Quando poi mi rialzo

Sanguino
dignitosamente
lascio scie appiccicose e non rispondo “tutto bene, grazie” a chi mi chiede come sto.
Dico che sanguino. Tutto qui. Alzo le spalle. Guarda.

Qualcun@ ti insegna a sanguinare meglio
qualcun@ ti dice che avrebbe potuto aiutarti, prima.
Non lo ha fatto ma te lo dice.
Qualcun@ fa finta di niente e scansa le pozze coi piedi.

Qualcun@ non ci crede, perché tu sei forte e chi è forte non sanguina mai, o sanguina meglio. Si aspettavano tu sanguinassi meglio.

Qualcun@ è convint@ lo stia facendo per farmi vedere. Più mi nascondo più lo pensano. Non so più dove nascondermi e sporco dappertutto.
Mi trovano e lo dicono ancora.
Ti camminano addosso e dicono che si sono sporcati per colpa tua.
Mi dispiace. Non volevo. Stavo qui per i fatti miei.

Sto qui e sanguino. Non chiedo niente a nessuno.
Mi dispiace se ho sporcato.
Ripulirò.

Mi rialzerò, mi passerà

Ripulirò.

Mi passerà.

Mi rialzerò.

Iniziate ad andare. E’ meglio che iniziate ad andare.

Perché poi quando mi alzo sono cazzi.

 

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Comunicata politica personale, viscerale, eccedente (e quindi non necessaria)

Mi sono avvicinata al Femminismo quando ho incontrato il Transfemminismo e quando già alcune analisi dei Gender studies avevano fatto confluire le lotte in un’ottica Queer.

Non mi hanno mai convinta i separatismi, le misandrie, i bigottismi che fraintendevano la sessualità femminile, e le conseguenti illogiche scimmiottature del potere maschile, così care a certa narrazione anni ’80 della donna Virago e sull’orlo di una crisi di nervi. Non ho mai pensato che essere femminile fosse un male. Che il femminile lo performasse una donna o un uomo. Non ho mai pensato che il rossetto, i tacchi alti e il cazzo mi dovessero necessariamente essere ostili. Non ho mai detto di me stessa che ero femminista finché non ho scoperto questo femminismo, quello che il movimento Non una di meno ha quasi totalmente abbracciato, per lo meno nelle analisi e nella maggior parte de* partecipanti. Quello del Piano femminista.

Credo nel movimento Non una di meno e nella sua forza costruttrice, credo nelle differenze che ci caratterizzano e nelle possibilità che queste differenze producono nel senso della messa in discussione continua delle proprie convinzioni.

Ho avvicinato l’ideologia queer proprio per smontare tutte le convinzioni che la società patriarcale ha contribuito a costruire dentro di me, per eliminare le barriere sulle quali mi ero adagiata, dopo averne abbattute delle altre. Questo ha prodotto un lungo cammino che mi sta attraversando dentro e modificando. Quello che accade mi piace, l’ho voluto, ma c’è un grosso “ma”.

Io credo nell’autocoscienza come pratica continua, nell’autoformazione come motore di cervelli che si uniscono e nell’autocritica come strumento necessario a evitare che ci si accusi l’un l’altr* affossandoci. Credo nel giudizio e nella condanna degli atteggiamenti, non delle persone. Credo nell’autodeterminazione e credo quindi che ognuno di noi, nel limite delle libertà capitalistiche, decida coscientemente di comportarsi in un modo o nell’altro e possa decidere di smettere o meno, quando vuole e quando è pront*.

Credo quindi nella messa in discussione continua degli atteggiamenti prevaricatori, nella costruzione continua della coscienza femminista, nella decostruzione delle gerarchie e delle leadership.

In tutto questo mi trovo oggi a combattere senza armi in un ambiente che è, invece, violento, prevaricatore, maternalista, saccente e privo di volontà autocritica. Accade che, se si incontrano persone che stanno maturando un percorso di messa in discussione continua del proprio Io e persone che non mettono mai in discussione il proprio Super Io, le prime o soccombono o reagiscono violentemente. E io non sono fatta per soccombere e sto cercando di non reagire violentemente. Sto cercando di imparare a non farlo. Mi risulta molto difficile e avrei bisogno di un ambiente il più possibile protetto per rafforzare queste modalità.

