Sex work is work: incontro alla Casa Internazionale delle Donne

Sabato 20 Gennaio 2018 si è tenuto, nella sala Carla Lonzi del C.I.D. , un incontro che potremmo senza dubbio considerare STORICO. Un gruppo di persone, femministe, si è riunito per parlare di sex work e l’ha fatto senza alcun desiderio di sovradeterminazione, senza narrare di altr*, ma parlando in prima persona (come la pratica storica del femminismo insegna).
I femminismi aperti al dialogo si sono incontrati, con più o meno resistenze alla comprensione e all’accoglienza di quali siano, nello specifico, le istanze portate avanti da* sex workers. Sex workers che hanno parlato per sé, con la propria voce o tramite la voce di attiviste che hanno letto testimonianze.

Sono state riportati i diversi modi che i paesi del mondo hanno per regolamentare il sex work, ed è stata chiaramente spiegata la posizione de* lavorator* del sesso italian* in merito, ovvero quello che vorrebbero dal punto di vista normativo, oltre che culturale. La possibilità quindi di lavorare insieme senza rischiare di essere perseguibili come sfruttator*, l’eliminazione dello stigma e della narrazione vittimistica, la distinzione tra libertà di scelta e tratta (anche se a me, che si debba sottolineare continuamente questa distinzione, stufa. Non capita mai di doverlo fare se parli di camerier*, contadin*, infermier*…).

Ma non voglio riportare gli interventi uno per uno (vi rimando per questo all’articolo di Dario Accolla, che ho finalmente incontrato di persona, qui). Mi sono messa a scrivere perché ho necessità di dire come mi ha fatta sentire la giornata di Sabato.

Mi sono sentita parte di un femminismo che cammina. Che accoglie e cammina. Che si interroga sulle vite degli altri per capire come sostenerci a vicenda, non per puro gossip. Che lascia parlare, e non parla addosso. Che ascolta senza giudicare. Che ride e non deride.
Ne avevo bisogno. Davvero tanto bisogno.

Abbiamo riso, anche a volte per reazione all’assurda cattiveria altrui, ci siamo incazzat* ed emozionat*. E abbiamo provato stima per le persone che stavano raccontando le loro storie, perché erano persone coscienti e autodeterminate.
Abbiamo condiviso delle convinzioni sul presente e dei sogni sul futuro. Dei dubbi. Dei desideri.
Ci siamo conosciut* e riconosciut*, abbiamo condiviso un aperitivo e tante risate.

E poi bona, la sera margarita al Tuba Bazar e concerto di Miss Keta.
Così, per spoetizzare il tutto che stavo diventando melensa.

Vi abbraccio tanto, compagn*. Questo è solo l’inizio.

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L’assemblea e il consenso: femminismi accaxxoduro

In questi ultimi tempi ragiono molto, tra me e con l* altr*, riguardo il concetto di consenso. Rivedo il consenso accordato o meno, richiesto o meno, nel passato, e penso al futuro, alle nuove relazioni che con calma, molta calma, probabilmente mi troverò ad affrontare.
In tutto ciò oggi spiegavo a mia sorella come funziona l’assemblea, in particolare di Non una di meno (non credo sia un mistero che io ne faccia parte, spero), e di mozioni minoritarie che col tempo si sono dissolte fino quasi a sparire. Mi sono chiesta: come si fa a far passare la propria mozione senza il voto? E come si fa a capire che, invece, quel gruppo non porterà mai avanti le azioni riguardanti il mio punto di vista?
Mi sono risposta che tutto ciò ha a che fare col consenso e la comprensione dello stesso. Se vedo, insomma, che molte persone mi danno ragione e poche torto, forse in quell’assemblea c’è consenso. Se noto invece che, con l’andare degli incontri, la mia mozione non trova consensi, o mi metto in discussione o metto in discussione il motivo per cui mi trovo in quell’assemblea. Insomma: posso portare avanti altri progetti, altre visioni che mi vedono concorde con l* altr*? O il punto in cui discordiamo è troppo importante per me?
E se è così importante, devo farmi violenza e restare o devo scegliere un gruppo che mi accorda il consenso su ciò che io desidero portare avanti?

