Smashbox: lecite accuse di sessismo o eccessive volontà censorie?

Avrei voluto studiare ma faccio un breve post su questa pubblicità, che sta causando una vera e propria shitstorm sulla pagina dell’azienda, per motivi più legati alla volontà censoria che al desiderio di parità di genere. Partiamo dall’ABC:Continua a leggere…

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Kittypaka? Il complottismo colpisce anche Non Una Di Meno

Avevo già avuto a che fare con il commando abolizionista che sorveglia Facebook alla ricerca di post sexworker inclusivi, mi aspettavo sarebbe accaduto anche stavolta. Mi riferisco alla condivisione che il gruppo che si occupa della comunicazione social ha scelto di dare all’intervento della portavoce di Ombre rosse. Intervento che veniva per ultimo nella mattinata del 23, che non è stato mandato in diretta totalmente, evidentemente per cause tecniche, ma che ha ricevuto molti ed entusiastici consensi dall’assemblea (che si è per quasi metà anche alzata in piedi).

Le truppe di sorveglianza sono arrivate in fila per tre col resto mancia a rimettere nei ranghi le femministe (e i femministi, ma d’ora in poi userò il femminile per essere scorrevole) che si sono permesse di dire che viviamo in un sistema capitalistico, che bisogna lavorare e che alcun* scelgono di lavorare col sesso.

MAISIA!!! Direbbe Eleonora Magnifico.

Si è levato di tutto. Frasi già sentite (chi comanda? Chi sei tu? In nome di chi parli? Sei un cliente? Fai l’interesse dei clienti?) e ripetizioni stanche di falsità allucinanti.

Ribadiamolo per chi non lo sapesse:

nei tavoli, Lavoro e Migrazioni soprattutto, si è dato molto risalto all’orrore della schiavitù, e alla necessità di progetti di fuoriuscita dalla stessa. Permesso di soggiorno slegato da lavoro e mariti o padri, ius soli e cittadinanza, percorsi privilegiati per le vittime di tratta, e altre interessanti proposte da sviluppare (siamo ancora all’inizio). Questo nelle discussioni di Sabato e relazionato Domenica mattina. In seguito ci sono stati degli interventi singoli che portavano istanze soggettive e che sono state apprezzate o meno dalla gente riunita in assemblea.

È tutto riascoltabile a questi link (sì, lo so, è faticoso, ma si fa così quando si vuole dire la propria, ci si informa).

Ci sono stati dunque due interventi censori (addirittura “smettiamola di dire puttana”, non come offesa, anche come riappropriazione, e cose di questo tipo) che generalizzavano il fenomeno della prostituzione e negavano la necessità di utilizzare il termine “sex work” per definire le persone che liberamente svolgono mestieri legati al sesso. Oltre a voler censurare il porno e via discorrendo. C’è stato l’intervento di Adelina, ex vittima di tratta oggi attivista nell’ambito della stessa, che redarguiva le intervenute per aver utilizzato quel termine (sexworker), e generalizzava nuovamente il fenomeno sulla base della sua personale esperienza (sulla quale siamo tutt* solidali, ovviamente). Poi l’intervento di un’attivista che ha ribadito la necessità di rispettare le scelte altrui anche se, per sbarcare il lunario, dovessero scegliere mestieri che noi aborriamo. Ha a questo proposito usato l’esempio del “pulire il culo ai vecchi”, cosa che lei non farebbe mai ma che rispetta come mestiere, ovviamente. Così come io non farei la poliziotta e comprendendo il ragionamento logico si capirebbe anche che questa non è una offesa a chi svolge quei mestieri. 

Ultimo intervento è stato quello della ragazza portavoce di Ombre rosse, che viene riportato nel link. Applauditissimo come dice l’admin, lungamente e rumorosamente.

Ora.

Le abolizioniste di cui all’oggetto di questo post rinnegano:

– che l’assemblea si sia espressa contro la tratta

– che sia stata rispettata Adelina in quanto vittima

– che il consenso dimostrato con l’applauso abbia un qualche valore politico 

e attaccano da due giorni, con falsità e ripugnanti offese (come la solita, essere papponi o invischiati con il racket della prostituzione), chiunque tenti di riportare il dialogo nei ranghi, o anche solo far rispettare un consenso che, piaccia o meno, c ‘è stato.

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I NOSTRI. È lingua italiana, eh? Intende i LORO.

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Solo sulla base del numero di applausi? Eravamo d’accordo, abbiamo applaudito. Ci facessero sapere come gradiscono si dimostri il consenso e lo faremo. Però lo devono accettare.

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Questo è grave e incommentabile

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qui inizia il complottismo, io e altr* attivist* siamo abituat* a questi attacchi da parte di swerf. Sono mesi che ci becchiamo dei papponi nel gruppo di Maschile plurale.