E questo era quanto avevo da dire sull’atteggiamento, a mio avviso lontano dalla pratica femminista, che io non ho più intenzione di tollerare.

Passo a ciò che vorrei dire sull’attivismo.

Un movimento, per come lo intendo io, è composto da persone che si incontrano, portano avanti analisi, e poi agiscono sulla base di quelle analisi. Se l’analisi è condivisa è automatico che ognuna delle persone facenti parte il movimento abbia automaticamente la possibilità di parlare, scrivere, agire in modo condiviso dall’assemblea tutta. Perché se si ragiona assieme una visione della lotta automaticamente si potranno sapere quali ideali portare avanti, quali lotte affiancare, che linguaggio usare. Se qualcosa non è condiviso si torna indietro e si ragiona nuovamente. Ascoltandosi. Ma la pratica non può escludere la teoria. E la teoria in questo caso si costruisce con l’analisi, l’autoformazione, l’autocoscienza.

Non una di meno ha acquisito, oltre all’analisi, un linguaggio che è, anche se ancora in misura sperimentale, inclusivo, quindi il più possibile divulgativo; transfemminista, quindi rivolto a tutte le minoranze da questo attraversate. Il che non vuol dire rinunciare a termini specifici, ma tendere alla diffusione e allo scambio dei saperi.

Anche qui non mi trovo con le scelte del gruppo locale. Nè ho trovato una volontà di messa in discussione. E non parlo, ovviamente, solo del linguaggio inclusivo sperimentale (asterischi o altri segni grafici), ma proprio della volontà inclusiva che parte dalla mancata aderenza alle analisi transfemministe.

Non voglio dire, perché sarebbe arrogante, che sia mancata conoscenza di tali analisi. Ma proprio in un’ottica di autodeterminazione e non di sovradeterminazione devo immaginare che le varie questioni che le analisi transfemministe e queer siano al di fuori degli interessi generali. E questo porta me a doverle mettere da parte, facendo violenza su me stessa.

Concludo con una osservazione proprio sugli interessi generali.

Il femminismo è, per me, una cosa che si fa. Non è una medaglia o una spilletta, non è una tessera. E’ pratica continua di decostruzione. Questa è una certezza che io ho acquisito e muove ogni mio respiro.

Ma il femminismo è una cosa che si fa innanzitutto dentro di sè. Non è una illuminazione sacra acquisita una volta per tutte e poi infusa al prossimo. Non è una cosa che si insegna. Non è un bollino da apporre sulle altre persone.

Per poter fare questa cosa è anche necessario il continuo confronto e la continua messa in discussione del patriarcato che ci portiamo dentro. E poi la pratica continua di condivisione, di azione collettiva e costruzione di modalità non patriarcali.

La rappresantività è patriarcale. Il movimento è assembleare. Sarà più lento, ma è più femminista.

Ci muoviamo in una città che non ha più avuto per anni modalità assembleari e condivise, la sfida era difficile e l’abbiamo persa. Avremmo dovuto guardare dentro i nostri errori e siamo cadut* nella ricerca del capro espiatorio più classico: l’ignavia altrui.

Non ci voglio riprovare con le stesse dinamiche. Sarebbe assurdo e suicida per quanto mi riguarda, perché non riesco a portare avanti il percorso dentro di me se sento di dovermi difendere da chi non ha ancora eliminato la necessità di giudizio moralista paternalista dalla sua pratica “femminista” (in questo caso sì, tra virgolette) e non posso confrontarmi con chi crede che l’accusa dell’atteggiamento e non della persona sia un modo per girare attorno alle cose e non parlare chiaro.

Ho subito attacchi e critiche non costruttive. Ho provato a sopravvivere ma tutto questo mi stava trasformando e non è questa la trasformazione che voglio mettere in atto. E’ un’altra, e sarà con chi ha desiderio di mettersi continuamente in discussione, come voglio fare io, con chi ha voglia di analizzare la realtà e non sovradeterminarla, imparare e non solo insegnare, includere ed essere transfemminista, oltre a vivere e sperimentare, se vuole, modalità queer.

