile, così care a certa narrazione anni ’80 della donna Virago e sull’orlo di una crisi di nervi. Non ho mai pensato che essere femminile fosse un male. Che il femminile lo performasse una donna o un uomo. Non ho mai pensato che il rossetto, i tacchi alti e il cazzo mi dovessero necessariamente essere ostili. Non ho mai detto di me stessa che ero femminista finché non ho scoperto questo femminismo, quello che il movimento Non una di meno ha quasi totalmente abbracciato, per lo meno nelle analisi e nella maggior parte de* partecipanti. Quello del Piano femminista.

Credo nel movimento Non una di meno e nella sua forza costruttrice, credo nelle differenze che ci caratterizzano e nelle possibilità che queste differenze producono nel senso della messa in discussione continua delle proprie convinzioni.

Ho avvicinato l’ideologia queer proprio per smontare tutte le convinzioni che la società patriarcale ha contribuito a costruire dentro di me, per eliminare le barriere sulle quali mi ero adagiata, dopo averne abbattute delle altre. Questo ha prodotto un lungo cammino che mi sta attraversando dentro e modificando. Quello che accade mi piace, l’ho voluto, ma c’è un grosso “ma”.

Io credo nell’autocoscienza come pratica continua, nell’autoformazione come motore di cervelli che si uniscono e nell’autocritica come strumento necessario a evitare che ci si accusi l’un l’altr* affossandoci. Credo nel giudizio e nella condanna degli atteggiamenti, non delle persone. Credo nell’autodeterminazione e credo quindi che ognuno di noi, nel limite delle libertà capitalistiche, decida coscientemente di comportarsi in un modo o nell’altro e possa decidere di smettere o meno, quando vuole e quando è pront*.

Credo quindi nella messa in discussione continua degli atteggiamenti prevaricatori, nella costruzione continua della coscienza femminista, nella decostruzione delle gerarchie e delle leadership.

In tutto questo mi trovo oggi a combattere senza armi in un ambiente che è, invece, violento, prevaricatore, maternalista, saccente e privo di volontà autocritica. Accade che, se si incontrano persone che stanno maturando un percorso di messa in discussione continua del proprio Io e persone che non mettono mai in discussione il proprio Super Io, le prime o soccombono o reagiscono violentemente. E io non sono fatta per soccombere e sto cercando di non reagire violentemente. Sto cercando di imparare a non farlo. Mi risulta molto difficile e avrei bisogno di un ambiente il più possibile protetto per rafforzare queste modalità.

E questo era quanto avevo da dire sull’atteggiamento, a mio avviso lontano dalla pratica femminista, che io non ho più intenzione di tollerare.

Passo a ciò che vorrei dire sull’attivismo.

Un movimento, per come lo intendo io, è composto da persone che si incontrano, portano avanti analisi, e poi agiscono sulla base di quelle analisi. Se l’analisi è condivisa è automatico che ognuna delle persone facenti parte il movimento abbia automaticamente la possibilità di parlare, scrivere, agire in modo condiviso dall’assemblea tutta. Perché se si ragiona assieme una visione della lotta automaticamente si potranno sapere quali ideali portare avanti, quali lotte affiancare, che linguaggio usare. Se qualcosa non è condiviso si torna indietro e si ragiona nuovamente. Ascoltandosi. Ma la pratica non può escludere la teoria. E la teoria in questo caso si costruisce con l’analisi, l’autoformazione, l’autocoscienza.

Non una di meno ha acquisito, oltre all’analisi, un linguaggio che è, anche se ancora in misura sperimentale, inclusivo, quindi il più possibile divulgativo; transfemminista, quindi rivolto a tutte le minoranze da questo attraversate. Il che non vuol dire rinunciare a termini specifici, ma tendere alla diffusione e allo scambio dei saperi.

Anche qui non mi trovo con le scelte del gruppo locale. Nè ho trovato una volontà di messa in discussione. E non parlo, ovviamente, solo del linguaggio inclusivo sperimentale (asterischi o altri segni grafici), ma proprio della volontà inclusiva che parte dalla mancata aderenza alle analisi transfemministe.

Non voglio dire, perché sarebbe arrogante, che sia mancata conoscenza di tali analisi. Ma proprio in un’ottica di autodeterminazione e non di sovradeterminazione devo immaginare che le varie questioni che le analisi transfemministe e queer siano al di fuori degli interessi generali. E questo porta me a doverle mettere da parte, facendo violenza su me stessa.

Concludo con una osservazione proprio sugli interessi generali.

Il femminismo è, per me, una cosa che si fa. Non è una medaglia o una spilletta, non è una tessera. E’ pratica continua di decostruzione. Questa è una certezza che io ho acquisito e muove ogni mio respiro.

Ma il femminismo è una cosa che si fa innanzitutto dentro di sè. Non è una illuminazione sacra acquisita una volta per tutte e poi infusa al prossimo. Non è una cosa che si insegna. Non è un bollino da apporre sulle altre persone.

Per poter fare questa cosa è anche necessario il continuo confronto e la continua messa in discussione del patriarcato che ci portiamo dentro. E poi la pratica continua di condivisione, di azione collettiva e costruzione di modalità non patriarcali.

