David Lynch digerisce male la sera

Ho fatto un sogno tre notti fa che in mano alla persona giusta diventerebbe parte di un capolavoro cinematografico. Ho proprio sognato inquadrature e tagli, era perfetto.
Stavo guardando un film. Nel sogno. Non ricordo bene la trama ma parlava di un figlio scapestrato e di una madre disperata in sedia a rotelle, che lui non aiutava mai e anzi doveva pure attendere alle faccende domestiche e cucinare altrimenti lui gridava.
Insomma c’era questa scena in cui lui scappa via e questa ripresa (nella mia immaginazione bellissima) dall’alto, in cui si vedeva lui che si tuffava in mare da una rientranza, non ricordo se una specie di conca, con scogli non lo so, tipo una casa costruita sulla falesia con le scale che finiscono direttamente in mare. Da quelle scale la madre con la sedia a rotelle scende rovinosamente, entra in acqua e la macchina da presa della mia malattia mentale scende in acqua a riprenderla sempre da lontano. Passa anche il ragazzo, nuotando, due pesci, poi il campo si restringe sul volto quasi senza vita della madre (domanda: era mica legata alla sedia? Non galleggia il corpo se cade con la carrozzina in mare?), colori freddi, occhi spalancati e bocca semichiusa.

ERO IO.

Mentre mi gela il sangue (alla me del sogno che sta guardando il film) la madre/io inizia ad accennare No Potho reposare con un fil di voce rauca.

Mi sveglio.

Ora che ci rifletto mi sa che ero io a cantare nel sonno e mi sono svegliata sentendo la voce.
E vabbeh.


		

Ricotta e fette biscottate. I tempi de La balena.

Ci sono cibi che ti riportano indietro nel tempo. Non ho detto una cosa originale. E così mentre aspetto che siano pronti gli gnocchi mangio una fetta biscottata con la ricotta, e torno indietro a quando non si aveva un euro per l’autobus e a lavoro ci andavo (e da lì tornavo) a piedi, pur avendo la macchina. Bologna. Freddo anche se parliamo di Marzo – Aprile.
Facevo il part – time universitario al Museo di Zoologia, dove c’era la sede della facoltà di Scienze Naturali, Fisiche e Matematiche. Non erano ancora apparsi i Dipartimenti, c’erano le Facoltà. Quel Museo veniva chiamato anche La balena, per lo scheletro di balena conservato all’ultimo piano. Dove io non sono mai arrivata, a causa della mia fobia. Che poi “fobia” è il nome elegante di quello che ho davvero: cacazza. La fobia è una cosa seria, che ti immobilizza. Io sono solo una cacasotto.
Il mio tutor era un personaggio allucinante, un genetista, “cattocomunista” dicevano i colleghi con tenerezza, con 6 figli e un sacco di tatuaggi, a tema col suo percorso di ricerca. Aveva scoperto nonsocosa sulle razze.

Non le razze nel senso di razze di animali, le razze nel senso di pesci. Quelli piatti tipo mante, “razze” con la Z di zucchero.

L’impiegata che mi apriva la porta guardandomi dal videocitofono mi soprannominò Josephine perché assomiglio a Josephine Baker, a suo avviso. Forse ci assomigliavo allora, forse lei era una donna molto gentile.
L’altra, la signora importante che spinse per farmi avere i soldi presto, mi disse poi che avrei dovuto chiamarla appena mi fossi laureata, che mi avrebbe segnalata per lavorare lì. Voleva che lavorassi lì, non si sarebbe lasciata sfuggire una gran lavoratrice come me, disse. Mi mancavano pochi esami, e mi sarebbero mancati per altri 7 anni, perché le cose precipitarono e ho sopravvalutato la mia possibilità di recupero nei confronti della malattia che sapevo già di avere.
Però allora, senza soldi in tasca e con un problema di salute che ho sempre sottovalutato, coltivavo la speranza di lavorare in quel posto bellissimo che mi faceva tanta paura (gli animali marini mi spaventano, lì era pieno e sembravano ancora vivi), con quella gente che mi stimava e mi lasciava a rispondere al telefono. Una volta chiamò un canadese che parlava con quello strano inglese francofono.
Mi disse che lo stipendio base sarebbe stato di 1200 euro, e puoi continuare a cantare, bello no? E poi c’erano i buoni per la mensa, si mangia bene alla mensa, qualche volta quando sono a Bologna ci vado. Loro ordinavano da lì io invece uscivo dall’ufficio e mangiavo ricotta e fette biscottate in mezzo a quelle opere di tassidermia, cercando di esorcizzare il terrore.