Non so se ho fatto tutto quello che era nelle mie possibilità prima di prendere questa decisione, ma una delle promesse che ho fatto a me stessa è che lascerò le quote di potere che derivano dallo stereotipo femminile che ci insegna a tenere in piedi le relazioni pena il giudizio sul nostro valore. Non voglio tenere in piedi una relazione con chi non ha la mia stessa visione della pratica femminista e con chi non ha intenzione di accogliere gli inviti all’autocritica.

Ho ovviamente intenzione di rimanere nel percorso Non una di meno, cui sento di appartenere dalla sua nascita, ma prendete questa mia come motivazione per ogni volta che non ci sarò e come motivo di possibili scelte future.

Amore e cinismo

La verità è che io sono piena d’amore, ma anche di senso del ridicolo.
La verità è che non sono fatta per stare insieme a qualcuno per tutta la vita, ma poi qualche amore eterno (fino a oggi) ce l’ho pure io.
La verità è che mi piacerebbe trovare parole nuove, metodi nuovi, schemi nuovi, e torno ancora a commuovermi per Dirty Dancing.

La verità è che non c’è un solo modo di amare, che io do veramente molto e richiedo veramente molto e forse non esiste al mondo un’unica persona capace di essere tutto per me. E va bene così.

Ho concluso 8 anni fa che nella vita avrei amato per sempre solo il mio cane e la musica. Mi tatuai le zampette di Sally e una chiave di basso. Qualche mese dopo vidi per l’ultima volta il mio trombamico storico. Poi incontrai quello che oggi è il mio ex compagno.
Ed erano tutti amori. In qualche modo.

E’ amore, bellissimo, quello che mi lega a* mie* amic*, quell* che chiami per sfogarti anche di notte anche mentre stanno al cesso e non te lo dicono e non tirano lo scarico finché non hai finito di piangere. Quell* con cui basta una frase, ci si è capit*. Quell* che ti raccontano la parte peggiore della loro giornata sicur* che dirai ciò che pensi davvero. Anche se hanno torto. Soprattutto se hanno torto.
E’ amore quello che mi lega a* mie* alliev*, come una zia pazza che dice le parolacce e insegna loro a essere liberi e urlare e ballare e tirar fuori pezzi di sé.

E’ amore. Solo che io lo racconto in maniera diversa. Col mio cinismo, coi cazzi in bacheca e i video sul sesso anale, o sul vino. E’ amore. Nudo, tenero e stravolto.
E’ il mio modo di amare.
Accogliere qualcun*, mangiare insieme scherzare vivere un momento.
E’ amore se dura un secondo, un minuto, un mese, 7 anni.
E’ amore anche se l*i non ti ama allo stesso modo. O non sa nemmeno che esisti.

Non rinnego l’amore che ho dato, non rinnego i baci e non rinnego le parole. Non rinnego le scelte e quello che ho perso.
Non rinnego nemmeno quello che per altr* non è amore e per me sì.
Sono fiera di tutto l’amore di cui sono capace, anche quando penso di non potercela più fare e avrei bisogno di apprezzamento e cura, poi ce la faccio e mi amo tanto anche per questo. Perché sto in piedi nonostante tutto questo a volte incolmabile bisogno di essere amata per un secondo, un minuto, un mese, 7 anni.

Non ho alcun desiderio di cambiare ora che ho raggiunto un equilibrio in cui riesco ad andare via da una situazione che non mi sta più bene. Mi sono amata il giorno in cui ho deciso di meritare di più. Mi amo ogni momento in cui mi perdono, ogni momento in cui miglioro.

So che molti ritengono il cinismo sia delle persone insensibili, e non mi importa. E mi amo perché non mi importa. E non mi importa perché mi amo.

E ho scritto un sacco di cose senza senso e questa cosa ha senso. Perché come si fa a scrivere cose nuove e sensate? O sono nuove o sono sensate. Come lo spiego quello che ho dentro? Come lo chiamo? Forza? Calore? Amore universale?
Ti vieni a prendere un po’ di amoreuniversale? Me ne dai un po’? Per un secondo, un minuto, un mese, 7 anni?
Ci scambiamo un abbraccio senza chiederci nulla? Ci infiliamo l’un* dentro l’altr*? Mi prepari la colazione mi fai un regalo senza dovermi legare a te? Mi chiedi se sto bene? Mi chiedi se mi sta bene?  Mi chiedi se mi piace? Lo capisci che mi piaci? Lo capisco se ti piaccio?
Mi fai questo? Mi fai quello? Mi dici che sono bella? Mi dici una cosa bella?  Ti posso dire una cosa brutta?
Ti offendi se te lo dico? E se te lo chiedo? E se tu ne volessi di più? E se io ne volessi di meno?
E se tu non mi volessi, lo potrei sopportare? E tu, lo potresti sopportare di non avermi mai avuta nemmeno un secondo, un minuto, un mese, 7 anni?