La rappresantività è patriarcale. Il movimento è assembleare. Sarà più lento, ma è più femminista.

Ci muoviamo in una città che non ha più avuto per anni modalità assembleari e condivise, la sfida era difficile e l’abbiamo persa. Avremmo dovuto guardare dentro i nostri errori e siamo cadut* nella ricerca del capro espiatorio più classico: l’ignavia altrui.

Non ci voglio riprovare con le stesse dinamiche. Sarebbe assurdo e suicida per quanto mi riguarda, perché non riesco a portare avanti il percorso dentro di me se sento di dovermi difendere da chi non ha ancora eliminato la necessità di giudizio moralista paternalista dalla sua pratica “femminista” (in questo caso sì, tra virgolette) e non posso confrontarmi con chi crede che l’accusa dell’atteggiamento e non della persona sia un modo per girare attorno alle cose e non parlare chiaro.

Ho subito attacchi e critiche non costruttive. Ho provato a sopravvivere ma tutto questo mi stava trasformando e non è questa la trasformazione che voglio mettere in atto. E’ un’altra, e sarà con chi ha desiderio di mettersi continuamente in discussione, come voglio fare io, con chi ha voglia di analizzare la realtà e non sovradeterminarla, imparare e non solo insegnare, includere ed essere transfemminista, oltre a vivere e sperimentare, se vuole, modalità queer.

Non so se ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità prima di prendere questa decisione, ma una delle promesse che ho fatto a me stessa è che lascerò le quote di potere che derivano dallo stereotipo femminile che ci insegna a tenere in piedi le relazioni pena il giudizio sul nostro valore. Non voglio tenere in piedi una relazione con chi non ha la mia stessa visione della pratica femminista e con chi non ha intenzione di accogliere gli inviti all’autocritica.

Ho ovviamente intenzione di rimanere nel percorso Non una di meno, cui sento di appartenere dalla sua nascita, ma prendete questa mia come motivazione per ogni volta che non ci sarò e come motivo di possibili scelte future.

Amore e cinismo

La verità è che io sono piena d’amore, ma anche di senso del ridicolo.
La verità è che non sono fatta per stare insieme a qualcuno per tutta la vita, ma poi qualche amore eterno (fino a oggi) ce l’ho pure io.
La verità è che mi piacerebbe trovare parole nuove, metodi nuovi, schemi nuovi, e torno ancora a commuovermi per Dirty Dancing.

La verità è che non c’è un solo modo di amare, che io do veramente molto e richiedo veramente molto e forse non esiste al mondo un’unica persona capace di essere tutto per me. E va bene così.

Ho concluso 8 anni fa che nella vita avrei amato per sempre solo il mio cane e la musica. Mi tatuai le zampette di Sally e una chiave di basso. Qualche mese dopo vidi per l’ultima volta il mio trombamico storico. Poi incontrai quello che oggi è il mio ex compagno.
Ed erano tutti amori. In qualche modo.

E’ amore, bellissimo, quello che mi lega a* mie* amic*, quell* che chiami per sfogarti anche di notte anche mentre stanno al cesso e non te lo dicono e non tirano lo scarico finché non hai finito di piangere. Quell* con cui basta una frase, ci si è capit*. Quell* che ti raccontano la parte peggiore della loro giornata sicur* che dirai ciò che pensi davvero. Anche se hanno torto. Soprattutto se hanno torto.
E’ amore quello che mi lega a* mie* alliev*, come una zia pazza che dice le parolacce e insegna loro a essere liberi e urlare e ballare e tirar fuori pezzi di sé.

E’ amore. Solo che io lo racconto in maniera diversa. Col mio cinismo, coi cazzi in bacheca e i video sul sesso anale, o sul vino. E’ amore. Nudo, tenero e stravolto.
E’ il mio modo di amare.
Accogliere qualcun*, mangiare insieme scherzare vivere un momento.
E’ amore se dura un secondo, un minuto, un mese, 7 anni.
E’ amore anche se l*i non ti ama allo stesso modo. O non sa nemmeno che esisti.

Non rinnego l’amore che ho dato, non rinnego i baci e non rinnego le parole. Non rinnego le scelte e quello che ho perso.
Non rinnego nemmeno quello che per altr* non è amore e per me sì.
Sono fiera di tutto l’amore di cui sono capace, anche quando penso di non potercela più fare e avrei bisogno di apprezzamento e cura, poi ce la faccio e mi amo tanto anche per questo. Perché sto in piedi nonostante tutto questo a volte incolmabile bisogno di essere amata per un secondo, un minuto, un mese, 7 anni.

Non ho alcun desiderio di cambiare ora che ho raggiunto un equilibrio in cui riesco ad andare via da una situazione che non mi sta più bene. Mi sono amata il giorno in cui ho deciso di meritare di più. Mi amo ogni momento in cui mi perdono, ogni momento in cui miglioro.

So che molti ritengono il cinismo sia delle persone insensibili, e non mi importa. E mi amo perché non mi importa. E non mi importa perché mi amo.

