Tredici: il corpo delle parole

“Hannah Baker è una troia. Non riesco neanche più a dirlo”

Questo articolo contiene spoiler, ma non contiene esattamente una recensione completa, solo una riflessione sulla parola, gli oggetti, gli strumenti, le persone. Le persone come oggetto, e come strumento.Continua a leggere…

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Il cinema, il tribunale, cinque padri

La deposizione in tribunale è uno stratagemma utile nel cinema per far sì che il personaggio parli direttamente alla macchina da presa. Può così giustificare dei suoi comportamenti, difendersi, accusare, e usare un linguaggio del corpo che parli, consciamente o inconsciamente, direttamente al pubblico,  posizionato con la macchina da presa esattamente tra i banchi col pubblico fisico.

Dalla mia tesi magistrale ho estrapolato quattro scene ambientate in tribunale: in due di queste, provenienti da altrettanti film, i padri sono chiamati a difendere il loro diritto a esercitare la genitorialità; nelle altre due le figlie sono chiamate all’accusa, una del padre stesso e una di un innocente, plagiata dal padre.

KRAMER CONTRO KRAMER (1979)

Joanna, annullatasi per anni seguendo la carriera del marito, va via lasciando il figlio Billy con una lettera. Aveva sempre detto al marito Ted che avrebbe voluto ricominciare a lavorare e portare avanti la sua, di carriera, ma Ted non ha dato importanza alla cosa. Così Joanna esplode e va via.
Tornata dopo qualche tempo, con una carriera avviata, vorrebbe riprendere Billy con sè, e nonostante Ted se la stia cavando egregiamente (non aveva mai assolto ai suoi doveri genitoriali, la cura era totalmente nelle mani di Joanna, ma impara. Emblematiche sono le due scene della colazione) la madre sarebbe favorita dalla corte e il padre deve motivare la sua volontà di essere genitore e avere la custodia (Ted ha anche perso il suo lavoro per accudire il figlio, e accettato uno a minore gratificazione professionale).

La scena in cui Ted depone a suo favore è un piccolo trattato sul binarismo nella coppia. Lo trovate qui dal minuto 1:55 e questo è il testo centrale:

mia moglie non faceva che dirmi – perché una donna non può avere le stesse ambizioni di un uomo? [la guarda] Forse hai ragione, forse sono riuscito a capirlo. Ma per lo stesso principio io vorrei sapere: quale legge dice che una donna è un genitore migliore semplicemente in virtù del suo sesso? […] cos’è che fa un buon genitore? E qualcosa che ha a che fare con la costanza, con la pazienza, con l’ascoltarlo o col fingere di ascoltarlo […]? Io non so dov’è scritto il fatto che una donna ha l’esclusiva, il monopolio, e che un uomo difetta di certi sentimenti che ha una donna. […] Io non sono un genitore perfetto […] ma sono lì, […] abbiamo costruito una vita insieme, e ci vogliamo bene

Ted ha fatto gli stessi identici sacrifici che è portata a fare, ancora oggi, una madre lavoratrice. Suddividersi anzi moltiplicarsi, e sacrificare la carriera laddove essa portasse a sacrificare l’accudimento del figlio. Perde una posizione lavorativa acquisita negli anni con fatica, e questo comprometterebbe la possibilità di avere l’affidamento del figlio quindi accetta un lavoro altrove, imponendo di essere valutato durante i festeggiamenti per il Natale.

In tribunale vediamo Joanna affermare di guadagnare ormai molto più di quanto guadagni l’ex marito. Anche questo risulta una denuncia al sistema vigente, che costringe il caregiver alla perdita di benefici economici, quando invece ne avrebbe maggiore bisogno, dovendo sostenere uno o più minori

 MRS DOUBTFIRE (1993)

Anche Daniel si trova in tribunale a discutere la possibilità di avere la custodia condivisa con la moglie. Ma come sappiamo deve discutere anche qualcos’altro: la sua sanità mentale.
Si è travestito da anziana signora per poter stare vicino ai figli e ha così dimostrato di avere delle capacità di accudimento, ma questa farsa non è piaciuta alle autorità e in tribunale si difende così (qui il video in lingua originale):

In merito al mio comportamento, invoco l’infermità mentale. Perché da quando nacquero i miei figli, dall’istante in cui li ho guardati, io ero già pazzo di loro. Quando li ho presi in braccio ero già steso. Sono “prole dipendente”, signore, io li amo con tutto il mio cuore, e l’idea che mi si dica “non puoi vivere con loro, non puoi vederli ogni giorno”… sarebbe come dirmi “io ti tolgo l’aria” . Io non vivo senza l’aria, e non vivrei senza i miei figli. Io farei qualunque cosa, è un bisogno irrinunciabile, siamo una sola cosa, e loro sono tutto per me, hanno bisogno di me come io di loro. Perciò io la prego: non mi separi dai miei bambini.

Daniel è stato infantile e irresponsabile, ma per amore dei figli riesce a diventare la tata perfetta. Il tato. Un padre.

IL BUIO OLTRE LA SIEPE (1962)

In questo film troviamo uno dei padri più meravigliosi di sempre. Una storia ambientata nell’Alabama del 1932, quando il separatismo tra “bianchi” e “neri” era ancora molto forte e l’odio razziale era accentuato dalla crisi economica di cui si sentivano forti i contraccolpi.

Atticus Finch è un avvocato vedovo, padre di due figli. Atticus cresce i suoi figli con l’ausilio di una donna di servizio, che viene trattata come una di famiglia. Lui infatti crede molto ai diritti umani e alla giustizia.
La scena in tribunale stavolta chiama al banco un padre rozzo, razzista, ricattatore e violento. Non capiamo bene quanto violento e se approfitta anche sessualmente della figlia, ma lo intuiamo. Con lui la figlia con un evidente ritardo e incapacità di discernere la realtà, che viene costretta ad accusare un ragazzo innocente, di colore, di violenza sessuale e percosse.