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questa non ho capito cosa vuole, cioè lei è per il Capitalismo e non accetta attacchi verso lo stesso? Ok. Riguardo le case chiuse vi invito invece a leggere i comunicati di Ombre rosse.

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Questa ha dei disagi irrisolti, non ho capito il film.

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Qui il delirio totale, meccanismo di gaslight: si confondono le acque per mettere in difficoltà. Io vedo in difficoltà solo i loro analisti.

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Ancora complottismo. Ci sono anch’io nelle accuse, attendete.

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Esaltare la bellezza. Vorrei tanto capire da dove lo evincano.

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E per ultima questa perla, che poi ho capito di chi si trattasse, un’abolizionista favorevole a qualunque tipo di censura, che non è stata applaudita, ma la mamma le ha detto che è speciale e se non la portano in trionfo è per invidia. Quindi siamo tutti cattivi. Favolosa.

Ma adesso basta merdate e mi metto a scrivere il post romantico su quello che ho amato di questi due giorni.

Edit: questa non potevo non aggiungerla è troppo bella.

perla

Le identità altrui, il gender, gli schemi mentali

 

Io non ho mai capito per quale motivo alcune persone non riescano ad accettare le identità o gli orientamenti che non rientrano nei loro schemi mentali, perché sono sempre stata molto tranquilla nell’accettare il modo in cui le persone, soprattutto quelle che non influenzano la mia vita, vivono.
Certo se una persona mia amica, un giorno, dovesse dirmi che ha scoperto di essere omosessuale/asessuale/disforica cercherei di capire meglio questa che per me sarebbe una novità. A seconda del grado di confidenza con questa persona porrei dei quesiti, perché mi interessa e perché avrei bisogno di ridisegnare, nel mio cervello, la mia conoscenza nei suoi confronti.
Cercherei di capire come ci sia arrivato/a e come sta vivendo questa scoperta. Che non deve essere una passeggiata scoprirsi improvvisamente qualcun’altro.

Anni fa una mia amica lesbica baciò un uomo d’avanti a me. La cosa sconvolse entrambe e ne parlammo, in seguito abbiamo scherzato sulla cosa. Tempo dopo accadde con un’altra, tra l’altro ex della prima. E stavolta lei, piccina di corporatura, baciava un congolese grande e grosso.
Ridemmo il doppio, le chiesi come sia potuto accadere.
Quando si ha confidenza è così.

Tempo fa non capivo l’asessualità, perché non mi piaceva il modo in cui le associazioni che se ne occupano rispondevano ai giornalisti. Parlavano di società ipersessualizzata e loro risposta a questo atteggiamento, e mi sembrava una reazione forzatamente alternativa che non ha nulla a che fare con l’identità reale, mi sembrava fossero influenzati esattamente come quelli che sottostanno all’ipersessualizzazione.
Poi ho capito che questo era solo l’atteggiamento di alcune persone, e ci sono persone che, per tutta la vita o periodi, rifiutano il sesso. E va bene così. E non l’avrei mai capito se non avessi posto delle domande.
A me personalmente sembra assurdo, come tante altre abitudini umane tipo mettere il parmigiano ovunque, ma lo accetto perché l’ho imparato. Poi mica devo avere rapporti sessuali con tutti, avremo altri tipi di relazione in cui questa cosa non entrerà mai.

A monte però non avrei mai rifiutato una persona, o insultata, o non le avrei mai detto nella faccia che è malata. Non lo comprendo appieno come non comprendo chi ama il dolore, ma finché non mi tocca personalmente lo accetto. È la differenza tra capire e comprendere.

Questo perché quando una persona mi dice una cosa io tendo a crederci. Mi viene in mente una scena di “The invention of lying“, un film troppo sottovalutato scritto, diretto e interpretato da Ricky Gervais.
Nel mondo in cui questo film è ambientato gli esseri umani non hanno mai imparato a mentire. Un uomo, un giorno, scopre di saper mentire e per dimostrare la cosa agli amici, al bar, dice di chiamarsi con un altro nome, e loro lo salutano con quel nome.
Non hanno motivo di non fidarsi perché non conoscono la menzogna.

Allo stesso modo se una persona mi si presenta, appare non stereotipatamente uomo ma mi dice un nome maschile, io mi fido. Ma mi fiderei anche se mi dicesse di essere finlandese con la pelle ebano. Mi fiderei perché a me che cazzo cambia?