E ho scritto un sacco di cose senza senso e questa cosa ha senso. Perché come si fa a scrivere cose nuove e sensate? O sono nuove o sono sensate. Come lo spiego quello che ho dentro? Come lo chiamo? Forza? Calore? Amore universale?
Ti vieni a prendere un po’ di amoreuniversale? Me ne dai un po’? Per un secondo, un minuto, un mese, 7 anni?
Ci scambiamo un abbraccio senza chiederci nulla? Ci infiliamo l’un* dentro l’altr*? Mi prepari la colazione mi fai un regalo senza dovermi legare a te? Mi chiedi se sto bene? Mi chiedi se mi sta bene?  Mi chiedi se mi piace? Lo capisci che mi piaci? Lo capisco se ti piaccio?
Mi fai questo? Mi fai quello? Mi dici che sono bella? Mi dici una cosa bella?  Ti posso dire una cosa brutta?
Ti offendi se te lo dico? E se te lo chiedo? E se tu ne volessi di più? E se io ne volessi di meno?
E se tu non mi volessi, lo potrei sopportare? E tu, lo potresti sopportare di non avermi mai avuta nemmeno un secondo, un minuto, un mese, 7 anni?

 

 

Il bivio nello zaino

Hey Katie, tuttapposto?

Carrie aveva finito di riempire il borsone, approfittando della pioggia che aveva momentaneamente posticipato gli ultimi giri tra gli stand. Tra qualche ora avrebbero attraversato la marea dei cosplayer e dei visitatori per raggiungere la stazione – che sembrava un percorso nella Terra di mezzo, anzi nella Terra del Nulla – dove avrebbero preso il treno per casa. Casa? Casa dove?

Katie sprofonda. Si sente sublimare in miliardi di particelle. Riesce a vederle ma non riesce a tenerle insieme di nuovo. Immagina una rete d’acciaio come quella che si mette attorno alle montagne a rischio frana. Si stringe un braccio per vedere se è ancora lì.

Sto franando. Carrie: sto franando mi sto dissolvendo. Carrie non sa cosa fare e suggerisce la praticità. Iniziamo col rifare lo zaino, ti va? Non mi va, ma facciamolo. Iniziamo coi vestiti che non metterò, quelli sporchi. Poi il pigiama, arrotolo il sacco a pelo, metto a posto il beauty vedi? E’ facile in fondo, ce la faccio.
Andiamo a fare due passi e Lucca è così bella e fradicia. Te lo ricordi quando siamo arrivate e abbiamo fatto il giro delle mura? Com’era bella, com’eravamo stanche e serene. Tutto il Comics davanti. Katie si bagna i piedi ma vuole ancora stare lì nel mondo surreale e stupendo degli adulti che fanno gli stupidi ma molto seriamente!
Torniamo, devo cambiarmi devo riaprire lo zaino prendere i vestiti asciutti svuotare lo zaino restare qui per sempre. Non ci torno a casa. Casa mia? Casa sua.
Katie rompe gli argini si smaterializza in lacrime singhiozza come una bambina. Disperata come un’infante che non riesce a capire dove si trova, perché non mi vuoi bene io non ci voglio andare a scuola ridammi la palla. Ridatemi quel piccolo monolocale che puzza di fritto ridatemi Rimini, Riccione le persone che mi amano ridatemi uno straccio di libertà di essere me stessa. Non ci torno a casa sua, a elemosinare attenzioni e sentirmi grassa e diventare ancora più grassa non ci torno. Lasciami qui a Lucca portami con te lasciami per strada ma non ci torno a casa sua.

Francis l’abbraccia. So come ti senti ci sono passato anch’io lasciatela piangere ci sono passato anch’io non vuole tornare a casa lo so. Io lo so e ti capisco.
Allora non sono pazza, mi capisci o siamo pazzi tutti e due? Sono cattiva? Se torno, e gli dico che me ne andrò, e mi chiederà spiegazioni ma quali spiegazioni? Come si fa a spiegare che mi sento spinta fuori?
Come si spiega l’amore che non ricevi? Se almeno mi avesse fatto male sulla pelle, il male quello che si vede quello dei manifesti per il 25 Novembre. Come coso lì, quello di tanti anni fa che pure non hai voluto denunciare.
Eh no questo nemmeno ti fa male sulla pelle. Non ti lascia altri segni oltre al desiderio di buttartici, sotto il treno, invece di salire in vettura come gli altri. Scriverci delle bellissime parole che non leggerà nessuno. Canzoni che nessuno ascolterà.
E poi che segno è? Il segno che sei pazza. Certamente. Cosa vuoi di più è tanto gentile è tanto stimato ti vuole bene. E tu che ne sai. Ti sei ripresa presto dalla fine. Ma tu che cazzo ne sai di quanto è durata la fine.