C’era un vaso con dentro una mamma pipistrello, con al pancia aperta e tutti i feti di pipistrello di fuori. Quello faceva parecchio impressione, ma la cosa che mi spaventava maggiormente era Paco, lo avevo soprannominato così per reazione, il pesce luna attaccato alla parete, dopo la prima rampa di scale che portava al mio ufficio. Per quasi un mese ho fatto tutto il giro prendendo l’altra, quella con la tartaruga caretta caretta che pure faceva impressione, ma almeno non le vedevi la faccia da vicino.
Mi sgamarono che facevo tutto il giro, e devo aver avuto una faccia davvero spaventata perché non mi presero in giro quando dissi che il pesce luna mi terrorizzava. L’avevo visto dal vivo alle Maldive, è stato un brutto momento. Durante quel battesimo del mare vidi anche un pesce unicorno, pericolosissimo, ti può sventrare con quel corno. Ma il pesce luna con quel faccione per me era un incubo. Mi ricorda la paura che mi facevano i pesci con la faccia umana, visti ne Il senso della vita e nella citazione di Fantozzi.
Il pesce luna ha la faccia umana, e ringrazio di non aver mai beccato un pesce Napoleone, che è ancora più umano.

Sex work. Siamo tutte un po’ prostitute.

Da un po’ di giorni si parla spesso di prostituzione e tratta (per me sono due cose diverse, come “contadino” e “schiavo del caporalato”), soprattutto lo fanno persone che non hanno avuto a che fare se non con la seconda delle realtà, che sia per documentazione personale o attivismo. Mancano i racconti di chi è dall’altra parte, e quando ci sono vengono considerati fasulli .

Bene.

Ci sono quindi diverse realtà, c’è il sex work (così vogliono che si dica le operatrici e gli operatori, così dico), e c’è la tratta, che è un fenomeno orribile e che coinvolge un cospicuo numero di donne che vengono imbrogliate e poi letteralmente rapite. Lo sappiamo e ci sono tanti libri e dossier che ne parlano. Una cosa terrificante.

All’interno del sew work ci sono gli operatori e le operatrici del porno, con tutti i suoi derivati vari ed eventuali, e poi ci sono le donne che liberamente si prostituiscono, perché abbastanza belle e furbe da poterselo permettere. Guadagnano molto e accettano pochi clienti alla settimana. Un buon racconto ci proviene dalla famosa Belle de jour, Brooke Magnanti, da cui il famoso blog, poi un libro e successivamente una serie tv. Anche questa storia la conosciamo bene. Sono poche, ben nascoste perché lapidate moralmente e non godono dei diritti che meriterebbero.

Ma c’è una storia che non sento/leggo mai raccontare, ed è quella delle donne che lavorano nei night (in realtà ci sarebbe anche quello delle studentesse con lo sugar daddy, ma non conosco quel mondo). Io nei night ci ho lavorato per anni, prima come cantante poi come cameriera, ed  è un mondo che conosco. Quindi vi racconto un po’ di cose.

Ci sono night che funzionano come macellerie, certo, e clienti cafoni che ti chiedono quanto prende quella, e quella, e quella… guarda, dicevo, se non ti sprechi nemmeno a offrire una bevuta dubito tu ti possa permettere di portar fuori “quella”. La bevuta era un tempo variabile, di 15 minuti, 20, 30, in compagnia con la entreneuse. Per portare fuori la entreneuse, a mangiar qualcosa, ballare, scopare, si paga il corrispettivo delle bevute (o consumazioni) che si sarebbero pagate nel locale.
Il cameriere (più spesso uomo che donna, per motivi che spiegherò) deve essere velocissimo allo scadere del tempo a chiedere al cliente se vuole continuare a offrire da bere alla ragazza, quindi portare il drink e continuare a far andare avanti il tempo. Ma cosa accade il quel tempo, ve lo siete chiesto?
Accade la maniera di prostituirsi cui non pensate mai.
Le ragazze più brave hanno 5 – 6 clienti con i quali recitano la stessa farsa: sono povera, ho tot parenti da mantenere in Georgia, Romania, Estonia, Cuba eccetera, devo pagare questo e quello. Fanno le innamorate, i fessi pagano. Alcune ci escono anche il pomeriggio, dove fosse possibile (alcuni locali sono intransigenti con uscite diurne, perché non pagate al locale, ovviamente), e si fanno comprare scarpe, giacche, vestiti… telefoni… si fanno pagare l’affitto e le bollette…
Tutto questo moltiplicato per 5 – 6.
Chiaramente molti di loro non sapevano, non volevano sapere, di non essere i soli. Quindi la ragazza dava appuntamento al locale ad ognuno di loro in orari diversi. A tenere lontani i vari fessi ci pensavo io. Una volta non ho fatto in tempo ad acchiappare il tipo e ho assistito alla scenata di gelosia più stupida mai vista.