La figlia di Bob ha infatti denunciato Tom Robinson (il negro). Dice di esser stata aggredita e stuprata da lui ma i segni sul corpo, prevalenti sulla parte destra del suo corpo, dimostrano l’impossibilità di un’aggressione subita da parte di Tom, che ha perso molti anni prima l’uso della mano sinistra. Bob invece è mancino, quindi più probabilmente è lui il vero aggressore, e su questo si basa la difesa di Atticus..

È soprattutto in tribunale che questi due padri si scontrano moralmente davanti ai nostri occhi: Atticus non giudica duramente e non attacca la figlia di Bob per l’accusa ignobile che sta rivolgendo a un innocente, cercando di coprire il padre ubriacone e violento. È sempre pacato e comprensivo, e lo spiega nell’arringa: quella di Mayella è solo il risultato di una profonda ignoranza, del suo profondo senso di colpa (per aver cercato di adescare un “negro”, azione giudicata al tempo non dignitosa) e della capacità che ha il padre nel circuirla, facendole fare ciò che lui vuole lei faccia.

La differenza di atteggiamento nei confronti dei figli è dimostrata dai gesti: Bob tira e mette a sedere la figlia, non la degna di uno sguardo, non ha tenerezza, solo sfida nei confronti di chi osi affrontarlo e contraddire la sua versione dei fatti. Quando Mayella grida in tribunale

e se voi signori, lustri e vestiti a festa non farete qualcosa contro quest’uomo allora siete un branco di vigliacchi […]

sembra quasi chiedere aiuto, come se sapessimo, noi spettatori insieme al pubblico tra i banchi, che non sta parlando di Tom (che non guarda in faccia, mentre lo indica come colpevole, anzi la faccia di lei è rivolta verso il padre, alla sua sinistra, il dito accusatore verso Tom, alla sua destra, costringendola ad una contorsione innaturale).

SHAMELESS (2011 – in corso)

In quest’ultimo esempio la figlia, Fiona, è in tribunale per richiedere di diventare tutore esclusivo dei fratelli, che ha accudito per anni, avendo due genitori incapaci: la madre, bipolare che non accenna a volersi curare, è andata via quando lei era adolescente e il più piccolo in fasce; il padre è ancora in casa con loro, ma rappresenta solo un peso. Nella sigla infatti lo troviamo svenuto in bagno, mentre il resto della famiglia cerca di attendere ai propri bisogni quotidiani.

Fiona ha un atteggiamento cinico nei confronti del padre per gran parte della serie,

Chip – Ti ha portata a sciare?
Fiona – No, io la neve so solo come spalarla dal viale, senza disturbare mio padre mentre ci dorme sopra!

(Ep 2x 12, Fiona interrotta)

fino a che non decide di eliminarlo dalla sua vita, definitivamente, e chiedere la custodia dei fratelli

Giudice – Signorina Gallagher, per quale motivo suo padre dovrebbe essere dichiarato incapace?

Fiona – Una volta vivevamo in macchina… lo zio Nick ci aveva cacciato. Non c’era nessun’altro che ci ospitasse. Lip, Ian ed io dormivamo di dietro quando Frank ha accostato… nel cuore della notte… vicino Halstead… mi ha detto di aspettarlo lì con i ragazzi, che tornava subito… avevo sei anni. Qualche ora dopo, siamo ancora seduti sul marciapiede e la fronte di Ian stava bruciando… piange, è isterico e io non so che cosa fare… così corro lungo la strada… Lip sotto un braccio, Ian sotto l’altro, cercando qualcuno che ci aiuti… era più facile trovare del crack piuttosto che un passaggio! All’ospedale arriviamo a piedi…ci dicono che Ian ha la febbre alta a 40…altre due ore e…chissà. Non ho trovato Frank per altri due giorni…la prima cosa che mi ha chiesto è quanti soldi avevo con me. Vorrei poter dire che è stata l’unica volta… ma era solo la prima. Mia madre è bipolare e mio padre è un alcolizzato e un drogato. Prende quello che vuole e non dà niente in cambio. Niente soldi e nemmeno aiuto. Ho fatto quello che potevo per crescere i miei fratelli…avrei voluto fare di più…non voglio la vostra pietà, neanche l’ammirazione…voglio soltanto poter dare a questi ragazzi quello che si meritano, perché sono dei bravi ragazzi e si meritano il meglio!

( Ep 3×07, Si torna a casa)

Fiona vuole figurare come responsabile dei fratelli davanti alla legge, così da non dover sottostare più al padre, ma il giudice non ritiene giusto che lei si sobbarchi le responsabilità legali dei fratelli. In una discussione col padre viene fuori la natura possessiva di Frank, lei gli rammenta che non gli è mai importato dei suoi figli e lui ripete che sono suoi,

non so che sarei se non fossi un padre, non sarei niente

Essere padre lo legittima come persona, sa di non aver combinato assolutamente nulla di buono nella vita, ma ha procreato sei figli e anche se le loro vittorie non vantano il suo supporto, sono qualcosa che lo definisce. Frank non ha la minima considerazione di cosa sia giusto, sbagliato, meritato o meno, lui ha solo diritti senza doveri, e se ottiene qualcosa è grazie ad un suo merito, anche se nessuno sa quale esso sia.

Hairspray live. Rinnovare un eterno amore.

Ho appena finito di sciropparmi tre ore di live su Facebook dello spettacolo andato in onda ieri, il musical Hairspray , sulla NBC (qui lo show integrale senza interventi), e a parte i noiosi e futili interventi organizzati per i social vorrei solo dire OMMIODDIO LA MERAVIGLIA!

Allora.
Io ho amato moltissimo l’originale, un film musicale [nota 1] di John Waters con Divine, Debby Harry, Sonny Bono, Ruth Brown, e tra gli altri lo stesso Waters ( e Josh Charles come comparsa, che non importa a nessuno ma è una delle mie celebrity crush storiche). La storia è un inno all’integrazione e al valore delle differenze, e va beh io amerei Waters anche dirigesse il filmino della comunione di sua nipote. Che a pensarci bene non sarebbe poi così fuori contesto.