Un gruppo femminista, e soprattutto transfemminista queer, dovrebbe aver costruito dentro sé dei meccanismi di riconoscimento del consenso. Dovrebbe almeno lavorarci e mettersi in discussione sempre. Perché altrimenti possiamo parlare di violenza sulle donne quanto vogliamo, ma non avremo capito nulla.
Se non comprendiamo il consenso altrui sulle nostre idee, e/o vogliamo forzare un gruppo alla nostra visione, stiamo facendo violenza.
Se forziamo noi stess* a stare in un gruppo facendo finta che ci stia tutto bene usiamo violenza su di noi, se forziamo il gruppo facciamo violenza sul gruppo. Chiamiamolo anche autoritarismo, che è la parola adatta nel secondo caso.

Se ti poni il problema, se ragioni sul consenso, guardi negli occhi la gente che hai davanti e capisci se quello che stai dicendo è condiviso. Se non capisci chiedi. Se vedi che nessuno parla costruisci un ambiente in cui ognun* possa dare il proprio contributo.

Il problema chiaramente sorge quando, come capita col macho di turno che decide a priori “tu sei mia e non mi puoi resistere”, anche tra donne e soggettività queer si innesca la leadership che potremmo definire, con una metafora sul fallocentrismo, “ACCAZZODURO”.
La persona che va avanti accazzoduro se ne frega. Non ti sente e se ti sente non ti ascolta, se ti ascolta non ti caga comunque e dalle tue frasi prende i sintagmi che pare a lei. Mistifica, la butta in caciara e si spende nelle migliori fallacie logiche.
E poi cerca l’applauso del pubblico dopo un mic drop.
L’attivista accazzoduro condanna la violenza sulle donne. Ma di solito è una donna che opera violenza. Violenza machista della peggior specie. E’ un* abusante e non lo sa, non se ne rende conto perché ha perso di vista l’analisi delle cause.

Dovremmo tutt* ragionare un po’ di più sul consenso, imparare ad ascoltare e saperci FERMARE. Saper chiedere al prossimo se va tutto bene. Non con retorica ribadire “ho ragione o mi sbaglio?” così, come intercalare. Proprio volendo ascoltare, accettando la risposta.
Metterci in discussione. Sapere che probabilmente stiamo sbagliando se non tutto almeno qualcosa.

E’ difficile, lo so. Ma non si può fare attivismo femminista accazzoduro. Bisogna ascoltare davvero non basta il diplomino, ci vuole l’analisi continua l’ascolto del prossimo e di noi stess*. Ci vuole la capacità di non prendere sul personale una critica, di non vederci fallit* se fallisce una nostra mozione e di non vederci attaccat* come individui se attaccano ciò che abbiamo detto.
Altrimenti possiamo fare tutte le campagne che ci pare, riprodurremo il patriarcato mettendogli solo un bel nastro fuxia attorno.

 

Tra il Sopra e il Sottosopra

Pare che gli universi siano in espansione, e in questo espandersi a volte si toccano e si incrociano (teoria del Multiverso). In quello spazio di mezzo tra uno universo e l’altro c’è un vuoto.

In quel vuoto ci sono io, adesso.

Sono in procinto di organizzare una nuova vita, di nuovo a Rimini, unica città in cui io mi sia sentita davvero voluta, o almeno non spinta fuori.

Non me la sento adesso di scrivere tutto quello che è successo, solo questo: mi sento spinta fuori, allontanata. E ho bisogno di non sentirmi così.
Brindisi, ma anche Lecce, mi ha rifiutata. Ci ho provato a vivere qui, ma non riesco, non ci sono possibilità per me. Niente lavoro, poca vita sociale.

Certo nel frattempo ho potuto completare gli studi, a parte un paio di esami ancora da integrare, ma fatto tutto questo andrò via di nuovo. Mi lascio alle spalle i/ le mie* alliev* meraviglios* della scuola di canto e qualche compagn* attivista del gruppo a cui ho il privilegio di appartenere.

Lasciatemi così, per ora. Sospesa, accampata nello studio dei miei con qualche momento di tarda adolescenza (“papà devo uscire, mi accompagni?”… purtroppo i miei vivono in una periferia abbastanza pericolosa, uscire a piedi non è contemplato). A studiare per completare il percorso che  mi sono scelta.

Devo respirare un po’, leccarmi le ferite e riprendere fiato… sì insomma le cose che si dicono di solito in questi momenti. Sono situazioni da frase fatta proprio per questo: non si ha molta voglia di inventare.