Katie torna a casa carica come un mulo e non c’è nessuno al binario. Aveva deciso, ma non c’era nessuno a convincerla di aver deciso male. Capisce la figura retorica di morte nel cuore. Valgo così poco io. Nemmeno la fatica di scendere dalla macchina. Non valgo la pena non la valgo mai.
Dura poco la tranquillità. Quella di lui. Perché lei ha già deciso. Non ci vuole tornare a casa lo sapeva la mattina prima sarebbe andata dovunque tranne lì. Dovunque la gente la ignori ma senza dirle che la ama. Che la ignori sinceramente. Che si faccia onestamente gli affari suoi. Limpidamente. Sconosciuti con cui dormire ne ha avuti tanti ma non faceva mai così male come con lui.
Voglio essere una sconosciuta e non dire niente di me a chi mi può ferire. Non mi ferire. Ti prego. Ignorami piuttosto. E’ facile, guarda come ci riesce bene lui.

Guarda il cane che dorme muovendo le zampe veloci. Chissà cosa sogna. Siamo solo io e te, lo sai? Mi vuoi bene? Valgo la pena per te?
Mi vieni a prendere al binario mi guardi sorridendo? Mi fai ridere? Mi abbracci per ore fregandotene che hai da fare? La facciamo una cosa stupida insieme, tante cose stupide? Dormi Pablo, abbiamo tutta la vita davanti a noi un sacco di lacrime ancora da versare e stronzate da raccontare a chi ha voglia di ascoltarci.

Spegne il computer, mette il pigiama si guarda allo specchio. Non sono mica grassa. Cioè magari sì ma non è un buon motivo per trattarmi così. Non è il motivo, lo sa, semmai la conseguenza. Un giorno la smetterò di cercarti nel cibo. Qualunque cosa tu sia.

Un giorno tornerò a casa. Un giorno non vedrò l’ora di fare le valigie per rincasare. Vorrò viaggiare, ma anche tornare.
Chissà com’è, tornare.

Sex work is work: incontro alla Casa Internazionale delle Donne

Sabato 20 Gennaio 2018 si è tenuto, nella sala Carla Lonzi del C.I.D. , un incontro che potremmo senza dubbio considerare STORICO. Un gruppo di persone, femministe, si è riunito per parlare di sex work e l’ha fatto senza alcun desiderio di sovradeterminazione, senza narrare di altr*, ma parlando in prima persona (come la pratica storica del femminismo insegna).
I femminismi aperti al dialogo si sono incontrati, con più o meno resistenze alla comprensione e all’accoglienza di quali siano, nello specifico, le istanze portate avanti da* sex workers. Sex workers che hanno parlato per sé, con la propria voce o tramite la voce di attiviste che hanno letto testimonianze.

Sono state riportati i diversi modi che i paesi del mondo hanno per regolamentare il sex work, ed è stata chiaramente spiegata la posizione de* lavorator* del sesso italian* in merito, ovvero quello che vorrebbero dal punto di vista normativo, oltre che culturale. La possibilità quindi di lavorare insieme senza rischiare di essere perseguibili come sfruttator*, l’eliminazione dello stigma e della narrazione vittimistica, la distinzione tra libertà di scelta e tratta (anche se a me, che si debba sottolineare continuamente questa distinzione, stufa. Non capita mai di doverlo fare se parli di camerier*, contadin*, infermier*…).

Ma non voglio riportare gli interventi uno per uno (vi rimando per questo all’articolo di Dario Accolla, che ho finalmente incontrato di persona, qui). Mi sono messa a scrivere perché ho necessità di dire come mi ha fatta sentire la giornata di Sabato.

Mi sono sentita parte di un femminismo che cammina. Che accoglie e cammina. Che si interroga sulle vite degli altri per capire come sostenerci a vicenda, non per puro gossip. Che lascia parlare, e non parla addosso. Che ascolta senza giudicare. Che ride e non deride.
Ne avevo bisogno. Davvero tanto bisogno.

Abbiamo riso, anche a volte per reazione all’assurda cattiveria altrui, ci siamo incazzat* ed emozionat*. E abbiamo provato stima per le persone che stavano raccontando le loro storie, perché erano persone coscienti e autodeterminate.
Abbiamo condiviso delle convinzioni sul presente e dei sogni sul futuro. Dei dubbi. Dei desideri.
Ci siamo conosciut* e riconosciut*, abbiamo condiviso un aperitivo e tante risate.

E poi bona, la sera margarita al Tuba Bazar e concerto di Miss Keta.
Così, per spoetizzare il tutto che stavo diventando melensa.

Vi abbraccio tanto, compagn*. Questo è solo l’inizio.

Molestie e corteggiamento, per me

Vedo che il livello delle discussioni social nell’ambito del femminismo in questi giorni è piuttosto basso, ma questa storia del manifesto firmato dalle attrici francesi si inserisce in un ragionamento che sto facendo con me stessa (vedi anche il post su consenso e assemblee femministe) e quindi eccomi a blaterare.

Sapete che da poco ho messo fine a una storia durata 7 anni, con una convivenza di 4 anni e mezzo. Una storia iniziata dopo 8 anni da single, in cui me la vivevo benone e avevo raggiunto un buon equilibrio tra la mia vita e i rapporti interpersonali. Equilibrio che adesso è tutto da ristabilire, ma con nuove convinzioni ideologiche riguardo le relazioni.