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[il cameo di Waters nel suo film, uno strano psichiatra]

Nel 2002 debuttò a Broadway il musical, con le musiche di Marc Shaiman, parole di Scott Wittman e libretto di Mark O’Donnell e Thomas Meehan, che è rimasto in scena fino al 2009 vincendo otto Tony Awards. Uno di questi è stato vinto da Harvey Fierstein, per il ruolo di Edna, la madre della protagonista, che nel film originale fu di Divine.

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[Harvey Fierstein – Edna Turnblad]

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[Divine – Edna Turnblad]

Nel 2007 fu rilasciato il film che credo ognuno di voi conosca, in cui gli ingombranti panni di Edna vengono vestiti da John Travolta,

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Nikky Blonsky nei panni di Tracy, Michelle Pfeiffer el ruolo di Velma, che fu di Debbie Harry nel film originale, Christopher Walken nel ruolo del padre di Tracy, un allora famosissimo Zac Efron e una favolosa Queen Latifah.
Le musiche furono riadattate ai tempi cinematografici e il film, comprese coreografie e costumi, si è unito all’originale nel mio personale Pantheon. Nel brano iniziale, Good morning Baltimore, John Waters offre un meraviglioso cameo, ricordando uno dei protagonisti di Pink Flamingos: l’esibizionista.

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John Travolta riesce a ballare nonostante i cento chili di protesi per simulare pancia e fianchi, Cristopher Walken è adorabile come sempre e Michelle Pfeiffer terribilmente antipatica (il suo personaggio è l’antagonista, quindi va bene).

Ieri è quindi  andata in onda, live, la versione NBC con Harvey Fierstein nel suo ruolo storico di Edna, Ariana Grande nei panni della migliore amica di Tracy, Penny, Martin Short come padre di Tracy, Sean Hayes nel ruolo minore di Mr. Pinky, Jennifer Hudson a sostituire la parte che fu di Queen Latifah: Motormouth Maybelle. La protagonista è stata Maddie Baillio, al suo primo ruolo ufficiale (che ha svolto nel migliore dei modi).

Gli appassionati di messa in scena e regia teatrale adoreranno il primo video linkato, quello andato in onda live su Facebook, in cui si vedono movimenti di macchina e spostamenti di attori e ballerini (su dei caddy tipo quelli da golf, un’organizzazione allucinante).

Insomma.
Ariana Grande è bravissima come sempre, idem per Jennifer Hudson, ma ho trovato la prima più adatta al suo personaggio rispetto alla seconda. Capiamoci, sono due cantanti favolose e forse Hudson è tre spanne sopra Grande. Ma non è diva quando Queen Latifah e Ruth Brown. Maybelle è una combattente, se ne frega, è big, blonde and beautiful. Jennifer Hudson che canta Big, blonde and beautiful, per quanto meglio, vocalmente, di Queen Latifah, non rende. Non è nemmeno big, è piccina piccina.
Fierstein lo vedo purtroppo per la prima volta nei panni di Edna, che veste da 14 anni (non potendomi permettere di vedere uno spettacolo a Broadway), e ne sono rimasta folgorata. Ho già ho amato la sua voce graffiata nel film Amici, complici, amanti [nota 2], ma nella parte di Edna è fantastico e più realistico di quanto lo fosse stato Travolta, probabilmente più fedele all’interpretazione di Divine. I costumi sono favolosi anche se avevo apprezzato maggiormente il cambiamento stilistico che avviene nel film del 2007, in cui Tracy passa da abiti di inizio anni ’60 ad abiti fine anni’60. In questa versione 2016 solo Penny, il personaggio interpretato da Ariana Grande, indossa la minigonna e gli stivali di vernice. Maybelle/Jennifer Hudson indossa invece una fantastica tuta del tipico stile da cantante disco/funky anni 60/70. Stupenda. Peccato dovesse travestirsi da guardia perché ci avrei messo le piume.

Da quel poco che ho potuto vedere come raffronto la versione odierna è fedele al musical portato per tanti anni sulle scene, sia come costumi che come coreografie, di cui potete vedere qui il pezzo finale, You can’t stop the beat, interpretato dalla protagonista originale del musical, Marissa Jaret Winokur [nota 3]. La sceneggiatura è stata riadattata da Fierstein.

Credo che la magia di Hairspray, quella leggerezza che ti mette addosso pur affrontando dei temi importanti, sia meravigliosa. E in qualunque versione, ma vada visto. E sicuramente questa entrerà nel Rito Hairspray per quando mi sento giù.

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L’omaggio a Divine durante la coreografia del brano di apertura.

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La Tracy odierna, Maddie Baillio, al centro durante Welcome to the sxties con alla nostra sinistra Ricki Lake, la Tracy del 1988, e alla nostra destra Marissa Jaret Winokur

NOTE

1 – il film musicale è un film in cui c’è molta musica, si balla si canta ma i personaggi sanno in ogni momento che stanno ballando e cantando. La differenza col musical è che nel musical, come nell’opera, il canto e il ballo fanno parte dell’espressione, ma il personaggio non sempre agisce come se stesse cantando (anzi nell’opera raramente un momento musicale nello spettacolo è contemporaneo ad un momento musicale nella storia). È come se mentre noi li vediamo cantare e ballare in realtà loro stessero agendo normalmente.
Ad esempio ogni tanto possono dire “hey guarda come ballo” o “e adesso ballo/canto”, come appunto in Hairspray, ma a volte stanno camminando e nel frattempo cantano, e non sanno di star cantando.
Un film musicale è ad esempio Dirty Dancing, dove il ballo è protagonista, ma gli attori ballano quando i personaggi ballano, per un motivo (l’esibizione, la gara, l’esercitazione). Nel musical non c’è necessariamente un motivo nella trama che spinge a ballare/cantare.