David Lynch digerisce male la sera

Ho fatto un sogno tre notti fa che in mano alla persona giusta diventerebbe parte di un capolavoro cinematografico. Ho proprio sognato inquadrature e tagli, era perfetto.
Stavo guardando un film. Nel sogno. Non ricordo bene la trama ma parlava di un figlio scapestrato e di una madre disperata in sedia a rotelle, che lui non aiutava mai e anzi doveva pure attendere alle faccende domestiche e cucinare altrimenti lui gridava.
Insomma c’era questa scena in cui lui scappa via e questa ripresa (nella mia immaginazione bellissima) dall’alto, in cui si vedeva lui che si tuffava in mare da una rientranza, non ricordo se una specie di conca, con scogli non lo so, tipo una casa costruita sulla falesia con le scale che finiscono direttamente in mare. Da quelle scale la madre con la sedia a rotelle scende rovinosamente, entra in acqua e la macchina da presa della mia malattia mentale scende in acqua a riprenderla sempre da lontano. Passa anche il ragazzo, nuotando, due pesci, poi il campo si restringe sul volto quasi senza vita della madre (domanda: era mica legata alla sedia? Non galleggia il corpo se cade con la carrozzina in mare?), colori freddi, occhi spalancati e bocca semichiusa.

ERO IO.

Mentre mi gela il sangue (alla me del sogno che sta guardando il film) la madre/io inizia ad accennare No Potho reposare con un fil di voce rauca.

Mi sveglio.

Ora che ci rifletto mi sa che ero io a cantare nel sonno e mi sono svegliata sentendo la voce.
E vabbeh.


		

Ricotta e fette biscottate. I tempi de La balena.

Ci sono cibi che ti riportano indietro nel tempo. Non ho detto una cosa originale. E così mentre aspetto che siano pronti gli gnocchi mangio una fetta biscottata con la ricotta, e torno indietro a quando non si aveva un euro per l’autobus e a lavoro ci andavo (e da lì tornavo) a piedi, pur avendo la macchina. Bologna. Freddo anche se parliamo di Marzo – Aprile.
Facevo il part – time universitario al Museo di Zoologia, dove c’era la sede della facoltà di Scienze Naturali, Fisiche e Matematiche. Non erano ancora apparsi i Dipartimenti, c’erano le Facoltà. Quel Museo veniva chiamato anche La balena, per lo scheletro di balena conservato all’ultimo piano. Dove io non sono mai arrivata, a causa della mia fobia. Che poi “fobia” è il nome elegante di quello che ho davvero: cacazza. La fobia è una cosa seria, che ti immobilizza. Io sono solo una cacasotto.
Il mio tutor era un personaggio allucinante, un genetista, “cattocomunista” dicevano i colleghi con tenerezza, con 6 figli e un sacco di tatuaggi, a tema col suo percorso di ricerca. Aveva scoperto nonsocosa sulle razze.

Non le razze nel senso di razze di animali, le razze nel senso di pesci. Quelli piatti tipo mante, “razze” con la Z di zucchero.

L’impiegata che mi apriva la porta guardandomi dal videocitofono mi soprannominò Josephine perché assomiglio a Josephine Baker, a suo avviso. Forse ci assomigliavo allora, forse lei era una donna molto gentile.
L’altra, la signora importante che spinse per farmi avere i soldi presto, mi disse poi che avrei dovuto chiamarla appena mi fossi laureata, che mi avrebbe segnalata per lavorare lì. Voleva che lavorassi lì, non si sarebbe lasciata sfuggire una gran lavoratrice come me, disse. Mi mancavano pochi esami, e mi sarebbero mancati per altri 7 anni, perché le cose precipitarono e ho sopravvalutato la mia possibilità di recupero nei confronti della malattia che sapevo già di avere.
Però allora, senza soldi in tasca e con un problema di salute che ho sempre sottovalutato, coltivavo la speranza di lavorare in quel posto bellissimo che mi faceva tanta paura (gli animali marini mi spaventano, lì era pieno e sembravano ancora vivi), con quella gente che mi stimava e mi lasciava a rispondere al telefono. Una volta chiamò un canadese che parlava con quello strano inglese francofono.
Mi disse che lo stipendio base sarebbe stato di 1200 euro, e puoi continuare a cantare, bello no? E poi c’erano i buoni per la mensa, si mangia bene alla mensa, qualche volta quando sono a Bologna ci vado. Loro ordinavano da lì io invece uscivo dall’ufficio e mangiavo ricotta e fette biscottate in mezzo a quelle opere di tassidermia, cercando di esorcizzare il terrore.