Direte: e perché accettano il loro continuare a lavorare al locale, se sono gelosi? Beh è chiaro, la maggior parte di loro è sposato. Cosa ci fanno con una ragazza tirata fuori dal locale?
Certo alcune hanno trovato uomini che, davvero impazziti per loro, le hanno aiutate, offrendo loro un lavoro. Ma poche accettano. Questa farsa fa guadagnare molti soldi in pochi anni, e facendo “la fidanzata”, nemmeno solo per quella cosa che considerate così terribile, il sesso, bensì per uscire, viaggiare, mangiare in ristoranti di lusso.
Ovviamente le ragazze sono libere di scegliere il pollo.

Ma cosa pensano questi uomini? Sono tutti così terribili come dice l’Huffington post? Certo, quelli che vanno con le donne che si trovano per le strade, senza ombra di dubbio tutte schiave, sono molto probabilmente così, se non altro perché non è possibile avere dubbi sul fatto che quelle donne siano schiave. Ma la prostituzione ha tanti volti, e uno lo abbiamo coltivato noi stesse. Sì proprio noi. Femministe con la vagina rinforzata, col cervello snello, col culo quadrato dallo studio.
Gli uomini che fanno “i regalini” alle donne del night hanno mogli che li perdonano per le scappatelle al brillìo di un girocollo, al fruscio di una pelliccia. Mogli che potrebbero lavorare ma non lo fanno, nemmeno quando i figli sono cresciuti, semplicemente perché non ne hanno voglia e stanno bene a chiedere i soldi al marito. Sono uomini che hanno conosciuto le principesse dalla portiera aperta, e gli stereotipi sulle donne che vogliono scarpe, solo scarpe, tante scarpe, e mai pagate da loro.
Se ci parli ti dicono che, ad uscire con una donna conosciuta fuori da lì, devi comunque offrire la cena, i fiori, i regali, un fine settimana fuori. Mantenerle, se le sposi. E quindi perché non farlo con loro, che sono così dolci e premurose (attrici fenomenali)? Hanno bisogno, e in fondo potrebbero scappare quando vogliono. Ed è vero. Potrebbero. Ma si sono fatte due conti ed è meglio farsi dieci anni così che trenta negli alberghi a pulire i cessi e sorridere a sporcaccioni che li lasciano sporchi di merda, e non si lavano i piedi prima di coricarsi, riempiendo il letto di sabbia.

E parlo per vita vissuta, in quest’ultimo esempio. Io stessa ho preferito fare la cameriera nei night per 50 euro a notte, trattata meglio di come venissi trattata nei pub per 35. E vi posso assicurare che nei night il culo non me lo ha mai toccato nessuno, nei pub sì.
Vi starete chiedendo per quale motivo non mi sia prostituita anche io, se è così bello. Tranquilli, me lo hanno già chiesto. Innanzitutto non dico sia bello. Dico che molte donne (e molti uomini. Nelle discoteche ne ho conosciuti diversi, e pagati dalle donne) decidono di fare questo perché una persona, non so voi, ma generalmente una persona deve guadagnarsi la pagnotta. E qualcuno decide di fare questo.
Io sono una pippa a recitare. E non sono mai stata tanto bella da poter chiedere 500 euro a botta come Belle de jour e commari/compari.
Onestamente, non ne avrei proprio il fegato, perché a prostituirsi in questa maniera ce ne vuole uno grosso così. Ti raccontano delle mogli che non gliela danno più, del capo, dei figli, sei la spalla che non hanno altrove. No non li sto giustificando, sto cercando di spiegare che siamo tutti vittime della cultura patriarcale, e non possiamo generalizzare condannando qualcuno solo perché fa qualcosa che noi non faremmo.