2 – adattamento cinematografico di una trilogia di spettacoli teatrali scritta da lui, la Torch song trilogy

3 – la quale pure ha vinto un Tony ed era presente alla rappresentazione di ieri in un cameo, nell’immagine qui sopra.

L’episodio 7×04 di Shameless è un trattato sui generi sessuali. NO SPOILER.

Ian conosce un ragazzo FtM, che sta concludendo la transizione, e resta un attimo sconvolto. Pur essendo omosessuale (ci si aspetta erroneamente che gli appartenenti di categorie discriminate siano automaticamente aperti e includenti) Ian è cresciuto in un quartiere popolare, e forse non ha aperto la sua mente quanto crede. Ma è intelligente e curioso quindi chiede scusa e viene presentato ad un gruppo LGBTQIA, i cui membri si presentano per nome, genere ed etnia di appartenenza, PRONOME COL QUALE VOGLIONO ESSERE APPELLATI. Cosa che trovo fantastica.

Al che pone un quesito. “Posso fare delle domande?”, cui viene risposto “meglio che supporre di conoscere già la risposta”

E questo è assolutamente un riassunto chiarissimo, delicato e rispettoso delle differenze e di come ci si dovrebbe approcciare alle PERSONE. Cercando di conoscerle, non utilizzando i nostri pregiudizi.

Dopo Bojack Horseman, prima serie in cui viene inserito un personaggio asessuale, Shameless parla sempre più chiaramente e INSEGNA più di quanto nelle scuole ci viene permesso di fare.

Black Mirror 3×03 – Riflessioni. (contiene SPOILER)

Le piece teatrali e i film e i libri che amo maggiormente sono quelli che lasciano spazio alla riflessione, e questa puntata ne fa parte totalmente.

In particolare è magnifico (e sleale) il modo in cui ci fa affezionare al protagonista (mi pare Kevin, ma non posso rivederlo perché ho dimenticato di caricare la carta da cui pago l’abbonamento Netflix e non posso rivederlo ora), inducendoci a pensare spesso durante l’episodio che potrebbe anche lasciar perdere e arrendersi, che in fondo non è un gran male mostrarsi mentre ci si masturba, che non gli rovinerebbe la vita un video simile, al massimo sarebbe deriso per un periodo ma non ha mica commesso un delitto! Giuro che anche dopo la telefonata della madre ho pensato a lungo che “loro” potrebbero aver montato il video con foto di bambini quando invece lui stava guardando immagini pornografiche, diciamo pure, lecite.

Il fatto che sia, indubbiamente, un ragazzo problematico, che sia così indifeso e “vittima” mi ha lasciata stranita. Probabilmente con un dubbio nei confronti della correttezza della punizione, insita nel sentimento veicolato dall’episodio. Forse si potrebbe curare, recuperare. Forse tutti quei tic, quello strano modo di approcciarsi al mondo ( o di non affrontarlo per nulla), quella difficoltà nelle relazioni umane, sono segnali di un disturbo mentale che può almeno concedergli la grazia, o il tentativo di curarlo?

Mentre odiamo immediatamente l’uomo con cui deve ingaggiare una lotta all’ultimo sangue, perché sappiamo subito cos’ha fatto, probabilmente non riusciamo ad essere altrettanto vendicativi con il ragazzo. Perché l’economia del film ci ha fatti entrare nelle sue paure e le abbiamo vissute prima di sapere in cosa consistesse la colpa.

C’è di tutto in questo episodio. C’è il senso di colpa e la sua comprensione (sappiamo di aver fatto qualcosa di sbagliato solo nel  momento in cui ci potrebbero scoprire tutti?), c’è la paura di internet (ma questa c’è in ogni puntata) e della tecnologia, c’è la nostra concezione del delitto e del castigo (meritano la stessa sorte un fedifrago e un pedofilo e una razzista?), c’è la nostra concezione del sesso come colpa (non vogliamo che sia scoperto, anche quando non sappiamo delle immagini pedofile. Poi però magari pensiamo che sarebbe sempre meglio che commettere una rapina o morire in un corpo a corpo).
C’è una serie di confronti tra azioni negative, in cui mi sono sentita portata a soppesare il male minore. Rischiare di essere sparato durante la rapina, morire ucciso a mani nude, o essere condiviso tra gli amici mentre ci si sta masturbando? Si prova certo una gran vergogna, ma fino a che non si viene a conoscenza del vero reato i paragoni sono possibili. Ti viene da chiamare il ragazzo, e dirglielo.

Addirittura ho pensato per molte ore che forse hanno effettuato un montaggio. La macchina da presa era la web cam, come sarebbe possibile dimostrare che le immagini guardate siano davvero quelle? Sarà certamente un campo e contro campo con immagini aggiunte, non c’è altra spiegazione.

E invece in quel momento comprendiamo per quale motivo il ragazzo era così determinato.

Allucinante.

 

 

 

Ghostbusters 2016

Non mi interessa molto la critica cinematografica, ma questo film rientra nel dibattito sulle questioni di genere, in qualche modo, quindi dico la mia.

Ghostbusters 2016 è una commediola senza arte né parte, esattamente come l’originale del 1984 (che ho rivisto attentamente). Comicità da Saturday Night Live, da cui provengono sia gli attori del film originale sia le attrici del reboot, con alcune differenze sostanziali, che vado ad elencare.

LA SCENEGGIATURA

Nel film del 1984 la sceneggiatura è un po’ più curata, con qualche battuta riuscita, soprattutto volgare (è tutto un troia di qua e di là, tiralo fuori, prendilo in mano, entrami dentro – ce ne sono già un paio lì dentro, eccetera), ma anche frasi che sono entrate nel mito. Voglio dire: “sei tu un dio?” eccetera, alcune sequenze come quella in cui Ray  pensa involontariamente al pupazzo della pubblicità, copiata infatti nel reboot in un totale fallimento che vorrebbe essere probabilmente un omaggio (Patty che ribadisce “fantasmino”), sono entrate nella storia per reale merito. Non si tratta di grande comicità, non sono i Monty Python, però sono carine.