 

 

Il bivio nello zaino

Hey Katie, tuttapposto?

Carrie aveva finito di riempire il borsone, approfittando della pioggia che aveva momentaneamente posticipato gli ultimi giri tra gli stand. Tra qualche ora avrebbero attraversato la marea dei cosplayer e dei visitatori per raggiungere la stazione – che sembrava un percorso nella Terra di mezzo, anzi nella Terra del Nulla – dove avrebbero preso il treno per casa. Casa? Casa dove?

Katie sprofonda. Si sente sublimare in miliardi di particelle. Riesce a vederle ma non riesce a tenerle insieme di nuovo. Immagina una rete d’acciaio come quella che si mette attorno alle montagne a rischio frana. Si stringe un braccio per vedere se è ancora lì.

Sto franando. Carrie: sto franando mi sto dissolvendo. Carrie non sa cosa fare e suggerisce la praticità. Iniziamo col rifare lo zaino, ti va? Non mi va, ma facciamolo. Iniziamo coi vestiti che non metterò, quelli sporchi. Poi il pigiama, arrotolo il sacco a pelo, metto a posto il beauty vedi? E’ facile in fondo, ce la faccio.
Andiamo a fare due passi e Lucca è così bella e fradicia. Te lo ricordi quando siamo arrivate e abbiamo fatto il giro delle mura? Com’era bella, com’eravamo stanche e serene. Tutto il Comics davanti. Katie si bagna i piedi ma vuole ancora stare lì nel mondo surreale e stupendo degli adulti che fanno gli stupidi ma molto seriamente!
Torniamo, devo cambiarmi devo riaprire lo zaino prendere i vestiti asciutti svuotare lo zaino restare qui per sempre. Non ci torno a casa. Casa mia? Casa sua.
Katie rompe gli argini si smaterializza in lacrime singhiozza come una bambina. Disperata come un’infante che non riesce a capire dove si trova, perché non mi vuoi bene io non ci voglio andare a scuola ridammi la palla. Ridatemi quel piccolo monolocale che puzza di fritto ridatemi Rimini, Riccione le persone che mi amano ridatemi uno straccio di libertà di essere me stessa. Non ci torno a casa sua, a elemosinare attenzioni e sentirmi grassa e diventare ancora più grassa non ci torno. Lasciami qui a Lucca portami con te lasciami per strada ma non ci torno a casa sua.

Francis l’abbraccia. So come ti senti ci sono passato anch’io lasciatela piangere ci sono passato anch’io non vuole tornare a casa lo so. Io lo so e ti capisco.
Allora non sono pazza, mi capisci o siamo pazzi tutti e due? Sono cattiva? Se torno, e gli dico che me ne andrò, e mi chiederà spiegazioni ma quali spiegazioni? Come si fa a spiegare che mi sento spinta fuori?
Come si spiega l’amore che non ricevi? Se almeno mi avesse fatto male sulla pelle, il male quello che si vede quello dei manifesti per il 25 Novembre. Come coso lì, quello di tanti anni fa che pure non hai voluto denunciare.
Eh no questo nemmeno ti fa male sulla pelle. Non ti lascia altri segni oltre al desiderio di buttartici, sotto il treno, invece di salire in vettura come gli altri. Scriverci delle bellissime parole che non leggerà nessuno. Canzoni che nessuno ascolterà.
E poi che segno è? Il segno che sei pazza. Certamente. Cosa vuoi di più è tanto gentile è tanto stimato ti vuole bene. E tu che ne sai. Ti sei ripresa presto dalla fine. Ma tu che cazzo ne sai di quanto è durata la fine.