C’era un vaso con dentro una mamma pipistrello, con al pancia aperta e tutti i feti di pipistrello di fuori. Quello faceva parecchio impressione, ma la cosa che mi spaventava maggiormente era Paco, lo avevo soprannominato così per reazione, il pesce luna attaccato alla parete, dopo la prima rampa di scale che portava al mio ufficio. Per quasi un mese ho fatto tutto il giro prendendo l’altra, quella con la tartaruga caretta caretta che pure faceva impressione, ma almeno non le vedevi la faccia da vicino.
Mi sgamarono che facevo tutto il giro, e devo aver avuto una faccia davvero spaventata perché non mi presero in giro quando dissi che il pesce luna mi terrorizzava. L’avevo visto dal vivo alle Maldive, è stato un brutto momento. Durante quel battesimo del mare vidi anche un pesce unicorno, pericolosissimo, ti può sventrare con quel corno. Ma il pesce luna con quel faccione per me era un incubo. Mi ricorda la paura che mi facevano i pesci con la faccia umana, visti ne Il senso della vita e nella citazione di Fantozzi.
Il pesce luna ha la faccia umana, e ringrazio di non aver mai beccato un pesce Napoleone, che è ancora più umano.

Sex work. Siamo tutte un po’ prostitute.

Da un po’ di giorni si parla spesso di prostituzione e tratta (per me sono due cose diverse, come “contadino” e “schiavo del caporalato”), soprattutto lo fanno persone che non hanno avuto a che fare se non con la seconda delle realtà, che sia per documentazione personale o attivismo. Mancano i racconti di chi è dall’altra parte, e quando ci sono vengono considerati fasulli .

Bene.

Ci sono quindi diverse realtà, c’è il sex work (così vogliono che si dica le operatrici e gli operatori, così dico), e c’è la tratta, che è un fenomeno orribile e che coinvolge un cospicuo numero di donne che vengono imbrogliate e poi letteralmente rapite. Lo sappiamo e ci sono tanti libri e dossier che ne parlano. Una cosa terrificante.

All’interno del sew work ci sono gli operatori e le operatrici del porno, con tutti i suoi derivati vari ed eventuali, e poi ci sono le donne che liberamente si prostituiscono, perché abbastanza belle e furbe da poterselo permettere. Guadagnano molto e accettano pochi clienti alla settimana. Un buon racconto ci proviene dalla famosa Belle de jour, Brooke Magnanti, da cui il famoso blog, poi un libro e successivamente una serie tv. Anche questa storia la conosciamo bene. Sono poche, ben nascoste perché lapidate moralmente e non godono dei diritti che meriterebbero.

Ma c’è una storia che non sento/leggo mai raccontare, ed è quella delle donne che lavorano nei night (in realtà ci sarebbe anche quello delle studentesse con lo sugar daddy, ma non conosco quel mondo). Io nei night ci ho lavorato per anni, prima come cantante poi come cameriera, ed  è un mondo che conosco. Quindi vi racconto un po’ di cose.

Ci sono night che funzionano come macellerie, certo, e clienti cafoni che ti chiedono quanto prende quella, e quella, e quella… guarda, dicevo, se non ti sprechi nemmeno a offrire una bevuta dubito tu ti possa permettere di portar fuori “quella”. La bevuta era un tempo variabile, di 15 minuti, 20, 30, in compagnia con la entreneuse. Per portare fuori la entreneuse, a mangiar qualcosa, ballare, scopare, si paga il corrispettivo delle bevute (o consumazioni) che si sarebbero pagate nel locale.
Il cameriere (più spesso uomo che donna, per motivi che spiegherò) deve essere velocissimo allo scadere del tempo a chiedere al cliente se vuole continuare a offrire da bere alla ragazza, quindi portare il drink e continuare a far andare avanti il tempo. Ma cosa accade il quel tempo, ve lo siete chiesto?
Accade la maniera di prostituirsi cui non pensate mai.
Le ragazze più brave hanno 5 – 6 clienti con i quali recitano la stessa farsa: sono povera, ho tot parenti da mantenere in Georgia, Romania, Estonia, Cuba eccetera, devo pagare questo e quello. Fanno le innamorate, i fessi pagano. Alcune ci escono anche il pomeriggio, dove fosse possibile (alcuni locali sono intransigenti con uscite diurne, perché non pagate al locale, ovviamente), e si fanno comprare scarpe, giacche, vestiti… telefoni… si fanno pagare l’affitto e le bollette…
Tutto questo moltiplicato per 5 – 6.
Chiaramente molti di loro non sapevano, non volevano sapere, di non essere i soli. Quindi la ragazza dava appuntamento al locale ad ognuno di loro in orari diversi. A tenere lontani i vari fessi ci pensavo io. Una volta non ho fatto in tempo ad acchiappare il tipo e ho assistito alla scenata di gelosia più stupida mai vista.