Nel film del 2016 la gente si parla addosso di continuo. Ho sentito recensioni che parlano di stereotipo afroamericano della ragazza nera con gli orecchini grossi che urla, ma santo cielo qui urlano in molti. Continuamente. E di battute ce ne sono davvero poche e malriuscite. Siamo in un ambito molto meno volgare del primo, a parte la scena del direttore del college che fa vari diti medi, ma quel tipo di comicità, probabilmente, depurata della volgarità perde molto. I dialoghi sono poveri e banali.

LA REGIA

La regia del film 2016 è moderna, i tagli veloci. Fanno venire il voltastomaco.
Nel primo (1984) l’azione era garantita da lunghi piani sequenza, che di solito non danno il senso della velocità, però creano pathos, soprattutto quando una persona sta camminando e si deve intravedere l’arrivo di un fantasma. Quindi l’azione c’è, crea aspettativa.
Nel film del 2016 le inquadrature durano a stento 12 secondi, staccando anche senza un reale motivo narrativo. Non entriamo mai nella personalità di qualcuno, non lo sentiamo, perché il nostro sguardo (l’inquadratura) dura troppo poco. L’unica motivazione che trovo è il  mantenimento dell’attenzione, non puoi battere troppo spesso le palpebre o rischi di perderti un dettaglio (inquadratura di un oggetto o parte del corpo da molto vicino). Anche se poi, perdertelo, non cambierà nulla.

I PERSONAGGI

Melissa Mc Carthy non mi piace, non mi è mai piaciuta nemmeno quando faceva “Una mamma per amica”, quindi non posso dire mi faccia ridere. È un tipo di comicità, la sua, estremamente bassa per i miei canoni.
Il personaggio di Abby non è  niente di che. Bello il dialogo sull’essere bullati che fa con il pazzo sfigato, ma per il resto rimane tutto un po’ vago.

Erin è forse il personaggio di cui sappiamo di più, anche se tutto si esaurisce all’inizio, nel suo tornare alla vecchia passione, e nel parlare di quanta dignità avesse perso per ottenere una cattedra. Nel resto del film è un’arrapata che sbava dietro al segretario scemo, e alla quale sbavano sopra gli ectoplasmi. Il gesto finale, in quanto ribaltamento del personaggio fino ad allora piuttosto passivo, farebbe felice Aristotele, ma è l’unico momento un po’ emozionante del film. Non basta.

Kevin è il personaggio più sconclusionato mai visto. Di una stupidità troppo esagerata per risultare vera, e quindi per far ridere. In alcuni momenti sembra “4” di “mi sdoppio in quattro”, il quale però aveva un motivo per essere scemo. E quindi faceva ridere.
No davvero niente di quello che dice ha un valore comico. Dice semplicemente assurdità e nulla di ciò che appartiene al personaggio (faceva l’attore? Diteci qualcosa che faccia ridere, qualunque cosa) viene utilizzato per creare un suo senso.

Patty è la traduzione gender twisted del personaggio afro americano nel primo Ghostbusters. Quindi la tizia nera infilata lì perché sì. Nessuna personalità particolare tranne la voglia di farsi notare ed essere parte di un gruppo (un club, dirà lei). Le uniche battute simpatiche sono quelle del concerto e quelle del carro funebre, ma non siamo chissà su quali livelli.

Jillian è la mia preferita dall’inizio alla fine. Non ha alcun senso come personaggio, a parte essere la pazza che costruisce le cose, lo ammetto. E non conoscevo l’attrice. Però ho adorato come hanno saputo creare il personaggio gender twisted di Egon (il mio preferito nell’originale) rendendolo l’esatto opposto.
Io adoravo la serietà esagerata di Egon, (ecco, così capite il mio senso dell’umorismo atipico), rido ogni volta che dice qualcosa con quel tono serio e per nulla contestuale. Jillian è non contestuale e strana, in modo esattamente opposto. Urla a sproposito, balla distruggendo cose, è violenta.

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I FANTASMI

Inutile dire che siamo 30 anni dopo il film originale e la computer grafica ha fatto passi da gigante, ma devo dire che anche dal punto di vista stilistico i fantasmi del 2016 sono molto carini, a volte Burtoniani. Scocciano subito una come me che non ama i film catastrofici, ma sono belli.

Una menzione speciale va alle ARMI, che in questo reboot sono pazzesche. Non ho la più pallida idea di quanto siano credibili i paroloni che vengono pronunciati, ma sono armi bellissime. Gli zainetti sembrano semplicemente dei ventilatori luminosi, però è credibile siano più piccoli di quelli degli anni ’80, anche i computer lo sono. Certo scrivere dei dialoghi senza battute machiste mentre le usano deve esser stato difficile. Infatti sono riusciti male.

Mi è piaciuto il fatto che lo sfigato schiavo del male in questo reboot sia coscienziosamente tale, per riscatto sociale e non per caso, come accade nel film originale, e come già detto questo apre anche alla possibilità di parlare di un tema importante, quello dell’esclusione sociale, del bullismo.

L’ANALISI DI GENERE

Come molti hanno fatto notare, questo film supera ogni test generalmente utilizzato per analizzare la presenza femminile nei film.

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questo film è un dono?

NO, semplicemente i personaggi ricalcano in qualche modo dei personaggi nati come maschili, quindi le loro storie superano i test che generalmente si effettuano per capire se, i personaggi femminili di un film, hanno un senso narrativo o sono solo Puffette. Gli archi narrativi dei personaggi  maschili non supportano quelli di personaggi femminili, quindi questi personaggi non lo fanno. Hanno linee narrative a sé stanti.

QUESTO FILM È FEMMINISTA?