Katie torna a casa carica come un mulo e non c’è nessuno al binario. Aveva deciso, ma non c’era nessuno a convincerla di aver deciso male. Capisce la figura retorica di morte nel cuore. Valgo così poco io. Nemmeno la fatica di scendere dalla macchina. Non valgo la pena non la valgo mai.
Dura poco la tranquillità. Quella di lui. Perché lei ha già deciso. Non ci vuole tornare a casa lo sapeva la mattina prima sarebbe andata dovunque tranne lì. Dovunque la gente la ignori ma senza dirle che la ama. Che la ignori sinceramente. Che si faccia onestamente gli affari suoi. Limpidamente. Sconosciuti con cui dormire ne ha avuti tanti ma non faceva mai così male come con lui.
Voglio essere una sconosciuta e non dire niente di me a chi mi può ferire. Non mi ferire. Ti prego. Ignorami piuttosto. E’ facile, guarda come ci riesce bene lui.

Guarda il cane che dorme muovendo le zampe veloci. Chissà cosa sogna. Siamo solo io e te, lo sai? Mi vuoi bene? Valgo la pena per te?
Mi vieni a prendere al binario mi guardi sorridendo? Mi fai ridere? Mi abbracci per ore fregandotene che hai da fare? La facciamo una cosa stupida insieme, tante cose stupide? Dormi Pablo, abbiamo tutta la vita davanti a noi un sacco di lacrime ancora da versare e stronzate da raccontare a chi ha voglia di ascoltarci.

Spegne il computer, mette il pigiama si guarda allo specchio. Non sono mica grassa. Cioè magari sì ma non è un buon motivo per trattarmi così. Non è il motivo, lo sa, semmai la conseguenza. Un giorno la smetterò di cercarti nel cibo. Qualunque cosa tu sia.

Un giorno tornerò a casa. Un giorno non vedrò l’ora di fare le valigie per rincasare. Vorrò viaggiare, ma anche tornare.
Chissà com’è, tornare.

Molestie e corteggiamento, per me

Vedo che il livello delle discussioni social nell’ambito del femminismo in questi giorni è piuttosto basso, ma questa storia del manifesto firmato dalle attrici francesi si inserisce in un ragionamento che sto facendo con me stessa (vedi anche il post su consenso e assemblee femministe) e quindi eccomi a blaterare.

Sapete che da poco ho messo fine a una storia durata 7 anni, con una convivenza di 4 anni e mezzo. Una storia iniziata dopo 8 anni da single, in cui me la vivevo benone e avevo raggiunto un buon equilibrio tra la mia vita e i rapporti interpersonali. Equilibrio che adesso è tutto da ristabilire, ma con nuove convinzioni ideologiche riguardo le relazioni.

Ultimamente rifletto molto sulla possibilità di tornare “su piazza”. Cioè un giorno, non so quando, come, con chi, ma tornerò a desiderare qualcuno. Ecco qui si inserisce il problema dell’approccio, soprattutto premesso che io:
– sono poco sveglia. Anzi per nulla sveglia. Non capisco quando mi stanno facendo un complimento e ancora meno quando ci stanno provando. Quindi diciamocela: essere sbattuta al muro ha almeno il vantaggio di evitare le pippe mentali. O è sì o è no ma la domanda almeno si è capita
– ero più carina prima. Ora sono sovrappeso e la mia autostima, dopo anni di relazione da tenere in piedi con le proprie forze, è diminuita parecchio. Mettiamoci, come riflessione femminista, che le “armi” che usavo erano molto eteronormative. Insomma bastavano scollatura, autoreggenti, rossetto e mostrarmi disponibile. E qui arriviamo al punto tre.
– anni fa mettevo in scena una performance di “acchiappo” basata sul fatto che l’ommo è ommo  a me piaceva l’ommo. Insomma come dicevo: trucco, abbigliamento slutty e via col tango. Oggi non è più così. Non ho voglia di indossare la maschera della fatalona.
Il mio ultimo amore è nato grazie all’attrazione mentale, e ho scoperto che in generale questa è più forte, per me, dell’attrazione fisica. Del resto è capitato più volte che io mollassi il bonazzo di turno al tavolo da solo perché aveva detto una castroneria.
Seriamente, mi alzavo e me ne andavo.
Oggi ho scoperto di essere pansessuale, e di poter essere attratta da un Jason Momoa come da un Alan Cumming. E qualche volta pure da una Archie Panjabi. Spero si siano capiti i range estetici. Insomma tipi differenti, perché alla fine quello che può fare una buona dialettica e un sopracciglio alzato, un bel sorriso, non può farlo l’addominale da surfista vitaminizzato australiano.
Né ho voglia di tornare nel vortice della bulimia per inseguire un ideale anatomico. Io ho la panza, il mio ex aveva la panza e mi piaceva tantissimo fisicamente. I miei parametri sono cambiati, e ora ragiono sul cambiare anche la performance di avvicinamento.