Qualche tempo fa feci la conoscenza con un attivista che si definisce “uomo trans, non binario”. E io gli chiesi per quale motivo, dopo aver definito se stesso come uomo, aggiungesse che non è binario. Perché a me il fatto che non fosse binario non tangeva affatto, quindi non avevo fatto il passo successivo: capire che non ragionano tutti come me, e che per molte persone il passing di un/una trans è fondamentale.
A me bastava che mi avesse detto di essere un uomo. Nemmeno mi interessava come fosse nato. Oggi sei questa persona, ti conosco oggi. Ciao Doug.
Ma evidentemente molti altri sarebbero stati confusi dalla mancanza di alcune caratteristiche che fanno scattare nella mente il riconoscimento, quindi era necessario specificare.

Credo sia pazzesco. Cioè seriamente, una persona si dovrebbe impegnare per far capire agli altri di che genere è? E poi, cosa vi cambia? Io se voglio conoscere una persona ci parlo, mica mi basta incasellarla in una gabbia precostruita!

Poi venitemi a dire che il genere non è performativo!

P.S.

Ho scritto questo post qualche settimana fa, e in questi giorni ho vissuto da osservatrice l’esperienza in cui una persona FtM si è sentita dire, da una femminista peraltro, che lei lo riconosceva come donna, nonostante lui abbia detto di essere transgender. Ecco, io non riesco davvero a capire. E mi sono sentita ferita per lui.

Però devo imparare, perché non si può plasmare il cervello altrui imponendo la ricostruzione di schemi, soprattutto in alcune generazioni.

Credo sia una mancanza di rispetto, ma devo imparare a comunicarlo.

Le 10 cose che non dovreste mai scrivere a un/a cretino/a

Come già abbondantemente detto io sono antibinarista, ovvero credo che le differenze tra uomini e donne, al di fuori di quelle strettamente biologiche, siano inventate culturalmente e debbano perdere di rilevanza. Specifico che ciò non significa “siamo tutti uguali”, al contrario. Significa che siamo tutti diversi singolarmente, e non divisi in due gruppi che TRA LORO sono diversi.
Ok?

Detto ciò ogni tanto mi piace farmi del male, e quindi mi metto a leggere un articolo che già dal titolo promette malissimoContinua a leggere…

Orgogliosamente arrapate

Mi passano questo “articolo” o, per dirla alla Michela Murgia, un articoloide, titolato così:

Cinquanta sfumature di rosa, le ragazze pugliesi pazze per il film

che già fa tanto intellettualoide col naso all’insù, che si scandalizza dei fenomeni adolescenziali e ancor di più dei fenomeni popolari. Ooooh! Ragazze che impazziscono per un film d’amore col belloccio! Mai accaduto al mondo! Continua a leggere…

L’episodio 7×04 di Shameless è un trattato sui generi sessuali. NO SPOILER.

Ian conosce un ragazzo FtM, che sta concludendo la transizione, e resta un attimo sconvolto. Pur essendo omosessuale (ci si aspetta erroneamente che gli appartenenti di categorie discriminate siano automaticamente aperti e includenti) Ian è cresciuto in un quartiere popolare, e forse non ha aperto la sua mente quanto crede. Ma è intelligente e curioso quindi chiede scusa e viene presentato ad un gruppo LGBTQIA, i cui membri si presentano per nome, genere ed etnia di appartenenza, PRONOME COL QUALE VOGLIONO ESSERE APPELLATI. Cosa che trovo fantastica.

Al che pone un quesito. “Posso fare delle domande?”, cui viene risposto “meglio che supporre di conoscere già la risposta”

E questo è assolutamente un riassunto chiarissimo, delicato e rispettoso delle differenze e di come ci si dovrebbe approcciare alle PERSONE. Cercando di conoscerle, non utilizzando i nostri pregiudizi.

Dopo Bojack Horseman, prima serie in cui viene inserito un personaggio asessuale, Shameless parla sempre più chiaramente e INSEGNA più di quanto nelle scuole ci viene permesso di fare.

Galanteria = maschilismo benevolo. Facciamo a capirci

Ha suscitato incomprensione e giudizi ignoranti (nel senso di ignorare come la penso in generale) un mio post su Facebook in cui davo dell’incoerente a una ragazza che scriveva ciò:

Posso pagarmi il conto al ristorante ma preferisco che lo faccia tu. Almeno al primo appuntamento.
Non toglierai nulla alla mia femminilità, né tanto meno alla mia emancipazione. Rimarrò indipendente e tosta anche se mi cederai il passo.
Ho due mani ma amo che mi versi da bere anche se posso farlo benissimo da sola.
Sappi che non sono monca. Ma si tratta di un’attenzione che io amo ricevere, specie all’inizio di una frequentazione. Si tratta di te che ti accorgi che ho il bicchiere vuoto, il che significa che stai attento a me. Si tratta di farmi sentire importante e la cosa mi piace. E io farò sentire importante te a tempo debito.
Il giorno dopo andrò a lavorare, guadagnerò, terrò testa ai colleghi, sceglierò cosa mangiare, combatterò perché i miei successi professionali siano attribuiti al mio impegno e non alle mie tette e mi aprirò centinaia di porte da sola.
Questo lo faccio tutti i giorni e non ha niente a che fare con me e te, io che tiro fuori il portafoglio e te che non mi lasci pagare.
Si tratta di attenzioni. E le attenzioni si riservano a chi è importante.
Darmi la tua giacca se ho freddo è una gentilezza che non mi toglierà nulla, al massimo mi farà tornare a casa con la speranza che il corteggiamento non sia una cosa che sogno solo al cinema.
Corteggiamento fa rima con educazione e l’educazione non può passare di moda.

Da dove partire?

Innanzitutto la pretesa che un atteggiamento sia tale SOLO perché una persona è di sesso maschile e brama le nostre virtù è sessismo. Per definizione se ci aspettiamo un comportamento da qualcuno basato sul suo sesso (o genere) questo è sessismo.

Nello specifico ci aspettiamo un atteggiamento da grammatica romantica standard. E la grammatica romantica standard è maschilista. Premettere che una donna sia un soggetto da proteggere (dal freddo, la giacca) sacrificandosi, che sia un oggetto da portare in giro pagando per lei, che sia troppo intuppata per versarsi il vino da sola (non lo puoi versare te a lui? Non sarebbe gentile?) e in generale per FARE LE COSE è maschilismo.
Tutto il corredo di apertura portiera, entrata prima di lei nel locale (dal galateo, per assicurarsi che l’ambiente sia adatto. Non chiedetemi cosa intendano per “adatto”) e tenuta della porta (a lei, e non in generale a chiunque sia dietro di te) è maschilismo.

Pretendere di essere trattata come una cazzo di principessa di cristallo, pretenderlo, non accennare mai ad ESSERE GENTILE oltre che ricevere gentilezze (ammesso che farmi metter via il portafoglio e pagare sia “gentilezza”, CAFONE, il vero gentleman paga senza farsi vedere. Se proprio vuoi pretendere galanteria, signorina fru fru, almeno impara come si fa) è maschilismo  interiorizzato. Benevolo, ma maschilismo.
La nostra cultura è maschilista, è normale che gran parte delle cose lo siano. Come è normale che gran parte delle feste siano pagane, eccetera. Si tratta di cultura e la cultura non nasce così, d’improvviso. È una cosa che si costruisce su dei mattoni precedenti. E i nostri mattoni sono firmati PATRIARCATO. La grammatica amorosa che conosciamo è nata grazie a romanzieri che hanno dipinto un rapporto ideale, ma asimmetrico.

E uscirtene con il tuo lavoro, che tu sei forte e fighissima e hai uno stupendio, ma pretendere di scroccare la cena, non ti fa onore. Sai cosa sarebbe figo? Inviargli un pacco il giorno dopo, con un libro, biglietti per il teatro, qualcosa che hai scoperto gli piace.

SBAM!!! ROMANTICISMO, BITCH!

E non “a tempo debito”, come una promessa di qualcosa che verrà. Certe cose non si dicono, si fanno.

In ultimo.
Ho commentato con questa frase: “Gente che nuoce al femminismo.
Almeno ammetti di essere tirchia o voler fare la mantenuta. Giusto per onestá.”
E per carità non ho nulla contro i tirchi, e nemmeno contro i mantenuti. Buon per loro. Io giudicavo l’incoerenza. Scroccare le cene come pretesa è da tirchi o wannabe mantenuti.
Non vuol dire che io lo veda come una cosa negativa. Negativo è cercare di passare per altro.
Negativo è fare la donna emancipata e poi richiedere vecchie, vecchissime attenzioni da film anni ’50, da favola Disney, da principessina rincoglionita e svenevole, e principe dai gesti plateali.
Guardati dentro, che stai reiterando vecchie grammatiche pretendendo di essere moderna.
Questo intendo dire. Liberiamoci dai gesti che crediamo “romantici” e sanno di muffa patriarcale. Le attenzioni non sono schemi fissi e limitati. Più li pretenderai, più resterai delusa. Perché nel cercare il gesto del versare il vino ti sfuggirà qualcos’altro. Di meno plateale, meno canonico, ma un vero segno di attenzione e premura.