Ultimamente rifletto molto sulla possibilità di tornare “su piazza”. Cioè un giorno, non so quando, come, con chi, ma tornerò a desiderare qualcuno. Ecco qui si inserisce il problema dell’approccio, soprattutto premesso che io:
– sono poco sveglia. Anzi per nulla sveglia. Non capisco quando mi stanno facendo un complimento e ancora meno quando ci stanno provando. Quindi diciamocela: essere sbattuta al muro ha almeno il vantaggio di evitare le pippe mentali. O è sì o è no ma la domanda almeno si è capita
– ero più carina prima. Ora sono sovrappeso e la mia autostima, dopo anni di relazione da tenere in piedi con le proprie forze, è diminuita parecchio. Mettiamoci, come riflessione femminista, che le “armi” che usavo erano molto eteronormative. Insomma bastavano scollatura, autoreggenti, rossetto e mostrarmi disponibile. E qui arriviamo al punto tre.
– anni fa mettevo in scena una performance di “acchiappo” basata sul fatto che l’ommo è ommo  a me piaceva l’ommo. Insomma come dicevo: trucco, abbigliamento slutty e via col tango. Oggi non è più così. Non ho voglia di indossare la maschera della fatalona.
Il mio ultimo amore è nato grazie all’attrazione mentale, e ho scoperto che in generale questa è più forte, per me, dell’attrazione fisica. Del resto è capitato più volte che io mollassi il bonazzo di turno al tavolo da solo perché aveva detto una castroneria.
Seriamente, mi alzavo e me ne andavo.
Oggi ho scoperto di essere pansessuale, e di poter essere attratta da un Jason Momoa come da un Alan Cumming. E qualche volta pure da una Archie Panjabi. Spero si siano capiti i range estetici. Insomma tipi differenti, perché alla fine quello che può fare una buona dialettica e un sopracciglio alzato, un bel sorriso, non può farlo l’addominale da surfista vitaminizzato australiano.
Né ho voglia di tornare nel vortice della bulimia per inseguire un ideale anatomico. Io ho la panza, il mio ex aveva la panza e mi piaceva tantissimo fisicamente. I miei parametri sono cambiati, e ora ragiono sul cambiare anche la performance di avvicinamento.

Ma qui arrivano i guai. Ed è qui che capisco il cervello pigro che dice “lasciamo che gli uomini ci molestino per corteggiarci”, perché è semplice. Orribile ma semplice.
Un meccanismo in cui sai anche come difenderti. Un meccanismo che fa cacare, ma che conosci, lo sai gestire. La più basilare Sindrome di Stoccolma.
Molto più difficile porsi i quesiti che mi sto ponendo io ultimamente, su avvicinamento, consenso, performance erotica e realtà.

Insomma, la libertà di importunare è davvero necessaria alla libertà sessuale? O si può avere una libertà sessuale anche chiedendo “per favore”, anche ritraendosi quando qualcun* ci rifiuta???
Perché a me sembra che questa fantomatica libertà sessuale poi si riduca alla libertà di fare le ritrose, alla libertà sessuale della donna entro alcuni limiti di galateo. Tu ci provi io ti dico di no una due tre volte poi cedo (perché la donna dice NO ma intende Sì, la vecchia stronzata) e questa è libertà sessuale??? Per me libertà sessuale è andare da uno/una e chiedere “ti va di scopare?”. O un po’ più delicato, vogliamo dire “scusa se sono forse inopportun* ma mi piaci molto”? Che ne so, parlare, inventare nuovi modi, chiarirsi bene prima.
Anche semplicemente chiedere all’altr* se apprezzerebbe questo/quest’altro…

CI VUOLE TANTO???

Perché mi devi importunare, perché devo importunare te? Perché devo accettare di essere un oggetto sessuale invece di diventare soggetto e provarci io?

Dare per scontato che il gioco della seduzione sia “uomo cacciatore”/”donna preda” non è limitante? E non è su questo che si basa l’assunto per cui senza poter importunare non ci sarebbe corteggiamento?
Non potremmo prendercela semplicemente più serena, parlare di più, goderci quel momento in cui non sappiamo come andrà a finire? Invece di immaginare lo svolgimento come nei film, in cui due entrano in casa baciandosi e nel frattempo si spogliano e nessuno cade, nessuno dà una capata alla mensola, lui entra in una casa mai vista e sa già dove dirigersi??? (questa cosa l’ho sempre trovata inquietantissima). L’incontro che finisce con i due sudati che tra l’altro hanno anche avuto un orgasmo in contemporanea e tutto è andato perfettamente come se si conoscessero da decenni. Il giorno dopo lei con la camicia di lui, lui a torso nudo perché la camicia ce l’ha lei.
Quelle cene in cui nessuno si mbriaca nessuno ha il prezzemolo tra gli incisivi e tutti sono così falsi. Così. Tanto. Falsi. I primi appuntamenti con l’ansia da prestazione “dì qualcosa di intelligente dì qualcosa di intelligente” “IO UNA VOLTA HO VOMITATO” ma tutto finisce con un sorriso comprensivo MA MANCO PER IL CAZZO!!! Le serate rovinate sono rovinate per sempre, irrecuperabili, ma forse scoperete lo stesso e no, non sarà con quello scambio di sguardi e lui che le sposta i capelli dalla fronte. NO, BASTA, REINVENTIAMOCI.