Ma qui arrivano i guai. Ed è qui che capisco il cervello pigro che dice “lasciamo che gli uomini ci molestino per corteggiarci”, perché è semplice. Orribile ma semplice.
Un meccanismo in cui sai anche come difenderti. Un meccanismo che fa cacare, ma che conosci, lo sai gestire. La più basilare Sindrome di Stoccolma.
Molto più difficile porsi i quesiti che mi sto ponendo io ultimamente, su avvicinamento, consenso, performance erotica e realtà.

Insomma, la libertà di importunare è davvero necessaria alla libertà sessuale? O si può avere una libertà sessuale anche chiedendo “per favore”, anche ritraendosi quando qualcun* ci rifiuta???
Perché a me sembra che questa fantomatica libertà sessuale poi si riduca alla libertà di fare le ritrose, alla libertà sessuale della donna entro alcuni limiti di galateo. Tu ci provi io ti dico di no una due tre volte poi cedo (perché la donna dice NO ma intende Sì, la vecchia stronzata) e questa è libertà sessuale??? Per me libertà sessuale è andare da uno/una e chiedere “ti va di scopare?”. O un po’ più delicato, vogliamo dire “scusa se sono forse inopportun* ma mi piaci molto”? Che ne so, parlare, inventare nuovi modi, chiarirsi bene prima.
Anche semplicemente chiedere all’altr* se apprezzerebbe questo/quest’altro…

CI VUOLE TANTO???

Perché mi devi importunare, perché devo importunare te? Perché devo accettare di essere un oggetto sessuale invece di diventare soggetto e provarci io?

Dare per scontato che il gioco della seduzione sia “uomo cacciatore”/”donna preda” non è limitante? E non è su questo che si basa l’assunto per cui senza poter importunare non ci sarebbe corteggiamento?
Non potremmo prendercela semplicemente più serena, parlare di più, goderci quel momento in cui non sappiamo come andrà a finire? Invece di immaginare lo svolgimento come nei film, in cui due entrano in casa baciandosi e nel frattempo si spogliano e nessuno cade, nessuno dà una capata alla mensola, lui entra in una casa mai vista e sa già dove dirigersi??? (questa cosa l’ho sempre trovata inquietantissima). L’incontro che finisce con i due sudati che tra l’altro hanno anche avuto un orgasmo in contemporanea e tutto è andato perfettamente come se si conoscessero da decenni. Il giorno dopo lei con la camicia di lui, lui a torso nudo perché la camicia ce l’ha lei.
Quelle cene in cui nessuno si mbriaca nessuno ha il prezzemolo tra gli incisivi e tutti sono così falsi. Così. Tanto. Falsi. I primi appuntamenti con l’ansia da prestazione “dì qualcosa di intelligente dì qualcosa di intelligente” “IO UNA VOLTA HO VOMITATO” ma tutto finisce con un sorriso comprensivo MA MANCO PER IL CAZZO!!! Le serate rovinate sono rovinate per sempre, irrecuperabili, ma forse scoperete lo stesso e no, non sarà con quello scambio di sguardi e lui che le sposta i capelli dalla fronte. NO, BASTA, REINVENTIAMOCI.

La realtà è fatta di approcci sbagliati, pacchi appoggiati mentre stai ballando, bellissimi ragazzi che ti dicono “cosa risponderesti se ti offrirei da bere?” o pensano che darti della “bocca da pompino” così, manco ci conosciamo, sia un complimento.