Io sono gentile con tutti. Tengo la porta, chiedo a che piano intende salire chi entra con me in ascensore, cedo il posto in autobus, faccio passare avanti in fila chi ha poca spesa, se non ho fretta. Offro, porto dolci agli amici.
Non pretendo nulla, ma apprezzo. I piccoli gesti, ricordarti che colori amo, che mi piacciono le rane, o che il tale giorno farò qualcosa di importante.
Ma perché pretenderlo solo dagli uomini? Da se stesse no? Dalla gente no?
Perché “versare il vino”? Perché ti ha fatto sognare Humphrey Bogart, o chi per lui? Che banalità.
E la giacca? Non è più premuroso ricordarmi che saremmo in riva al mare, e sarebbe meglio portarmi una maglia? Perché un uomo dovrebbe soffrire il freddo in quanto io sono scurdatizza? Cosa c’è di romantico nel far raffreddare qualcuno?

E perché dico che questa gente nuoce al femminismo? Perché non si interroga sulle dinamiche che si porta dentro. E non c’è niente di peggio, niente di più nocivo di qualcuno che crede di poter fare del femminismo usando codici maschilisti, e senza interrogarsi sulla nascita degli stessi, sul significato.

In ultimissimo: MAI parlerei di prostituzione in termini offensivi. Ho stima delle persone per quello che realizzano, non mi interessa nulla di cosa ne facciano con parti del loro corpo. Ci sono stata dentro, con tutte le scarpe, in quel mondo. Mi è totalmente indifferente il mestiere che fa una persona tranne se uccide o ruba.
Io ho commentato “magari queste persone criticano le prostitute, e poi loro cosa fanno?”

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Non è un giudizio negativo nei confronti delle prostitute. Leggetelo con occhiali trasparenti, non con le lenti piene della merda del pregiudizio.
Per me essere zoccola è una caratteristica come avere gli occhi castani. Direste che sto giudicando male qualcuno, se dicessi che ha gli occhi castani? E fare la prostituta è un mestiere, e dire non non farlo quando lo si fa è ipocrita. Come dire di non essere un partito quando poi si fa il partito è ipocrita. E io non ci casco.
E io quando parlo esagero. Si chiamano IPERBOLI. Ovvio che non intendevo in senso letterale “pretendi di darla solo a chi ti paga la cena”, è un’estensione. Un concetto.
Premesso che non ho alcun pensiero negativo nei confronti della prostituzione, se una persona vede il pagare per lei come attenzione io questo lo vedo molto più vicino alla prostituzione che al romanticismo. E, da ragionamento iniziale, SE, MAGARI, questa gente giudica male le prostitute e poi ci si comporta in maniera simile, l’incoerenza è doppia. Questo significa la mia frase.

Non mi sembrava così complicato da capire. Ma vedo che lo è stato, per qualcuno, quindi mi sono dilungata perché dovrei iniziare gli schemi di Storia dell’Italia Contemporanea ma non ne ho voglia.

Temo che sarà complicato insegnare Discipline letterarie, in un mondo pieno di schemi mentali ristretti. Elasticizzatevi, fatelo per voi.

La violenza sulle donne, la retorica e i danni di una visione vittimistica

Quando si parla di violenza di genere di solito si intende violenza degli uomini sulle donne e ancora più spesso si intende esclusivamente violenza fisica degli uomini sulle donne.
Tutto questo a mio parere è troppo restrittivo nel grande ombrello semantico della violenza di genere. Perché se voglio andare ad analizzare il significato di questa espressione a me viene da pensare che la violenza di genere sia la violenza perpetrata verso qualcuno per motivi di genere, ovvero per reiterazione forzata di codici comportamentali appartenenti al genere. Quindi picchiare qualcuno perché quel qualcuno non rientra negli stereotipi di genere, o perché gli stereotipi a cui voglio aderire io mi costringono a usare violenza. E in quest’ultimo caso posso usare violenza, invece che discutere, perché “gli uomini sono aggressivi”, se sono uomo; oppure posso usare violenza psicologica perché “le donne sono astute e lagnose” se sono donna.

Cambiano i modi, non il fatto che io stia usando violenza.

Quindi già il concetto che la violenza di genere sia la violenza dell’uomo sulla donna (alcune persone che si occupano di Pari Opportunità addirittura vorrebbero che si parlasse dichiaratamente e solo di violenza degli uomini sulle donne e non più in generale di violenza di genere, visto che di solito per quest’ultima si intende la prima) elimina diverse questioni che invece hanno eccome a che fare con lo stereotipo di genere. Inoltre sottende una premessa falsa: che le donne siano sempre e comunque più deboli, quindi predisposte a subire violenza da un uomo, il quale è invece sempre più forte (a tal proposito mi passano questo articolo, molto interessante). Chiaramente questo assunto elimina dalla discussione anche ogni tipo di violenza psicologica, che invece è un fatto molto grave, e molto diffuso, da parte di uomini e donne.