Direte: e perché accettano il loro continuare a lavorare al locale, se sono gelosi? Beh è chiaro, la maggior parte di loro è sposato. Cosa ci fanno con una ragazza tirata fuori dal locale?
Certo alcune hanno trovato uomini che, davvero impazziti per loro, le hanno aiutate, offrendo loro un lavoro. Ma poche accettano. Questa farsa fa guadagnare molti soldi in pochi anni, e facendo “la fidanzata”, nemmeno solo per quella cosa che considerate così terribile, il sesso, bensì per uscire, viaggiare, mangiare in ristoranti di lusso.
Ovviamente le ragazze sono libere di scegliere il pollo.

Ma cosa pensano questi uomini? Sono tutti così terribili come dice l’Huffington post? Certo, quelli che vanno con le donne che si trovano per le strade, senza ombra di dubbio tutte schiave, sono molto probabilmente così, se non altro perché non è possibile avere dubbi sul fatto che quelle donne siano schiave. Ma la prostituzione ha tanti volti, e uno lo abbiamo coltivato noi stesse. Sì proprio noi. Femministe con la vagina rinforzata, col cervello snello, col culo quadrato dallo studio.
Gli uomini che fanno “i regalini” alle donne del night hanno mogli che li perdonano per le scappatelle al brillìo di un girocollo, al fruscio di una pelliccia. Mogli che potrebbero lavorare ma non lo fanno, nemmeno quando i figli sono cresciuti, semplicemente perché non ne hanno voglia e stanno bene a chiedere i soldi al marito. Sono uomini che hanno conosciuto le principesse dalla portiera aperta, e gli stereotipi sulle donne che vogliono scarpe, solo scarpe, tante scarpe, e mai pagate da loro.
Se ci parli ti dicono che, ad uscire con una donna conosciuta fuori da lì, devi comunque offrire la cena, i fiori, i regali, un fine settimana fuori. Mantenerle, se le sposi. E quindi perché non farlo con loro, che sono così dolci e premurose (attrici fenomenali)? Hanno bisogno, e in fondo potrebbero scappare quando vogliono. Ed è vero. Potrebbero. Ma si sono fatte due conti ed è meglio farsi dieci anni così che trenta negli alberghi a pulire i cessi e sorridere a sporcaccioni che li lasciano sporchi di merda, e non si lavano i piedi prima di coricarsi, riempiendo il letto di sabbia.

E parlo per vita vissuta, in quest’ultimo esempio. Io stessa ho preferito fare la cameriera nei night per 50 euro a notte, trattata meglio di come venissi trattata nei pub per 35. E vi posso assicurare che nei night il culo non me lo ha mai toccato nessuno, nei pub sì.
Vi starete chiedendo per quale motivo non mi sia prostituita anche io, se è così bello. Tranquilli, me lo hanno già chiesto. Innanzitutto non dico sia bello. Dico che molte donne (e molti uomini. Nelle discoteche ne ho conosciuti diversi, e pagati dalle donne) decidono di fare questo perché una persona, non so voi, ma generalmente una persona deve guadagnarsi la pagnotta. E qualcuno decide di fare questo.
Io sono una pippa a recitare. E non sono mai stata tanto bella da poter chiedere 500 euro a botta come Belle de jour e commari/compari.
Onestamente, non ne avrei proprio il fegato, perché a prostituirsi in questa maniera ce ne vuole uno grosso così. Ti raccontano delle mogli che non gliela danno più, del capo, dei figli, sei la spalla che non hanno altrove. No non li sto giustificando, sto cercando di spiegare che siamo tutti vittime della cultura patriarcale, e non possiamo generalizzare condannando qualcuno solo perché fa qualcosa che noi non faremmo.