Quegli uomini trovavano una scappatoia? Ma certo.
Sapevano, in fondo, tranne quelli proprio impediti, di star pagando tutto quell’affetto, e anche quel sesso? Ma certo.
Però erano convinti di dover comunque pagare le donne, perché nella loro testa le donne vogliono che si paghi per loro. E guardate che quando me lo dicevano, quando lo dicevano a me femminista dura e pura, che però consideravo “galanteria” il farmi pagare il conto, versare il vino e tutte le stronzate, mi sentivo bruciare dentro.
Perché avevano ragione.

È tutta una cultura fatta in questo modo, e non la possiamo cambiare colpevolizzando tutti i clienti delle sex workers, senza fare distinzioni, dobbiamo cambiarla dentro di noi. E non la cambieremo finché non facciamo una profonda analisi in tutti gli atteggiamenti che non ci rendiamo conto essere, in fondo, prostituzione, quando crediamo siano galanteria. Finchè condanneremo la prima sognando la seconda. Non la cambieremo colpevolizzando chi come me dice che ci si deve guadagnare la pagnotta e qualcuno decide di guadagnarla facendo pompini. Non la cambieremo se continuiamo a fare differenze tra chi lavora con le braccia alzando massi e chi lavora con le braccia infilandole nell’ano di un cliente.

Non la cambieremo credendo sia diverso dover sorridere a un maleducato facendo i cocktail e dover sorridere a un arrapato facendo lap dance.

Tutti vendiamo parti del nostro corpo per campare, e se non vi siete mai trovate nella condizione di farci un pensierino, perché non siete mai state totalmente nella merda, non posso far altro che invidiarvi. Ma non giocate a sentirvi migliori e nemmeno a sentirvi paladine/i di chi non ve l’ha chiesto.
Perché quelle donne, credetemi, a quelle come noi ridono in faccia.
Che abbiamo voluto l’emancipazione e stiamo qui a rimboccarci le maniche. Poi ci sentiamo principesse se il tipo ci apre la portiera della macchina. Illuse. Incoerenti.

Qui un buon dossier, se voleste saperne di più.

Qui un altro articolo interessante

 

 

 

 

 

Né dritta in piedi né piegata

Ero una ragazza incomprensibile, difficile, ingovernabile. Alcuni dicono ancora “aggressiva”, quelli che vogliono prevaricarmi, generalmente. Ero sincera fino al midollo, e attenta, riflessiva.
Una grandissima “testa di ghianda”. Dura, durissima. Pensate che pretendevo mi si spiegasse per quale motivo avrei dovuto fare determinate cose come stare seduta composta, non alzare mai la voce nemmeno quando mi stavo divertendo, non sporcarmi, non sudare. Non contraddire.
Ero uguale a come sono oggi, ma credevo di essere sbagliata. Continua a leggere…

Facebook, la realtà e lo stridore di un cervello attivo in un corpo pigro

Qualche giorno fa una mia allieva mi ha chiesto cosa avessi quest’Estate da essere arrabbiata. Mi ha conosciuta dal vivo, poi mi ha seguita su Facebook quest’Estate senza vedermi dal vivo, rivedendomi ha avuto l’impressione che quest’Estate io fossi arrabbiata, mentre mi conosce sempre calma e pacioccona. Ho risposto velocemente “stavo scrivendo la tesi, quest’Estate. Ero allo sclero”. Però dopo ho riflettuto, perché io non ero affatto arrabbiata quest’Estate. Cioè probabilmente, umanamente, alcune volte lo ero e lo esternavo. Ma non era una condizione perenne. Non lo potrebbe mai essere. Sarei morta d’infarto.

Ho unito la riflessione al fatto che molti, tra quelli che mi vedono più spesso su Facebook che nella realtà, o sempre e solo su Facebook e mai nella realtà, hanno di me l’idea che io sia una persona nervosa e sempre su di giri. Certamente se hanno questa impressione ci sono dei motivi, ed esclusa la possibilità che io lo sia davvero, come mai le persone che mi frequentano meno hanno questa percezione, e quelle che mi frequentano maggiormente no?
(Esclusi i poveracci che mi hanno conosciuta quando la mia tiroide è esplosa. Ho già ammesso varie volte che ero fuori controllo. Mi dispiace ma avevo motivazioni chimico – endocrinologiche.)