Perché forse le attrici francesi essendo appunto attrici francesi non hanno mai avuto lo zambrone che ti offre tre birre e quindi glielo devi prendere in bocca, o il fenomeno che lui è figo e quindi ha già deciso che tu lo vuoi. Forse il loro corteggiamento parte con l’invio di un bracciale di diamanti. No perché qui parte con l’invio di cazzi su Messenger. Sa, signora, nella vita vera. Quella in cui “essere importunate” può significare cacarsi sotto di tornare a casa sole.

Quella in cui il tizio che ti ruba un bacio magari ha la fiatella e magari è perfetto con l’alito profumato ma ti fa schifo perché vota Lega. Quella è la vita vera, signore eleganti della Francia borghese.

Vi racconto un approccio carino?
Un ragazzo che mi ha tirata per lo zainetto a forma di ranocchio, io gli grido contro “ohu checcazzo tiri?” e lui si scusa ma non voleva parlare con me, voleva parlare col ranocchio.
Uno che stavamo parlando, si avvicina il tipo che vende le rose lui dà un morso alle rose e poi mi bacia. Vi giuro che mi è successo davvero.

Vi racconto un approccio dimmerda? Da dove inizio?
Tipo quello che dopo mezz’ora di chiacchierata aveva già deciso che sarei andata a casa con lui e dice alla mia amica “tutto ok, vattene” e la mia amica “eh? Ma come ti stai vedendo?” e mi avvisa “vedi che questo è scemo mi ha detto di andarmene ma chi cazzo lo conosce?”
Tipo la miriade di compiaciutissimi appoggiatori di pacco.
Tipo i vari ti offro – da – bere – e quindi – ti allungo – le mani – MA IO TE LE SPEZZO LE MANI!

Il diritto di importunare.
Pensate quante volte mi è venuto in mente di scrivere a qualcuno e poi boh, magari do fastidio, magari è fidanzato e non è scritto da nessuna parte… e poi le ricerche, gli ingrandimenti delle foto “ma avrà l’anello, no? Dammi un segnale, che ne so un pallino in fronte come le donne indiane!”. Pesante, certo, ma segno di educazione a mio avviso. Che io già sono turda se non mi informo almeno sullo status relazionale poi le figure dimmerda a palate, eh! Fidanzate incazzatissime perché ho fatto una battuta sconcia al tipo sbagliato… no non mi conviene.
In questo devo dire che i social danno una mano perché uno lo scrive. Certo ci sono le situazioni con lei “impegnata” e lui no e il motivo è che lui fa il piacione con mezza Facebook. True story, ma che si può ribaltare di genere.
Chiaramente quelli sono i peggiori, morte a quelli.

Però seriamente, per concludere altrimenti sto qui due anni… dobbiamo reinventare il gioco seduttivo e dobbiamo reinventarlo partendo dal consenso. Partendo dall’idea che ognuno di noi ha uno spazio penetrabile o meno. Sì ok ho detto “penetrabile” ah ah. Ma era il verbo giusto.
Non possiamo continuare a pensare che senza la possibilità di essere importunate (e lì appunto bisognerebbe parlare del COME, perché una cosa sono le discoteche di Rimini Nord un’altra gli ambienti altolocati frequentati dalle signore attrici francesi) non ci sia corteggiamento, e magari dovremmo smettere di sognare il corteggiamento in cui lui fa una follia e noi caschiamo come pere mature perché oh, è così romantico si è introdotto nella nostra casa riempiendola di rose rosse e facendomi trovare un’orchestra con gli strumenti blu… (cit.). E diamine è così romantico mica te lo vuoi far scappare!!!

No no mica lo faccio scappare.
Lo denuncio.

 

Le identità altrui, il gender, gli schemi mentali

 

Io non ho mai capito per quale motivo alcune persone non riescano ad accettare le identità o gli orientamenti che non rientrano nei loro schemi mentali, perché sono sempre stata molto tranquilla nell’accettare il modo in cui le persone, soprattutto quelle che non influenzano la mia vita, vivono.
Certo se una persona mia amica, un giorno, dovesse dirmi che ha scoperto di essere omosessuale/asessuale/disforica cercherei di capire meglio questa che per me sarebbe una novità. A seconda del grado di confidenza con questa persona porrei dei quesiti, perché mi interessa e perché avrei bisogno di ridisegnare, nel mio cervello, la mia conoscenza nei suoi confronti.
Cercherei di capire come ci sia arrivato/a e come sta vivendo questa scoperta. Che non deve essere una passeggiata scoprirsi improvvisamente qualcun’altro.