La realtà è fatta di approcci sbagliati, pacchi appoggiati mentre stai ballando, bellissimi ragazzi che ti dicono “cosa risponderesti se ti offrirei da bere?” o pensano che darti della “bocca da pompino” così, manco ci conosciamo, sia un complimento.

Perché forse le attrici francesi essendo appunto attrici francesi non hanno mai avuto lo zambrone che ti offre tre birre e quindi glielo devi prendere in bocca, o il fenomeno che lui è figo e quindi ha già deciso che tu lo vuoi. Forse il loro corteggiamento parte con l’invio di un bracciale di diamanti. No perché qui parte con l’invio di cazzi su Messenger. Sa, signora, nella vita vera. Quella in cui “essere importunate” può significare cacarsi sotto di tornare a casa sole.

Quella in cui il tizio che ti ruba un bacio magari ha la fiatella e magari è perfetto con l’alito profumato ma ti fa schifo perché vota Lega. Quella è la vita vera, signore eleganti della Francia borghese.

Vi racconto un approccio carino?
Un ragazzo che mi ha tirata per lo zainetto a forma di ranocchio, io gli grido contro “ohu checcazzo tiri?” e lui si scusa ma non voleva parlare con me, voleva parlare col ranocchio.
Uno che stavamo parlando, si avvicina il tipo che vende le rose lui dà un morso alle rose e poi mi bacia. Vi giuro che mi è successo davvero.

Vi racconto un approccio dimmerda? Da dove inizio?
Tipo quello che dopo mezz’ora di chiacchierata aveva già deciso che sarei andata a casa con lui e dice alla mia amica “tutto ok, vattene” e la mia amica “eh? Ma come ti stai vedendo?” e mi avvisa “vedi che questo è scemo mi ha detto di andarmene ma chi cazzo lo conosce?”
Tipo la miriade di compiaciutissimi appoggiatori di pacco.
Tipo i vari ti offro – da – bere – e quindi – ti allungo – le mani – MA IO TE LE SPEZZO LE MANI!

Il diritto di importunare.
Pensate quante volte mi è venuto in mente di scrivere a qualcuno e poi boh, magari do fastidio, magari è fidanzato e non è scritto da nessuna parte… e poi le ricerche, gli ingrandimenti delle foto “ma avrà l’anello, no? Dammi un segnale, che ne so un pallino in fronte come le donne indiane!”. Pesante, certo, ma segno di educazione a mio avviso. Che io già sono turda se non mi informo almeno sullo status relazionale poi le figure dimmerda a palate, eh! Fidanzate incazzatissime perché ho fatto una battuta sconcia al tipo sbagliato… no non mi conviene.
In questo devo dire che i social danno una mano perché uno lo scrive. Certo ci sono le situazioni con lei “impegnata” e lui no e il motivo è che lui fa il piacione con mezza Facebook. True story, ma che si può ribaltare di genere.
Chiaramente quelli sono i peggiori, morte a quelli.

Però seriamente, per concludere altrimenti sto qui due anni… dobbiamo reinventare il gioco seduttivo e dobbiamo reinventarlo partendo dal consenso. Partendo dall’idea che ognuno di noi ha uno spazio penetrabile o meno. Sì ok ho detto “penetrabile” ah ah. Ma era il verbo giusto.
Non possiamo continuare a pensare che senza la possibilità di essere importunate (e lì appunto bisognerebbe parlare del COME, perché una cosa sono le discoteche di Rimini Nord un’altra gli ambienti altolocati frequentati dalle signore attrici francesi) non ci sia corteggiamento, e magari dovremmo smettere di sognare il corteggiamento in cui lui fa una follia e noi caschiamo come pere mature perché oh, è così romantico si è introdotto nella nostra casa riempiendola di rose rosse e facendomi trovare un’orchestra con gli strumenti blu… (cit.). E diamine è così romantico mica te lo vuoi far scappare!!!

No no mica lo faccio scappare.
Lo denuncio.

 

L’assemblea e il consenso: femminismi accaxxoduro

In questi ultimi tempi ragiono molto, tra me e con l* altr*, riguardo il concetto di consenso. Rivedo il consenso accordato o meno, richiesto o meno, nel passato, e penso al futuro, alle nuove relazioni che con calma, molta calma, probabilmente mi troverò ad affrontare.
In tutto ciò oggi spiegavo a mia sorella come funziona l’assemblea, in particolare di Non una di meno (non credo sia un mistero che io ne faccia parte, spero), e di mozioni minoritarie che col tempo si sono dissolte fino quasi a sparire. Mi sono chiesta: come si fa a far passare la propria mozione senza il voto? E come si fa a capire che, invece, quel gruppo non porterà mai avanti le azioni riguardanti il mio punto di vista?
Mi sono risposta che tutto ciò ha a che fare col consenso e la comprensione dello stesso. Se vedo, insomma, che molte persone mi danno ragione e poche torto, forse in quell’assemblea c’è consenso. Se noto invece che, con l’andare degli incontri, la mia mozione non trova consensi, o mi metto in discussione o metto in discussione il motivo per cui mi trovo in quell’assemblea. Insomma: posso portare avanti altri progetti, altre visioni che mi vedono concorde con l* altr*? O il punto in cui discordiamo è troppo importante per me?
E se è così importante, devo farmi violenza e restare o devo scegliere un gruppo che mi accorda il consenso su ciò che io desidero portare avanti?