Avete tutti chiaro il concetto che Facebook non è la realtà, vero? A volte non mi sembra vi sia chiarissimo.

La realtà è fatta di tante cose: io studio, pulisco casa, gioco col cane, vivo una storia d’amore con molte effusioni, qualche volta esco, sto con gli amici, tengo conversazioni profonde, o futili. Faccio la spesa, suono, canto, preparo le lezioni del giorno successivo. Parlo con la mia famiglia, cago, piscio, mi lavo, mi trucco… tutte cose che non si vedono su Facebook, ma ci sono. E sono la mia vita.
I social mi piacciono, ma solo come luogo di conversazione. E il luogo di conversazione qualche volta può avere come spunto “Hey ma quanto è bella la serie tv Tal Dei Tali?” (e tutti “bbbeeelllaaaah” eccetera. Oppure “chemmerdah”, ma in questo caso non è uno spunto di conversazione. Sono gusti. A meno che non ci vogliamo lanciare in una critica cinematografica. Ma non ne avrei le basi nemmeno io), ma spesso avrà come spunto una notizia sconvolgente, qualcosa che smuove le passioni, o urti la propria coscienza. E va bene così. A me sta bene. Anche quando le discussioni si fanno irrispettose e devo bannare, o la gente si offende perché non si può più dire “non hai capito un cazzo” dopo la tera spiegazione data.

Gente! Facebook è solo una parte di ciò che si è, la parte che si decide di mostrare per un motivo o un altro. Io non sarò mai quella che vi mostra ogni santa uscita col bicchiere in mano, e anzi spesso ho condiviso le foto con piedi, sabbia e mare proprio per parodiarle.

Non ho nulla contro chi mostra TUTTO, ma io non sono così. Punto.

E capisco anche quanto alcune persone abbiano strumentalizzato la mia passionalità, e la mia capacità di prendere posizione, chiamandola “rabbia” o “aggressività”, e quelle non le giustifico. Si tratta solo di strumentalizzazione, in quel caso. So di chi sto parlando e no, aver gridato UNA volta in tanti anni contro chi lecca il culo a destra e manca e non prende mai posizione, cercando di non urtare mai chi comanda, non è aggressività. È coraggio.

Invece la percezione di chi mi conosce o mi vede su Facebook è giusta, (nel caso della mia allieva c’era anche un che di premuroso, era dispiaciuta che avessi qualcosa) MA È PARZIALE. E so che non è possibile frequentare tutti per dimostrarlo, ma pensateci, è un male dei nostri giorni. PENSIAMO DI SAPERE TUTTO DI TUTTI, ma la gente è multisfaccettata. Anche quando sembra banale e stupida da ciò che vediamo. E i pregiudizi non sono mai una buona base da cui partire.
Io mi arrabbio? Certo. Spesso vedo che il mondo va tutto storto, leggo molto le notizie, e non sono quasi mai delle belle favole. E mi fa male, e quel male, non essendo io votata al vittimismo, diventa rabbia.

Ma le persone non sono unidimensionali, mondo. Aprite la mente, smollate ogni tanto quella sensazione comoda di pensare di conoscere.

Un’ultima precisazione, da un rimprovero appena ricevuto: a volte la gente non vi sta né attaccando, né sminuendo, né offendendo. A volte è la vostra proiezione mentale e farvelo credere.
A volte una frase sbrigativa è solo una frase sbrigativa. Senza fronzoli.
Non mi fate mettere le faccine, non vi fate sottovalutare. Vi prego.

 

 

Signora, e cacalo n’euro!

Stamattina non c’erano cereali così ho allungato la passeggiata con Poldo fino al piccolo supermercato della nostra ridente cittadina – quartiere – buco del signore mentre la mia dolce metà preparava il caffè.

Ghermisco due – tre cose alla rinfusa e mi avvio con sguardo cisposo alla cassa, dove quattro signore attendevano, giocando a Jenga con la spesa (l’accumulavano una sull’altra e poi sfilavano via i prodotti da far passare al lettore). Lunga attesa mentre commessa e cassiera cercavano di raccapezzarsi con le sottrazioni da uno scontrino.