No, questo è un film comico di livello popolare. Intanto. Senza alcun intento morale a parte il tentativo sul bullismo. Non possiede alcuna storia che si possa definire femminista, non dice mai nulla che possa odorare di riscatto e parità ( a parte un commento su Youtube che esclude l’esistenza di acchiappafantasmi donne), nemmeno un sottotesto che parli di riscatto o parità, nulla.
Solo una storia di acchiappafantasmi che 30 anni fa erano uomini e oggi sono donne.
Ma è interessante il polverone che si è alzato attorno, molto prima che uscisse in Italia.

Innanzitutto gente che grida al capolavoro violato: no, dai, Ghostbusters non era un capolavoro. Parliamo di un film girato nel 1984, l’anno de La storia infinita, Non ci resta che piangere, Nausicaa della valle del vento, Indiana Jones e il tempio maledetto, Così parlò Bellavista… dai. Un compleanno da ricordare ha battute peggiori di Ghostbusters? Seriamente, rivedetevelo. A volte la nostalgia ci offusca la mente.

Poi quelli che “nooo, i reboot noooo!” Mamma mia, che depressione, alcuni si ritengono anche grandi conoscitori dell’arte cinematografica. Ma aprite la mente, diamine!  Osservare come diversi registi, in diversi decenni, affrontano una stessa storia è affascinante. L’espediente narrativo fornito dalla possibilità di diffondere video in tempo reale, ad esempio, e i commenti delle persone. L’argomento “terrorismo” utilizzato per giustificare le presenze spiritiche… non vi affascina vedere come cambiano i modi di pensare e vedere il mondo nei decenni? A me sì, e alcune arti ci permettono di scavare nel pensiero dei nostri precursori, o di noi stessi qualche decennio fa.

Il rifacimento è stato messo su con protagoniste donne per far parlare di sé? Certo! Peccato che poi il film sia precario per molti versi, perché di attenzione ne ha raccolta parecchia!
Conosco artisti che sono così: bellissime foto, promozioni scoppiettanti e poi spettacolo indegno di tale nome.

Ma non ogni cosa “al femminile” è poi femminista. Certo questo film evidenzia come i personaggi nati al maschile abbiano un senso differente, autonomo, storie indipendenti rispetto a quelli femminili, di solito. Ma smettiamola di pensare che “al femminile” sia per forza femminista.

Lo vedo anche nelle rassegne artistiche, nei cine forum, c’è questa convinzione di star facendo “qualcosa di femminista” perché lo chiami “rosa”, “girl” e inviti solo donne. Che tristezza da “bambine speciali”. Come sottolineare che non possiamo far parte della rassegna grossa, del festival mainstream, che siamo qualcosa a parte, il secondo sesso. Non facciamo parte dell’umanità.

Che tristezza, che boiata.

 

OLTREMUNDO. Cosa sei disposto/a a rischiare?

(15 Febbraio 2015, dal vecchio blog)

(In evidenza una scena dello spettacolo. Dal sito ufficiale. Bonvenon è “Benvenuto” in Esperanto)

Tre donne di un’ epoca imprecisata, tra gli anni ’20 ed i ’50 ma forse anche donne moderne dallo stile un po’ vintage, vengono scaraventate in scena, cadono o forse si lanciano in un limbo dal quale cercano poi di scappare oltrepassando IL muro, il confine.

Del resto nulla si sa, solo sensazioni, emozioni e storie che si possono far aderire a fatti di cronaca (immigrazione? Esclusione sociale?) come alla nostra crescita interiore.

L’altro, l’io, l’OLTRE.

Il viaggio, il bagaglio, la capacità di abbandonare tutto e andare, l’attaccamento alle cose, il giudizio delle cose altrui. L’alcol, anche, le droghe ( o i medicinali, per mitigare dolore ed ansia). Il feticcio. Il posticcio femminile, il gioco della seduzione e la competizione per il raggiungimento di uno scopo che ci impediamo di raggiungere, impedendolo agli altri, condannandoci al limbo per egoismo e per paura. La legge incomprensibile e disumana (l’opera è liberamente ispirata al racconto “Davanti alla legge“, di Kafka).

Chi o cosa le ha portate lì, “dove vado, donde vengo”, che bagaglio (fisico o mentale) mi porto, quanto mi è necessario per proseguire, cosa lascio, cosa acquisirò. Saranno le cose, o la capacità di creare connessioni con i miei simili, a spingermi OLTRE.

La bravura della compagnia de La fabbrica dei gesti in questo spettacolo è assoluta.

A partire dal delizioso Grammelot, chiarissimo, paradossalmente comunicativo e totale, inclusivo di tutte le genti del mondo; concludendo con le doti ginniche e mimiche, nei giochi di equilibrio, nei tic e nelle danze.

Si ride del cattivo ridicolo, ci si angoscia per la scelta di tornare indietro bendandosi il volto, dipingendosi un sorriso. Si prova ansia pensando “Ma perché non vai? Cosa ti blocca? Cosa c’è adesso?”

Cosa c’è adesso?

Quante volte ce lo siamo chiesto.

Perché non vai? Cosa ti frena?

Per un’amante di Beckett come me fin troppo facile aver amato questa piece, sarà la scenografia scarna, in cui il muro è protagonista come e più dei personaggi in carne ed ossa, sarà per la luce abbagliante che supera il fondale portando in questo caso OLTRE lo spazio scenico, sarà che la trasposizione di un momento che sto passando mi rende più semplice l’ingresso di questi personaggi senza nome nel cuore. Cosa ne so.

Cosa ne sappiamo noi, noi andiamo.

Sui “Libri distillati” (o “Distillato di libro”)

Durante una delle mie rarissime passeggiate in centro ieri noto con dispiacere la conferma di una notizia che avevo letto un paio di giorni fa: la nascita di una collana di “Libri distillati”. Best seller con metà delle pagine. Per chi non ha tempo, abbiamo tolto le parti inutili.