Quegli uomini trovavano una scappatoia? Ma certo.
Sapevano, in fondo, tranne quelli proprio impediti, di star pagando tutto quell’affetto, e anche quel sesso? Ma certo.
Però erano convinti di dover comunque pagare le donne, perché nella loro testa le donne vogliono che si paghi per loro. E guardate che quando me lo dicevano, quando lo dicevano a me femminista dura e pura, che però consideravo “galanteria” il farmi pagare il conto, versare il vino e tutte le stronzate, mi sentivo bruciare dentro.
Perché avevano ragione.

È tutta una cultura fatta in questo modo, e non la possiamo cambiare colpevolizzando tutti i clienti delle sex workers, senza fare distinzioni, dobbiamo cambiarla dentro di noi. E non la cambieremo finché non facciamo una profonda analisi in tutti gli atteggiamenti che non ci rendiamo conto essere, in fondo, prostituzione, quando crediamo siano galanteria. Finchè condanneremo la prima sognando la seconda. Non la cambieremo colpevolizzando chi come me dice che ci si deve guadagnare la pagnotta e qualcuno decide di guadagnarla facendo pompini. Non la cambieremo se continuiamo a fare differenze tra chi lavora con le braccia alzando massi e chi lavora con le braccia infilandole nell’ano di un cliente.

Non la cambieremo credendo sia diverso dover sorridere a un maleducato facendo i cocktail e dover sorridere a un arrapato facendo lap dance.

Tutti vendiamo parti del nostro corpo per campare, e se non vi siete mai trovate nella condizione di farci un pensierino, perché non siete mai state totalmente nella merda, non posso far altro che invidiarvi. Ma non giocate a sentirvi migliori e nemmeno a sentirvi paladine/i di chi non ve l’ha chiesto.
Perché quelle donne, credetemi, a quelle come noi ridono in faccia.
Che abbiamo voluto l’emancipazione e stiamo qui a rimboccarci le maniche. Poi ci sentiamo principesse se il tipo ci apre la portiera della macchina. Illuse. Incoerenti.

Qui un buon dossier, se voleste saperne di più.

Qui un altro articolo interessante

 

 

 

 

 

Né dritta in piedi né piegata

Ero una ragazza incomprensibile, difficile, ingovernabile. Alcuni dicono ancora “aggressiva”, quelli che vogliono prevaricarmi, generalmente. Ero sincera fino al midollo, e attenta, riflessiva.
Una grandissima “testa di ghianda”. Dura, durissima. Pensate che pretendevo mi si spiegasse per quale motivo avrei dovuto fare determinate cose come stare seduta composta, non alzare mai la voce nemmeno quando mi stavo divertendo, non sporcarmi, non sudare. Non contraddire.
Ero uguale a come sono oggi, ma credevo di essere sbagliata. Continua a leggere…

Facebook, la realtà e lo stridore di un cervello attivo in un corpo pigro

Qualche giorno fa una mia allieva mi ha chiesto cosa avessi quest’Estate da essere arrabbiata. Mi ha conosciuta dal vivo, poi mi ha seguita su Facebook quest’Estate senza vedermi dal vivo, rivedendomi ha avuto l’impressione che quest’Estate io fossi arrabbiata, mentre mi conosce sempre calma e pacioccona. Ho risposto velocemente “stavo scrivendo la tesi, quest’Estate. Ero allo sclero”. Però dopo ho riflettuto, perché io non ero affatto arrabbiata quest’Estate. Cioè probabilmente, umanamente, alcune volte lo ero e lo esternavo. Ma non era una condizione perenne. Non lo potrebbe mai essere. Sarei morta d’infarto.

Ho unito la riflessione al fatto che molti, tra quelli che mi vedono più spesso su Facebook che nella realtà, o sempre e solo su Facebook e mai nella realtà, hanno di me l’idea che io sia una persona nervosa e sempre su di giri. Certamente se hanno questa impressione ci sono dei motivi, ed esclusa la possibilità che io lo sia davvero, come mai le persone che mi frequentano meno hanno questa percezione, e quelle che mi frequentano maggiormente no?
(Esclusi i poveracci che mi hanno conosciuta quando la mia tiroide è esplosa. Ho già ammesso varie volte che ero fuori controllo. Mi dispiace ma avevo motivazioni chimico – endocrinologiche.)

Avete tutti chiaro il concetto che Facebook non è la realtà, vero? A volte non mi sembra vi sia chiarissimo.