In pratica due ragazzi africani, che non parlavano inglese e l’italiano lo parlavano poco, avevano fatto la spesa senza fare bene i conti. Osservo i due in difficoltà, guardare a cosa potessero rinunciare, e sorrido notando che tra i beni di prima necessità stringevano un bottiglione di bagnoschiuma. Avrebbero lasciato il riso ma non il bagnoschiuma. Ho pensato a quanta dignità umana si possa perdere, e a quanta non si è disposti a rinunciare. Mi sono ricordata della prima spesa fatta fuori casa coi miei soldi, e della mia personale concezione del benessere: due gusti di cereali per la colazione e due tipi di bagnoschiuma. Poter scegliere mi tranquillizzava.

Guardo le due confezioni di cereali che abbraccio (non c’è posto sul nastro) e penso che a casa, al netto dei campioncini, di bagnoschiuma ne avevo PERFINO tre adesso.

Chiedo quindi quanto mancasse, mi offro di saldare io quei tre spiccioli di merda che mancavano (erano due euro e qualcosa) e attendo il complicatissimo calcolo per un sacchetto di patate e un pacco di riso che dico io, glielo potevate pure regalare. Le signore dello Jenga con la spesa zitte e a testa bassa. Tirchie di merda. Magari date i soldi in chiesa e pregate.

Io ho vissuto periodi in cui non avevo davvero i soldi per piangermi i morti, e se sono ancora qui a raccontarlo è proprio perché qualcuno, un po’ qua un po’ là, mi ha aiutata. A me è capitato che qualcuno saldasse gli spiccioli mancanti, qualcuno che non potrò mai ripagare.

Voi invece avete vissuto una vita nella bambagia mantenute e sostenute, e non capirete mai cosa significhi sentirsi ricchi sotto la doccia, perché si può perfino scegliere: cocco o vaniglia.

 

 

Bisogna saper perdere

(15 Aprile 2015, dal vecchio blog)

Qualche giorno fa mi è uscito un discorso-perla con un’allieva e siccome non me ne vengono spesso di concetti essenziali lo volevo condividere con voi.

Parto dal presupposto che io di concorsi nella vita non ne ho fatti molti. Sono profondamente insicura e autocritica, sto sempre a dire “ma che ci vado a fare, son tutti più bravi di me” e comunque ai pochi concorsi fatti mi è sempre andata bene e ai provini malissimo. Chiaramente mi ci sono sempre flagellata.

Io ho molti cantanti tra i contatti dei social, e ad ogni selezione ne leggo di ogni. Gli stessi discorsi che senti nei backstage alla fine di un provino o di un concorso, spesso cose dette dalle madri alle ragazzine.

Sicuramente c’è l’inghippo, chissà a chi l’hanno data, chissà a chi è parente quella/o, è tutta una fregatura, sei stata più brava di tutti/e tu, fregatene. Eccetera.

Insomma, non sappiamo perdere e la dietrologia in questi casi è da manuale. Ai complottari je famo ‘n baffo (spesso costoro sono anche complottari, ora che ci penso. Coincidenze?)

Insomma alla ragazzina ho detto che appena avrà raggiunto l’età sufficiente la porterò a prendere delle gran porte in faccia.

Fanno tanto bene le porte in faccia. Temprano il carattere.

L’importante è imparare qualcosa.

Ad X Factor ricordo c’erano centinaia di talenti. Persone che non mi vedevano proprio, ragazzini/e dotatissimi/e e preparatissimi/e. Avrei mai potuto dire “eh ma chissà che raccomandazioni ci vogliono bla bla bla” ? Ma figuriamoci, quelli sono DELLA TELEVISIONE, sanno benissimo chi funziona e chi no.

Il punto è anche che un po’ il meccanismo io lo conosco, lo studio, so come funziona, e quello che ho detto alla ragazzina è anche questo: quando fai un provino tieni a mente che loro sanno già che tipo di personaggio vogliono. E se tu non lo sei non te la prendere, pensa a ciò che hai sbagliato, torna a casa e studiaci sopra.

Ai concorsi è un po’ diverso, ma può anche dipendere dai gusti della giuria, qualora non sia ipertecnica, la tua riuscita. Quindi lo stesso: porta a casa l’esperienza e studia su quello che sai di aver fatto male.