Incuriosita da come il pubblico del web possa aver preso la cosa trovo la pagina promozionale della casa editrice (cui non faccio nome) e noto con piacere che il 99, 8% circa dei commenti e dei post sulla pagina sono di critica asprissima.

Ma non è di questo che voglio parlare.

Coloro i quali difendono invece il progetto sono i tipici “anti-anti-conformisti” i quali, attenti a difendere il proprio orticello, accusano i contestatori di essere dei falsi intellettuali, poiché scrivono non in maniera eccelsa tutti (a dire il vero, a parte qualche refuso, di errori gravi ne ho visti pochissimi) e SICURAMENTE fanno finta di essere dei lettori e non lo sono.

Bene.

Io non vado a vedere il balletto. Mi piace, ma un’ora di spettacolo senza parole (o comunicazione verbale tipo Grammelot ma comunque con una narratività per me comprensibile) non ce la faccio. Manco dell’attenzione necessaria, non sono capace di legare ai movimenti i sentimenti comunicati dalla musica, alla quale spesso ho dato un’interpretazione mia, magari. Ma non chiedo alle compagnie di farmi un riassunto per poterne vedere. Non li vedo! Non ritengo siano riassumibili, non sono convinta che alcune parti si potessero evitare, tagliare, mettere da parte. L’opera è quella, e io intera non la vedo.

Magari, se ne ottengo il DVD, posso vederne un atto alla volta, magari. Ma riassumerlo arbitrariamente no.

Per alcuni ( i soliti ignoranti pigri spaventati, quelli che vorrebbero vantarsi di qualcosa, ma non sanno di cosa, e quindi attaccano gli altri) l’amante della lettura si vanta sempre, si sente superiore. Non saprei, facendone parte. Ma l’esempio del balletto credo possa essere esaustivo.

Io non so nulla di chimica. Non mi sento esclusa da una conversazione sulla chimica, non ritengo me la debbano riassumere, non offendo chi ne parla dicendo che “si crede stocazzo”. Semplicemente io sono, volutamente, perché non ho approfondito lo studio della chimica, ESCLUSA dalla conversazione.

Se un autore ha ritenuto necessario descrivere una storia in 676 pagine (esempio di “Uomini che odiano le donne”, che mi ha fatto particolarmente specie) evidentemente le riteneva necessarie. In totale lui ne ha scritte circa 2000, tutta la trilogia credo si attesti su quei numeri. Ha vissuto chiuso in casa anni, non dormendo e trangugiando il caffè che ha avuto una parte importante nella sua morte, probabilmente. Tu, scribacchino del cazzo, signor nessuno assunto alla Casa editrice Staminchia, come ti permetti di decidere a monte quali pagine siano passibili di taglio???

Un commentatore particolarmente arguto mi fa notare che tra i diritti del lettore Pennac ha messo il diritto di saltare le pagine. Sì, ma IL LETTORE! Il lettore, dice Pennac (mia parafrasi, non trovo il libro in casa), può saltare direttamente alla fine, rileggere una parte, saltare un paragrafo che ritiene noioso. Ma LUI, liberamente.

Nessuno ha il diritto di confezionare la mia scelta di lettore.

E attenzione che “lettore” è una categoria, di cui faccio parte senza necessariamente vantarmi, così come non ritengo si vantino quelli che fanno parte della categoria “gente che fa ginnastica”, della quale non faccio parte io. Se vedo gente che comunica questioni di sport io non vado a dirle che si sta vantando, io non sono inclusa nella conversazione. Punto. È un piacere che non conosco, che non apprezzo, che non mi interessa.

Quindi se non ti interessa leggere va benissimo. Basta che poi quando non comprendi un semplice testo non ti offendi se te lo fanno notare. Come non mi offenderei io se un giornalista calcistico mi dicesse che non capisco una ceppa di calcio.

Qualche commentatore ha tirato in ballo, stavolta con cognizione di causa, la neolingua di Orwell. Attenzione, perché non è così azzardato.

Chi opera scelte al posto tuo ti priva della possibilità di coltivare spirito critico. Che è quella cosa che ti fa saltare le pagine. Tu ne salterai alcune, io altre. Perché abbiamo un diverso spirito critico ed è questo, che ci fa avanzare intellettualmente. Metterci a confronto con persone dallo spirito critico differente. Tu cosa ritieni eliminabile? I dialoghi? Le descrizioni dei luoghi? Dei movimenti del personaggio? Ognuno salterà parti differenti, se le salterà. Qualcuno tornerà indietro rendendosi conto che quell’oggetto descritto nella parte saltata era invece importante. Eccetera.

Ma ognuno per conto suo.

Eliminare arbitrariamente quasi 400 pagine (nel caso di Larsson) vuol dire togliere la possibilità di parlare di un libro. Perché avremo saltato le stesse parti, nessuno può averlo trovato noioso, e mancando le descrizioni (immagino) nessuno si è potuto fare un’idea di Lisbeth, del luogo in cui vive…qualcuno ha operato delle scelte al posto tuo.

Uno dei diritti del lettore è quello di non leggere, per Pennac. Io ho passato lunghi periodi senza leggere. Per blocco del lettore, di solito, cioè dopo aver letto libri talmente meravigliosi che nessuno mi sembrava all’altezza, dopo.

È un diritto che possono esercitare tutti, anche quelli che, ritenete voi, non siano dei grandi intellettuali perché scrivono male, quindi difendono dei libri che non leggeranno mai. Può darsi. Ma avranno almeno il rispetto per quelle opere, senza ritenere che qualcuno debba semplificarle per loro.

“Da grande sarai fr**io”

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Sfondo nero e un primo piano di Immanuel Casto illuminato da dietro, come un angelo dell’annunciazione, con le luci frontali che vanno e  vengono, scoprendo diverse gradazioni di gay effeminato. Il frocio che un giorno diventerà il bambino a cui ci si rivolge.

Tante gradazioni quanti sono gli stereotipi del frocio, che è solo una delle gradazioni di “uomo omosessuale” che si potrà essere, da grande.