Un gruppo femminista, e soprattutto transfemminista queer, dovrebbe aver costruito dentro sé dei meccanismi di riconoscimento del consenso. Dovrebbe almeno lavorarci e mettersi in discussione sempre. Perché altrimenti possiamo parlare di violenza sulle donne quanto vogliamo, ma non avremo capito nulla.
Se non comprendiamo il consenso altrui sulle nostre idee, e/o vogliamo forzare un gruppo alla nostra visione, stiamo facendo violenza.
Se forziamo noi stess* a stare in un gruppo facendo finta che ci stia tutto bene usiamo violenza su di noi, se forziamo il gruppo facciamo violenza sul gruppo. Chiamiamolo anche autoritarismo, che è la parola adatta nel secondo caso.

Se ti poni il problema, se ragioni sul consenso, guardi negli occhi la gente che hai davanti e capisci se quello che stai dicendo è condiviso. Se non capisci chiedi. Se vedi che nessuno parla costruisci un ambiente in cui ognun* possa dare il proprio contributo.

Il problema chiaramente sorge quando, come capita col macho di turno che decide a priori “tu sei mia e non mi puoi resistere”, anche tra donne e soggettività queer si innesca la leadership che potremmo definire, con una metafora sul fallocentrismo, “ACCAZZODURO”.
La persona che va avanti accazzoduro se ne frega. Non ti sente e se ti sente non ti ascolta, se ti ascolta non ti caga comunque e dalle tue frasi prende i sintagmi che pare a lei. Mistifica, la butta in caciara e si spende nelle migliori fallacie logiche.
E poi cerca l’applauso del pubblico dopo un mic drop.
L’attivista accazzoduro condanna la violenza sulle donne. Ma di solito è una donna che opera violenza. Violenza machista della peggior specie. E’ un* abusante e non lo sa, non se ne rende conto perché ha perso di vista l’analisi delle cause.

Dovremmo tutt* ragionare un po’ di più sul consenso, imparare ad ascoltare e saperci FERMARE. Saper chiedere al prossimo se va tutto bene. Non con retorica ribadire “ho ragione o mi sbaglio?” così, come intercalare. Proprio volendo ascoltare, accettando la risposta.
Metterci in discussione. Sapere che probabilmente stiamo sbagliando se non tutto almeno qualcosa.

E’ difficile, lo so. Ma non si può fare attivismo femminista accazzoduro. Bisogna ascoltare davvero non basta il diplomino, ci vuole l’analisi continua l’ascolto del prossimo e di noi stess*. Ci vuole la capacità di non prendere sul personale una critica, di non vederci fallit* se fallisce una nostra mozione e di non vederci attaccat* come individui se attaccano ciò che abbiamo detto.
Altrimenti possiamo fare tutte le campagne che ci pare, riprodurremo il patriarcato mettendogli solo un bel nastro fuxia attorno.

 

Tra il Sopra e il Sottosopra

Pare che gli universi siano in espansione, e in questo espandersi a volte si toccano e si incrociano (teoria del Multiverso). In quello spazio di mezzo tra uno universo e l’altro c’è un vuoto.

In quel vuoto ci sono io, adesso.

Sono in procinto di organizzare una nuova vita, di nuovo a Rimini, unica città in cui io mi sia sentita davvero voluta, o almeno non spinta fuori.

Non me la sento adesso di scrivere tutto quello che è successo, solo questo: mi sento spinta fuori, allontanata. E ho bisogno di non sentirmi così.
Brindisi, ma anche Lecce, mi ha rifiutata. Ci ho provato a vivere qui, ma non riesco, non ci sono possibilità per me. Niente lavoro, poca vita sociale.

Certo nel frattempo ho potuto completare gli studi, a parte un paio di esami ancora da integrare, ma fatto tutto questo andrò via di nuovo. Mi lascio alle spalle i/ le mie* alliev* meraviglios* della scuola di canto e qualche compagn* attivista del gruppo a cui ho il privilegio di appartenere.

Lasciatemi così, per ora. Sospesa, accampata nello studio dei miei con qualche momento di tarda adolescenza (“papà devo uscire, mi accompagni?”… purtroppo i miei vivono in una periferia abbastanza pericolosa, uscire a piedi non è contemplato). A studiare per completare il percorso che  mi sono scelta.

Devo respirare un po’, leccarmi le ferite e riprendere fiato… sì insomma le cose che si dicono di solito in questi momenti. Sono situazioni da frase fatta proprio per questo: non si ha molta voglia di inventare.

Kittypaka? Il complottismo colpisce anche Non Una Di Meno

Avevo già avuto a che fare con il commando abolizionista che sorveglia Facebook alla ricerca di post sexworker inclusivi, mi aspettavo sarebbe accaduto anche stavolta. Mi riferisco alla condivisione che il gruppo che si occupa della comunicazione social ha scelto di dare all’intervento della portavoce di Ombre rosse. Intervento che veniva per ultimo nella mattinata del 23, che non è stato mandato in diretta totalmente, evidentemente per cause tecniche, ma che ha ricevuto molti ed entusiastici consensi dall’assemblea (che si è per quasi metà anche alzata in piedi).