Ragà, parlatevi poco addosso e impegnatevi. E se non riuscirete a sfondare fatevene una ragione.

I bravi diventeranno coristi, turnisti, insegnanti (quelli che hanno studiato tanto ma non hanno la personalità giusta), a terra non si rimane se sei bravo davvero.

Se poi qualcuno vedrà in te una buona capacità comunicativa magari diventerai qualcuno e ti conoscerà tutto il mondo. Bello, non indispensabile, e se non ce l’hai quel cazzo di X factor non ce l’hai, non lo compri con le tette di fuori e i capelli nuovi.

Si tratta di personalità. Pazienza, puoi sempre fare qualcos’altro, non stare sempre a offenderti che non sarà così che verrai notato.

Viva la musica e chi la fa per necessità respiratoria, non per morte di fama.

Signora: il cane è pericoloso?

(22 Luglio 2015, dal vecchio blog)

Quando giravo con Sally mi chiedevano soltanto se il cane mordesse. Li liquidavo chiedendo che non si avvicinassero comunque, perché non si può sapere mai (come si sarebbero approcciati LORO).

Ma adesso ho Poldo, il temibilissimo pacioccone abbraccia-tutti con la faccia, ahimè, da cane Corso.

E quindi la domanda è diventata “è pericoloso?”

Perdonatemi, ma che cazzo significa “Il cane è pericoloso?” ? Correre in moto senza casco è pericoloso, giocare alla roulette russa è pericoloso, fare equilibrismo sul sottile filo delle mie tube di Falloppio, è pericoloso. E lo è anche andare verso un cane gridando e agitando le mani, o dargli un pugno in testa, o sventolargli un panino alla carne davanti poi togliendoglielo.

Ma un cane che se ne sta per i cazzi suoi, attento solo a che cada un pezzo di salsiccia sotto il tavolo, lontano da te, legato, COME CAZZO FA AD ESSERE UN PERICOLO PER TE???

E quindi la mia faccia interrogativa domanda: “Scusi, ‘nchessenzo?”

Lei con la faccia del “eh che io ce lo so che sicuro è pericoloso” dice “le ho solo chiesto se il cane è pericoloso, sa, per i bambini”

Io: “Signora, il cane è qui, legato. I bambini sono distanti almeno 6 metri. Se i bambini non vengono qui a dargli schiaffi sul muso il cane non è pericoloso. E nemmeno la padrona”

Inutile dire che si è incazzata, asserendo che i cani pericolosi ESISTONO (sì, certo, ci sono cani disturbati a causa di padroni ignobili, ma a meno di essere pazza se così fosse il mio cane non lo porterei in una festa di paese rischiando la denuncia), che SE NE SENTONO TANTE (sto zitta qui, cheèmeglio!) e che mi ha solo chiesto se il mio cane fosse di quelli pericolosi.

Signora, mi ha “solo” posto una domanda assurda.

Chi avrebbe mai detto che IO avrei un giorno cambiato dei pannolini…

(9 Aprile 2015, dal vecchio blog)

Piuttosto che tediare la gente darei le testate contro il muro.

Quindi non sono sparita (per chi se lo fosse chiesto) è solo un brutto periodo. Nemmeno tanto per me (soliti malanni di stagione e conclusione di alcuni progetti che con l’influenza è una goduria!) quanto per la mia piccola anima pelosa: Sally.

Poco più di due settimane fa Sally ha fatto un ennesimo controllo per il mal di schiena, e a quanto pare l’antiinfiammatorio che le abbiam dato non le ha fatto un gran bene. I suoi reni hanno ceduto e son due settimane che è sotto flebo per depurarla dalle sostanze che i reni dovrebbero espellere e invece le hanno colmato il sangue e il cervello, procurandole un danno neurologico abbastanza importante. In pratica rimane curva sulla sua destra e da qualche giorno non cammina più.

Questo è quanto. Domani sarà in osservazione tutto il giorno dai fantastici veterinari che un’amica mi ha consigliato.

Io sto molto male e da due settimane faccio ben poco oltre che occuparmi di lei. Capisce tutto, scodinzola a volte e mi chiama quando non mi sente nei paraggi. Ha sicuramente tanta paura e non capisce che diamine stia succedendo. Ed è terribile non poter fare nulla.