Perché lo so, lo sanno tutti, che tu sarai frocio. Quel modo di ballare con la manina al vento e il desiderio di giocare con le Barbie parlano per te.

Le differenti letture parallele di questo testo sono affascinanti.

“Da grande sarai frocio” (nell’ultimo album del Casto divo) non vuol dire nemmeno necessariamente che da grande sarai certamente omosessuale, bisessuale, o che hai una disforia che ti porterà a iniziare un percorso di transizione. “Frocio” è la parola offensiva per qualunque uomo vagamente effeminato. QUALUNQUE.

“Frocio” è la convinzione che si possa comprendere l’orientamento di una persona, che si possa comprendere la persona, da qualche atteggiamento. Che la si possa, etichettare, definire, e possibilmente ARCHIVIARE. (anche magari dicendoti che è per il tuo bene, vedi qui).

“Frocio” è la tua condanna, ma anche la tua liberazione. Perché sai che c’è? NON È UN REATO. E te lo dico con la sfrontatezza di chi ci è passato e lo sa che fa male ma si supera con l’ironia e tanta forza. Non stare zitto, vieni allo scoperto, da grande andrà meglio (ma tu ancora non lo sai)

“È palese a tutti, è una pura ovvietà

inutile negarlo, lo sa anche il tuo papà

danzi in cameretta con la tua manina al vento

l’ho capito al volo, mi è bastato un momento

da grande sarai frocio è scritto nelle stelle

il dolore arriva ma tu intanto sei già diva

da grande sarai frocio ma non si può dire

oggi a Pordenone nasce un piccolo busone

Cresce sogna, balla e canta

cresce sboccia, mia piccola sfranta, che c’è di male se il glitter ti incanta, mmhh

Da grande sarai frocio,

e non è un reato, niente di sbagliato

Colo tuo grembiulino, stirato e perfetto

con il poster di Justin Bieber sul tuo letto

e ripensi a lui, poco prima di dormire, lo scrivi sul diario e cambi il nome al femminile

Da grande sarai frocio, ma tanto gay è bello

dai libero sfogo a quell’istinto ricchiuncello

da grande andrà meglio, ma tu ancora non lo sai

piccolo uranista, non fermarti mai

Cresce sogna, balla e canta

cresce sboccia, mia piccola sfranta, che c’è di male se il glitter ti incanta, mmhh

Da grande sarai frocio,

e non è un reato, niente di sbagliato

e ti chiedi perché se ne accorgono tutti, tutti tranne te

e imparerai che per nascondere il dolore basta un po’ di correttore

conosci a memoria tutti i programmi Tv

guardi tutto tranne il calcio, tuo papà non ne può più

come reagirà, quando dopo cena, gli dirai che per natale tu vuoi Barbie sirena

Da grande sarai frocio e lo stai per scoprire

fidati di me, può far paura da morire

ma non stare zitto in un paese che ti ignora

esci allo scoperto quando verrà l’ora

Da grande sarai frocio,

e non è un reato, niente di sbagliato

Da grande sarai frocio,

e non è un reato,

ci sono passato

“Busone, sfranta, ricchiuncello, uranista” tutti i modi comuni, più o meno offensivi, per denominare una persona che altro non è se non PERSONA. L’hate speach in questo testo è ribaltato nella maniera più poetica, alternato a frasi come “fidati di me, può far paura da morire” e incitazioni a diventare forte “sei già diva, per nascondere il dolore basta un po’ di correttore”. Dolore, dolore. Ed hate speach. Ribadito tanto da perdere significato, perché se ne riappropria chi da quel termine avrebbe dovuto essere ferito.

La parola che non ferisce più arriva ad essere un affronto satirico, e cambiare di significato.

Il fatto divertente è che a me Immanuel Casto non piace nemmeno tanto. Il suo genere per me è inascoltabile perché la batteria elettrica mi dà fastidio alle orecchie. Però devo dire che gli arrangiamenti sono molto curati, al di sopra di buona parte della musica che gira in radio, e alcuni testi sono geniali. Come questo. Anche la dialettica che il cantante dimostra di possedere, anche quando fa un vlog, è fuori (purtroppo, per gli altri intendo) dalla norma italiana soprattutto nell’Olimpo della musica “commerciale”.

Gli è stato detto di tutto, da etero, omofobi, gay con omofobia interiorizzata e buonisti con analfabetismo funzionale galoppante. Che il testo è offensivo, che generalizza in un’unica categoria (il gay effeminato, frocio) TUTTI gli omosessuali. Come se ogni canzone dovesse parlare di TUTTI. Questa abitudine a sentirsi categoria che hanno molti subalterni, che porta poi ad ostracizzare una parte di quella categoria, in questo caso i gay effeminati. Come se si dovesse sempre sottolineare che non lo sono tutti, e come se fosse poi una colpa, una vergogna.

La vergogna che non ti permetterò di provare perché, invece, ti urlerò in faccia che da grande sarai frocio, e sarà terribile ma lo supererai. E probabilmente aiuterai qualcun altro a dirlo al mondo con orgoglio. Perché essere se stessi è la cosa più naturale che ci sia e comprenderlo e celebrarlo è la cosa più liberatoria che ci sia. Ed è una grande capacità riuscire a dirlo con una tale leggerezza, e profondità.

Io ho sentito una forte empatia in quel “da grande andrà meglio, ma tu ancora non lo sai” che avrei voluto dire alla me adolescente. Donna non esattamente tra le righe.

Io non sono stata vittima di bullismo omofobico, ma di bullismo di genere sì, e vorrei tanto anche io poter dire alle piccole me stessa lì fuori che un giorno diranno un grandissimo STICAZZI e volteranno il culo agli stereotipi. O li abbracceranno, ma per scelta e/o ironia trash.

Perché no, mica è un reato mandare a fanculo la maggioranza.

(e mi chiameranno “Gender” , e non ci sto più nemmeno a ragionare.)