Oltre a escludere una serie di eventi di violenza riconducibile all’imposizione del genere, ovvero i delitti a stampo omofobico e il bullismo nei confronti dei ragazzi considerati non sufficientemente mascolini, questo concetto esclude tutto l’impianto ideologico che porta una donna a essere vittima del proprio compagno. Tutto il percorso di violenza di genere che viene usata sulle donne e sugli uomini affinché essi si pieghino allo stereotipo del proprio genere di appartenenza.

UNA DONNA NON SUBISCE VIOLENZA PERCHÉ È DEBOLE MENTRE L’UOMO INVECE È FORTE, UNA DONNA SUBISCE LA VIOLENZA PERCHÉ NON È STATA EDUCATA A RICONOSCERLA PRIMA CHE ESPLODA

Una donna che subisce violenza dal proprio compagno, in maniera continuata, quindi da una persona che vede tutti i giorni, che conosce, non è in grado di riconoscere i segnali che sfoceranno, probabilmente, nella sua uccisione o aggressione fisica, perché è stata abituata fin dalla nascita a considerare normali alcuni atteggiamenti oppressivi e prevaricatori, ed è stata educata a questo da un padre e una madre. Quindi da una donna, anche, che ha dentro di sé, forte, nel sangue, il patriarcato, e che ha potuto influenzare la figlia fin nelle sue fibre primordiali.
E, in questo meccanismo, come facciamo a parlare di violenza dell’uomo sulla donna?

La madre che redarguisce la figlia per non essere sufficientemente silenziosa e remissiva, la madre che accetta di essere trattata come uno straccio dal marito, e giustifica la sua aggressività, e anzi parla di se stessa come  di una martire guerriera, forte abbastanza da poter sopportare le pene di essere donna, non sta reiterando un meccanismo che porta, facilmente, alla violenza di genere nel senso di violenza fisica? Anzi, più precisamente: non è questa imposizione del genere già una violenza di genere, che porterà probabilmente alla violenza di un uomo (educato a giustificare ogni suo atteggiamento aggressivo) su di una donna, ovvero questa figlia?

Ritenere che la violenza di genere sia solo la violenza degli uomini sulle donne esclude la possibilità che la vittima sia in realtà cresciuta da vittima, e che esista un impianto ideologico radicato che fa sì che quella vittima resti tale, si senta in colpa, perfino. Ritenere che la violenza di genere sia solo la violenza degli uomini sulle donne, quindi, in ultima istanza, non ci farà mai comprendere perché le donne non denuncino, o non lascino il mostro.
Se continueremo a portare avanti questa idea, che gli uomini sono forti e violenti e le donne deboli e remissive, e quindi gli uni aggrediscono le altre, non riusciremo mai a capire per quale motivo queste vittime non fanno ciò che le vittime dovrebbero, razionalmente, fare: cercare qualcuno che le difenda.

La persona che si tiene accanto il despota è convinta che il despota sia l’unica persona che potrà mai amarla. Perché crede di non meritare amore (“sono cattiva, nessuno mi amerà”, pensa la figlia/il figlio cui si è detto “se ti comporti male la mamma non ti vuole più bene”).
Poiché è stata picchiata da piccola o semplicemente educata a sentirsi sbagliata, o piegata a essere remissiva e muta, quella donna non riconoscerà mai il mostro che ha accanto.
Perché è talmente convinta che le donne debbano stare zitte che ogni volta che si sarà ribellata si sentirà, in fondo, in errore. E questo lo avrà imparato grazie all’esempio di una donna, molto probabilmente. Quindi possiamo mai parlare di violenza degli uomini sulle donne, quando questa è solo la punta di un iceberg fatto di educazione inconscia, subdola, fatta di esempi errati e parole malate?
E quest’ultimo paragrafo ha molto di autobiografico, ma corroborato dalle letture successive, che hanno confermato le mie teorie. Ci sono tante donne così, tra le vittime deo propri compagni. Stiamo molto attenti, perché quella violenza è finita con un uomo che uccide una donna, ma è iniziata con una donna che partorisce una donna (dove partorire è da intendersi in senso lato. Una persona diventa madre anche quando adotta, quindi partorisce un’idea di figlio).

Parlare di violenza degli uomini sulle donne scagiona le donne portatrici di patriarcato. E questo è grave. Perché ogni volta che gli uomini tornano incazzati da lavoro, si girano male coi figli e le mogli li giustificano, quelle donne stanno reiterando codici di genere che porteranno a un errata convinzione sugli uomini e sulle donne.
Siamo esseri umani e il lavoro spesso è pesante, ma le donne vengono giustificate allo stesso modo? Ammettendo sia giusto (io credo ci si debba sfogare fuori, e non coi figli) girarsi male senza chiedere scusa, viene mai fatto a generi invertiti?
Bisogna scavarsi dentro, estrapolare il patriarcato che ci portiamo tatuato nel cervello, prima di insegnare qualcosa agli altri o stilare addirittura delle leggi. Facciamolo questo lavoro dentro di noi.