La realtà è fatta di tante cose: io studio, pulisco casa, gioco col cane, vivo una storia d’amore con molte effusioni, qualche volta esco, sto con gli amici, tengo conversazioni profonde, o futili. Faccio la spesa, suono, canto, preparo le lezioni del giorno successivo. Parlo con la mia famiglia, cago, piscio, mi lavo, mi trucco… tutte cose che non si vedono su Facebook, ma ci sono. E sono la mia vita.
I social mi piacciono, ma solo come luogo di conversazione. E il luogo di conversazione qualche volta può avere come spunto “Hey ma quanto è bella la serie tv Tal Dei Tali?” (e tutti “bbbeeelllaaaah” eccetera. Oppure “chemmerdah”, ma in questo caso non è uno spunto di conversazione. Sono gusti. A meno che non ci vogliamo lanciare in una critica cinematografica. Ma non ne avrei le basi nemmeno io), ma spesso avrà come spunto una notizia sconvolgente, qualcosa che smuove le passioni, o urti la propria coscienza. E va bene così. A me sta bene. Anche quando le discussioni si fanno irrispettose e devo bannare, o la gente si offende perché non si può più dire “non hai capito un cazzo” dopo la tera spiegazione data.

Gente! Facebook è solo una parte di ciò che si è, la parte che si decide di mostrare per un motivo o un altro. Io non sarò mai quella che vi mostra ogni santa uscita col bicchiere in mano, e anzi spesso ho condiviso le foto con piedi, sabbia e mare proprio per parodiarle.

Non ho nulla contro chi mostra TUTTO, ma io non sono così. Punto.

E capisco anche quanto alcune persone abbiano strumentalizzato la mia passionalità, e la mia capacità di prendere posizione, chiamandola “rabbia” o “aggressività”, e quelle non le giustifico. Si tratta solo di strumentalizzazione, in quel caso. So di chi sto parlando e no, aver gridato UNA volta in tanti anni contro chi lecca il culo a destra e manca e non prende mai posizione, cercando di non urtare mai chi comanda, non è aggressività. È coraggio.

Invece la percezione di chi mi conosce o mi vede su Facebook è giusta, (nel caso della mia allieva c’era anche un che di premuroso, era dispiaciuta che avessi qualcosa) MA È PARZIALE. E so che non è possibile frequentare tutti per dimostrarlo, ma pensateci, è un male dei nostri giorni. PENSIAMO DI SAPERE TUTTO DI TUTTI, ma la gente è multisfaccettata. Anche quando sembra banale e stupida da ciò che vediamo. E i pregiudizi non sono mai una buona base da cui partire.
Io mi arrabbio? Certo. Spesso vedo che il mondo va tutto storto, leggo molto le notizie, e non sono quasi mai delle belle favole. E mi fa male, e quel male, non essendo io votata al vittimismo, diventa rabbia.

Ma le persone non sono unidimensionali, mondo. Aprite la mente, smollate ogni tanto quella sensazione comoda di pensare di conoscere.

Un’ultima precisazione, da un rimprovero appena ricevuto: a volte la gente non vi sta né attaccando, né sminuendo, né offendendo. A volte è la vostra proiezione mentale e farvelo credere.
A volte una frase sbrigativa è solo una frase sbrigativa. Senza fronzoli.
Non mi fate mettere le faccine, non vi fate sottovalutare. Vi prego.

 

 

Signora, e cacalo n’euro!

Stamattina non c’erano cereali così ho allungato la passeggiata con Poldo fino al piccolo supermercato della nostra ridente cittadina – quartiere – buco del signore mentre la mia dolce metà preparava il caffè.

Ghermisco due – tre cose alla rinfusa e mi avvio con sguardo cisposo alla cassa, dove quattro signore attendevano, giocando a Jenga con la spesa (l’accumulavano una sull’altra e poi sfilavano via i prodotti da far passare al lettore). Lunga attesa mentre commessa e cassiera cercavano di raccapezzarsi con le sottrazioni da uno scontrino.

In pratica due ragazzi africani, che non parlavano inglese e l’italiano lo parlavano poco, avevano fatto la spesa senza fare bene i conti. Osservo i due in difficoltà, guardare a cosa potessero rinunciare, e sorrido notando che tra i beni di prima necessità stringevano un bottiglione di bagnoschiuma. Avrebbero lasciato il riso ma non il bagnoschiuma. Ho pensato a quanta dignità umana si possa perdere, e a quanta non si è disposti a rinunciare. Mi sono ricordata della prima spesa fatta fuori casa coi miei soldi, e della mia personale concezione del benessere: due gusti di cereali per la colazione e due tipi di bagnoschiuma. Poter scegliere mi tranquillizzava.