Ma le devo l’assistenza che merita. Lei è stata sempre un’amica fedele e mi ha aiutata in tanto momenti terribili della mia vita. Lei è sempre stata quella scintilla per cui valeva la pena andare avanti, ed anche ora mi insegna quanto sia bella la vita anche solo per stare ancora abbracciate a guardarsi negli occhi appannati.

Mi spiace di aver rattristato chi sa cosa significhi.

Vi abbraccio tutti, a presto.

AGGIORNAMENTO:
L’11 Aprile la mia piccola se ne è andata. Sono stati giorni difficili, un dolore immenso, è passato più di un anno e ancora non me ne faccio una ragione.

“GENDER GAsP!” Monologo.

(28 Gennaio 2015, dal vecchio blog, in merito al Laboratotio “Lavoratrici”)

Testo:

Pare che il paese più vivibile per le donne sia l’Islanda.

Seguita da Finlandia Norvegia e Svezia, in cima ai paesi con minore Gender gap al mondo.

Il gender gap è la differenza di genere, calcolata in base a differenza di salario tra uomini e donne che ricoprono lo stesso ruolo, presenza nelle amministrazioni, scolarizzazione e aspettative di vita.

Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia…vi fa venire in mente nulla???

FA FREDDO.

È risaputo che le donne hanno sempre freddo, anche se non so spiegarvi perché quindi suona un po’ come un luogo comune, quindi diciamo che sono freddolosa io e generalizzo per non sentirmi una povera sfigata

Insomma i posti in cui vivrei meglio perché avrei maggiori possibilità di essere pagata quanto un uomo al mio stesso livello, entrare nelle amministrazioni pubbliche e specializzarmi sono gli stessi in cui creperei dal freddo lamentandomi ogni mezz’ora.

Certo avrei uno stipendio col quale pagare la bolletta del riscaldamento e ristoranti in cui rintanarmi a scaldarmi i piedini congelati

Dice va beh non saremo messe poi così male in Itlia.Naaah!su 136 paesi siamo 129 esim per quanto riguarda il divario salariale, 32 esimiperò, da quando il dibattito sulle opinabili quote rosa è iniziato, per quanto riguarda la presenza politica. Senza aggiungere commenti che tanto per quanto riguarda le raccomandazioni lo sappiamo bene, là il gender gap non c’è mai.

Il dato che mi ha incuriosito è stato quello sulle aspettative di vita, mi sono domandata a perché aggiungerla? Non vengono curati sia uomini che donne in tutto il mondo?

E no.

Eh ma dice va beh in Italia però sì, in Italia mica c’è differenza, le donne non vengono discriminate dal punto di vista della cura…na sola parola: Pillola del giorno dopo.

E comunque siamo 72esime, questo è un altro argomento

Parlavamo del lavoro.

Una donna ha meno possibilità di un uomo di raggiungere un posto amminisrativo, sia perché non avendo molti esempi in cui rispecchiarsi la cosa non riesce a rientrare nei suoi obiettivi (“che vuoi fare da grande bella bimba? Il PRODUCT manager. MAI SENTITA STA COSA. )

Ed anche e soprattutto per la visione negativa della donna al comando.

Bossy, virago, si comporta come un uomo.

Tromba poco, chissà chi si è scopata per arrivare dov’è..eccetera

Anche restando nel ristretto campo delle conoscenze infantili, neppure nei pochi casi in cui il direttore della scuola sia invece una direttrice le cose cambiano. Le bambine ti dicono al massimo di voler fare le insegnanti,non certo la direttrice.

(e in questo immaginario collettivo non aiutano le Villains di film e cartoni, mi viene in mente innanzitutto la signorina Rottermaier. Ma in generale ersonaggi ultra stereotipati: non sposata, secca, con la faccia arcigna. STREGHE, appunto. Donne di poteree quindi cattive. Ultima e non ultima Elsa, regina del regnodi ghiaccio, emarginata per il suo potere, considerata mostro fino a che non si ricongiunge con la sorella, femminilità differente che l’accetta)

Certo poi andarglielo a dire a ste ragazzine, dopo aver mostrato loro il ventaglio di possibiltà “vedi che c’è pure l’astroSamantha? Vedi che si può anche essere direttrici del Cern, redattrici importanti non necessariamente di riviste di moda…”

Solo che poi dovrei trovare il coraggio, stretta nel mio pile, di confessare loro la necessità di trasferirsi in Islanda.