L’imposizione degli stereotipi di genere è già di per sé una violenza, che sfoci o meno con il femminicidio. Emergenza di cui non nego affatto l’esistenza, anzi. Sto cercando di includere, in tutte le possibili motivazioni di questa emergenza, ogni tipo di costrutto culturale abbia portato fin qui. Anzi proprio perché c’è un’emergenza voglio capire come eliminarla.
Perché dire semplicemente violenza degli uomini sulle donne esclude tutto un impianto culturale, e premette la possibilità che gli uomini siano violenti per natura, e le donne deboli per natura, e quindi distrugge tutto il sapere di genere che nei decenni abbiamo costruito. Oltre come ho già detto a non far comprendere appieno il perché le donne, pur esistendo delle premesse, non lascino o denuncino il  mostro. Non aiuta a comprendere cosa porti a una tale dipendenza emotiva.

Dice Bourdieu:

La violenza simbolica si istituisce tramite l’adesione che il dominato non può non accordare al dominante

Cioè un dominato che non si sogna neppure lontanamente di potersi ribellare, e quando lo fa si sente talmente in colpa da accettare, in qualche modo, la punizione. Un esempio: quando le donne si descrivono e ammettono di essere molto forti e determinate spesso dicono di essere insopportabili, aggressive, e di avere al fianco degli uomini paragonabili a santi, che “le sopportano”.

E, d’altro canto, un dominatore forzato, che DEVE essere dominatore, quindi non si sogna neppure lontanamente di accettare il contrasto, e di dover argomentare la propria convinzione, o la propria volontà di essere accudito- servito – apprezzato eccetera.

Inutile, per chi sa come la penso, ribadire che per me il maschilismo nuoce anche agli uomini, e che con ciò non nego esista la necessità di valutare le motivazioni del femminicidio, per eliminarlo dalla radice. Anzi è proprio comprendendo tutto il portato culturale della violenza di genere che si può fare, perché la donna picchiata, o uccisa, o vessata, in quanto ha lasciato il compagno (quindi non rientra più nello stereotipo della donna – oggetto, della donna che deve accudire e comprendere sempre il proprio compagno) e il ragazzino picchiato, ucciso, vessato in quanto “amante dei glitter o del rosa” (senza necessariamente questo significhi disforia o orientamento omosessuale, solo un gusto lontano dallo stereotipo) sono due facce della stessa medaglia: la violenza di genere

 

 

 

Il Dottor Gender – o – F – o – M, che si crede DIO

Sono seriamente sconvolta.

Questo medico sorridente in foto pare abbia (qui l’articolo) da poco realizzato

un intervento destinato a fare storia, considerata la tenera età del paziente. Un bambino di appena 2 anni dichiarato alla nascita come appartenente al sesso femminile, è stato operato al Policlinico Universitario “P. Giaccone” di Palermo per un cambiamento di sesso. L’eccezionale intervento eseguito dal prof. Marcello Cimador, associato di Chirurgia pediatrica e responsabile dell’Urologia pediatrica, è stato reso possibile dopo che ulteriori accertamenti eseguiti presso la Neonatologia dello stesso Policlinico, avevano accertato un corredo cromosomico del tutto compatibile con l’appartenenza al sesso maschile. La famiglia ha avviato quindi la procedura per il cambio di sesso da femmina a maschio presso l’anagrafe del comune di nascita.

La mia domanda è solo una: PERCHÉ???
Che necessità c’era di intervenire così brutalmente su di un bambino così piccolo? Che fastidio vi dava?
Fino al 1880 circa non vi sareste nemmeno posti il problema dei cromosomi, nessuno sapeva cosa cazzo fossero! Quel bambino sarebbe stato una femmina, come lo era Kim Novak, la bellissima attrice famosa negli anni ’50, tipico esempio della Sindrome di Morris.

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Due anni è troppo poco per definire se quel bambino si sarebbe sviluppato come uomo o come donna, e se avrà in futuro una identità di genere più vicina al femminile o al maschile (da antibinarista credo siamo tutti fluidi, quindi non esiste nessuno totalmente maschile e totalmente femminile, ma questo è un altro discorso).

LA MUTILAZIONE NEI CONFRONTI DEI BAMBINI INTERSESSUATI DEVE FINIRE.

Cosa accadrebbe se il bambino si dovesse sviluppare in questo modo? Con forme prettamente femminili?

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Dovrebbe affrontare un altro doloroso intervento, come quello che ha rovinato i primi anni della sua infanzia, per tornare a ciò che davvero è.