Guardo le due confezioni di cereali che abbraccio (non c’è posto sul nastro) e penso che a casa, al netto dei campioncini, di bagnoschiuma ne avevo PERFINO tre adesso.

Chiedo quindi quanto mancasse, mi offro di saldare io quei tre spiccioli di merda che mancavano (erano due euro e qualcosa) e attendo il complicatissimo calcolo per un sacchetto di patate e un pacco di riso che dico io, glielo potevate pure regalare. Le signore dello Jenga con la spesa zitte e a testa bassa. Tirchie di merda. Magari date i soldi in chiesa e pregate.

Io ho vissuto periodi in cui non avevo davvero i soldi per piangermi i morti, e se sono ancora qui a raccontarlo è proprio perché qualcuno, un po’ qua un po’ là, mi ha aiutata. A me è capitato che qualcuno saldasse gli spiccioli mancanti, qualcuno che non potrò mai ripagare.

Voi invece avete vissuto una vita nella bambagia mantenute e sostenute, e non capirete mai cosa significhi sentirsi ricchi sotto la doccia, perché si può perfino scegliere: cocco o vaniglia.

 

 

Bisogna saper perdere

(15 Aprile 2015, dal vecchio blog)

Qualche giorno fa mi è uscito un discorso-perla con un’allieva e siccome non me ne vengono spesso di concetti essenziali lo volevo condividere con voi.

Parto dal presupposto che io di concorsi nella vita non ne ho fatti molti. Sono profondamente insicura e autocritica, sto sempre a dire “ma che ci vado a fare, son tutti più bravi di me” e comunque ai pochi concorsi fatti mi è sempre andata bene e ai provini malissimo. Chiaramente mi ci sono sempre flagellata.

Io ho molti cantanti tra i contatti dei social, e ad ogni selezione ne leggo di ogni. Gli stessi discorsi che senti nei backstage alla fine di un provino o di un concorso, spesso cose dette dalle madri alle ragazzine.

Sicuramente c’è l’inghippo, chissà a chi l’hanno data, chissà a chi è parente quella/o, è tutta una fregatura, sei stata più brava di tutti/e tu, fregatene. Eccetera.

Insomma, non sappiamo perdere e la dietrologia in questi casi è da manuale. Ai complottari je famo ‘n baffo (spesso costoro sono anche complottari, ora che ci penso. Coincidenze?)

Insomma alla ragazzina ho detto che appena avrà raggiunto l’età sufficiente la porterò a prendere delle gran porte in faccia.

Fanno tanto bene le porte in faccia. Temprano il carattere.

L’importante è imparare qualcosa.

Ad X Factor ricordo c’erano centinaia di talenti. Persone che non mi vedevano proprio, ragazzini/e dotatissimi/e e preparatissimi/e. Avrei mai potuto dire “eh ma chissà che raccomandazioni ci vogliono bla bla bla” ? Ma figuriamoci, quelli sono DELLA TELEVISIONE, sanno benissimo chi funziona e chi no.

Il punto è anche che un po’ il meccanismo io lo conosco, lo studio, so come funziona, e quello che ho detto alla ragazzina è anche questo: quando fai un provino tieni a mente che loro sanno già che tipo di personaggio vogliono. E se tu non lo sei non te la prendere, pensa a ciò che hai sbagliato, torna a casa e studiaci sopra.

Ai concorsi è un po’ diverso, ma può anche dipendere dai gusti della giuria, qualora non sia ipertecnica, la tua riuscita. Quindi lo stesso: porta a casa l’esperienza e studia su quello che sai di aver fatto male.

Ragà, parlatevi poco addosso e impegnatevi. E se non riuscirete a sfondare fatevene una ragione.

I bravi diventeranno coristi, turnisti, insegnanti (quelli che hanno studiato tanto ma non hanno la personalità giusta), a terra non si rimane se sei bravo davvero.

Se poi qualcuno vedrà in te una buona capacità comunicativa magari diventerai qualcuno e ti conoscerà tutto il mondo. Bello, non indispensabile, e se non ce l’hai quel cazzo di X factor non ce l’hai, non lo compri con le tette di fuori e i capelli nuovi.

Si tratta di personalità. Pazienza, puoi sempre fare qualcos’altro, non stare sempre a offenderti che non sarà così che verrai notato.

Viva la musica e chi la fa per necessità respiratoria, non per morte di fama.