Le truppe di sorveglianza sono arrivate in fila per tre col resto mancia a rimettere nei ranghi le femministe (e i femministi, ma d’ora in poi userò il femminile per essere scorrevole) che si sono permesse di dire che viviamo in un sistema capitalistico, che bisogna lavorare e che alcun* scelgono di lavorare col sesso.

MAISIA!!! Direbbe Eleonora Magnifico.

Si è levato di tutto. Frasi già sentite (chi comanda? Chi sei tu? In nome di chi parli? Sei un cliente? Fai l’interesse dei clienti?) e ripetizioni stanche di falsità allucinanti.

Ribadiamolo per chi non lo sapesse:

nei tavoli, Lavoro e Migrazioni soprattutto, si è dato molto risalto all’orrore della schiavitù, e alla necessità di progetti di fuoriuscita dalla stessa. Permesso di soggiorno slegato da lavoro e mariti o padri, ius soli e cittadinanza, percorsi privilegiati per le vittime di tratta, e altre interessanti proposte da sviluppare (siamo ancora all’inizio). Questo nelle discussioni di Sabato e relazionato Domenica mattina. In seguito ci sono stati degli interventi singoli che portavano istanze soggettive e che sono state apprezzate o meno dalla gente riunita in assemblea.

È tutto riascoltabile a questi link (sì, lo so, è faticoso, ma si fa così quando si vuole dire la propria, ci si informa).

Ci sono stati dunque due interventi censori (addirittura “smettiamola di dire puttana”, non come offesa, anche come riappropriazione, e cose di questo tipo) che generalizzavano il fenomeno della prostituzione e negavano la necessità di utilizzare il termine “sex work” per definire le persone che liberamente svolgono mestieri legati al sesso. Oltre a voler censurare il porno e via discorrendo. C’è stato l’intervento di Adelina, ex vittima di tratta oggi attivista nell’ambito della stessa, che redarguiva le intervenute per aver utilizzato quel termine (sexworker), e generalizzava nuovamente il fenomeno sulla base della sua personale esperienza (sulla quale siamo tutt* solidali, ovviamente). Poi l’intervento di un’attivista che ha ribadito la necessità di rispettare le scelte altrui anche se, per sbarcare il lunario, dovessero scegliere mestieri che noi aborriamo. Ha a questo proposito usato l’esempio del “pulire il culo ai vecchi”, cosa che lei non farebbe mai ma che rispetta come mestiere, ovviamente. Così come io non farei la poliziotta e comprendendo il ragionamento logico si capirebbe anche che questa non è una offesa a chi svolge quei mestieri. 

Ultimo intervento è stato quello della ragazza portavoce di Ombre rosse, che viene riportato nel link. Applauditissimo come dice l’admin, lungamente e rumorosamente.

Ora.

Le abolizioniste di cui all’oggetto di questo post rinnegano:

– che l’assemblea si sia espressa contro la tratta

– che sia stata rispettata Adelina in quanto vittima

– che il consenso dimostrato con l’applauso abbia un qualche valore politico 

e attaccano da due giorni, con falsità e ripugnanti offese (come la solita, essere papponi o invischiati con il racket della prostituzione), chiunque tenti di riportare il dialogo nei ranghi, o anche solo far rispettare un consenso che, piaccia o meno, c ‘è stato.

1

I NOSTRI. È lingua italiana, eh? Intende i LORO.

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Solo sulla base del numero di applausi? Eravamo d’accordo, abbiamo applaudito. Ci facessero sapere come gradiscono si dimostri il consenso e lo faremo. Però lo devono accettare.

3

Questo è grave e incommentabile

1

qui inizia il complottismo, io e altr* attivist* siamo abituat* a questi attacchi da parte di swerf. Sono mesi che ci becchiamo dei papponi nel gruppo di Maschile plurale.

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3

questa non ho capito cosa vuole, cioè lei è per il Capitalismo e non accetta attacchi verso lo stesso? Ok. Riguardo le case chiuse vi invito invece a leggere i comunicati di Ombre rosse.

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Questa ha dei disagi irrisolti, non ho capito il film.

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Qui il delirio totale, meccanismo di gaslight: si confondono le acque per mettere in difficoltà. Io vedo in difficoltà solo i loro analisti.

Cattura

Ancora complottismo. Ci sono anch’io nelle accuse, attendete.

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Esaltare la bellezza. Vorrei tanto capire da dove lo evincano.

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Cattura

E per ultima questa perla, che poi ho capito di chi si trattasse, un’abolizionista favorevole a qualunque tipo di censura, che non è stata applaudita, ma la mamma le ha detto che è speciale e se non la portano in trionfo è per invidia. Quindi siamo tutti cattivi. Favolosa.

Ma adesso basta merdate e mi metto a scrivere il post romantico su quello che ho amato di questi due giorni.

Edit: questa non potevo non aggiungerla è troppo bella.

perla