«Sovente in passato in questi bambini venivano mantenuti i genitali femminili, a causa dell’alta complessità di eseguire una genitoplastica mascolinizzante – dichiara il prof. Marcello Cimador – . Era poco conosciuta infatti la cosiddetta “androgenizzazione cerebrale” ovvero l’esposizione del cervello del feto e del piccolo bambino agli ormoni androgeni che orientano sessualmente l’individuo verso la mascolinità, col risultato di avere dei soggetti che si sentivano maschi in tutto tranne per il fatto di avere dei genitali di femmina. Casi clinici così complessi possono essere curati solo nell’ambito di una intensa collaborazione multidisciplinare, come nel caso in questione, in cui neonatologi, genetisti, ginecologi e chirurghi pediatrici afferenti al Dipartimento Materno-Infantile del Policlinico di Palermo hanno dato il loro contributo al successo delle procedure».

Non ci viene detto, ma se il bambino dovesse essere insensibile agli androgeni, come probabilmente è, visto che ha i cromosomi XY ma si è sviluppato come femminuccia, non servirebbe nemmeno imbottirlo di ormoni dalla mattina alla sera. O sarebbe pericolosissimo!

È questa la famiglia naturale? Questo è accettabile? Normale? Normalizzato?

Ma andatevene affanculo che vi avrebbero dovuto tagliare le tube e lo scroto da piccoli.

Merde.

La campagna H & M e le femministe perbeniste

Essere femminista è difficile.

Perché bisogna rendersi conto che esistono tanti femminismi altrettanto validi rispetto a quello cui apparteniamo noi, perché bisogna a volte intrecciare le correnti per trovare la propria. Perché si cade troppo spesso nell’errore di voler definire cosa sia, oggettivamente, il VERO femminismo e perché non si fa sufficiente autocritica.
Troppo spesso non riusciamo ad analizzare quanto stiamo giudicando con strumenti patriarcali ciò che vorremmo ribaltare e invece lasciamo com’è, perché non capiamo che il nostro gusto, i nostri punti di vista, sono costruiti sulla base di grammatiche maschiliste. Quindi binariste, paternaliste e via discorrendo. Non tutte capiscono ( io opero grandi sforzi per riuscirci, facendo spesso violenza su me stessa e contraddicendomi, cercando di essere più brava oggi di quanto lo fossi ieri, non fermandomi mai) di dover compiere un lungo percorso teorico dentro di sé prima di darsi alla pratica.

Faccio l’esempio di questa campagna di H & M, in cui si vedono donne di molte tipologie, fisici differenti e personalità differenti. Abbiamo l’androgina; la sovrappeso; la donna dall’ascella pelosa; l’esuberante, figa ma un po’ rozza; la CEO che arriva sicura di sé in riunione; la sfacciata che ti guarda negli occhi; la maschiaccia; la transessuale; la bambolina dallo sguardo dolce, la stanca morta che si svacca in metropolitana (ha la gonna lunga); la donna matura che si annoia a una festa; la mattacchiona che balla senza sforzarsi di apparire sexy; quella che si rilassa in hotel scofanandosi delle patatine fritte; la coppia di lesbiche dai capelli uguali che si bacia in piscina.

Donne, persone. Perfettamente normali, certo truccate, molto belle in viso (stiamo pur sempre parlando di moda), ma piuttosto variopinte. Non sono pezzetti di corpo, sono intere, hanno un volto e guardano la telecamera. Hanno una personalità.
Ma alle femministe di non ho capito quale tipo questo non va (attenzione, si tratta di persone che scrivono su testate diffuse):

cattura

COMPORTAMENTI INUTILMENTE FUORI DALLE RIGHE.
Una ragazza che si allunga sul sedile in metropolitana ed una che si toglie qualcosa dai denti in un ristorante. Non ci toglieremo mai dalla mente i consigli della brava signorina, eh?

“Essere sicura di sé non vuol dire fare quelle azioni che la signora ha descritto”. E dove stanno scritte queste regole universali?

Io penso che l’essere sicura di sé si trasmette in molti modi, e che le donne sono tante e ovviamente tutte differenti, quindi possono anche essere delle “cafonazze”. Ammesso che quei comportamenti siano deprecabili anche quando attuati da uomini, perché io ho l’impressione che non vi accorgiate nemmeno di quando e quanto alcuni uomini siano ben più “diseducati” di così. Ho l’impressione che la donna che esce dall’etichetta faccia sempre scalpore, quindi ben venga mostrare qualche piccolo “disordine” quotidiano.

Fermo restando che quella è una pubblicità, deve ovviamente essere riassuntiva e quindi mostrare le cose in un modo un po’ eccessivo. Ma per capire questo bisognerebbe conoscere i codici, le grammatiche di determinati mezzi di comunicazione.

E alla gente piace parlare senza capire un cazzo.