Anni fa una mia amica lesbica baciò un uomo d’avanti a me. La cosa sconvolse entrambe e ne parlammo, in seguito abbiamo scherzato sulla cosa. Tempo dopo accadde con un’altra, tra l’altro ex della prima. E stavolta lei, piccina di corporatura, baciava un congolese grande e grosso.
Ridemmo il doppio, le chiesi come sia potuto accadere.
Quando si ha confidenza è così.

Tempo fa non capivo l’asessualità, perché non mi piaceva il modo in cui le associazioni che se ne occupano rispondevano ai giornalisti. Parlavano di società ipersessualizzata e loro risposta a questo atteggiamento, e mi sembrava una reazione forzatamente alternativa che non ha nulla a che fare con l’identità reale, mi sembrava fossero influenzati esattamente come quelli che sottostanno all’ipersessualizzazione.
Poi ho capito che questo era solo l’atteggiamento di alcune persone, e ci sono persone che, per tutta la vita o periodi, rifiutano il sesso. E va bene così. E non l’avrei mai capito se non avessi posto delle domande.
A me personalmente sembra assurdo, come tante altre abitudini umane tipo mettere il parmigiano ovunque, ma lo accetto perché l’ho imparato. Poi mica devo avere rapporti sessuali con tutti, avremo altri tipi di relazione in cui questa cosa non entrerà mai.

A monte però non avrei mai rifiutato una persona, o insultata, o non le avrei mai detto nella faccia che è malata. Non lo comprendo appieno come non comprendo chi ama il dolore, ma finché non mi tocca personalmente lo accetto. È la differenza tra capire e comprendere.

Questo perché quando una persona mi dice una cosa io tendo a crederci. Mi viene in mente una scena di “The invention of lying“, un film troppo sottovalutato scritto, diretto e interpretato da Ricky Gervais.
Nel mondo in cui questo film è ambientato gli esseri umani non hanno mai imparato a mentire. Un uomo, un giorno, scopre di saper mentire e per dimostrare la cosa agli amici, al bar, dice di chiamarsi con un altro nome, e loro lo salutano con quel nome.
Non hanno motivo di non fidarsi perché non conoscono la menzogna.

Allo stesso modo se una persona mi si presenta, appare non stereotipatamente uomo ma mi dice un nome maschile, io mi fido. Ma mi fiderei anche se mi dicesse di essere finlandese con la pelle ebano. Mi fiderei perché a me che cazzo cambia?

Qualche tempo fa feci la conoscenza con un attivista che si definisce “uomo trans, non binario”. E io gli chiesi per quale motivo, dopo aver definito se stesso come uomo, aggiungesse che non è binario. Perché a me il fatto che non fosse binario non tangeva affatto, quindi non avevo fatto il passo successivo: capire che non ragionano tutti come me, e che per molte persone il passing di un/una trans è fondamentale.
A me bastava che mi avesse detto di essere un uomo. Nemmeno mi interessava come fosse nato. Oggi sei questa persona, ti conosco oggi. Ciao Doug.
Ma evidentemente molti altri sarebbero stati confusi dalla mancanza di alcune caratteristiche che fanno scattare nella mente il riconoscimento, quindi era necessario specificare.

Credo sia pazzesco. Cioè seriamente, una persona si dovrebbe impegnare per far capire agli altri di che genere è? E poi, cosa vi cambia? Io se voglio conoscere una persona ci parlo, mica mi basta incasellarla in una gabbia precostruita!

Poi venitemi a dire che il genere non è performativo!

P.S.

Ho scritto questo post qualche settimana fa, e in questi giorni ho vissuto da osservatrice l’esperienza in cui una persona FtM si è sentita dire, da una femminista peraltro, che lei lo riconosceva come donna, nonostante lui abbia detto di essere transgender. Ecco, io non riesco davvero a capire. E mi sono sentita ferita per lui.

Però devo imparare, perché non si può plasmare il cervello altrui imponendo la ricostruzione di schemi, soprattutto in alcune generazioni.

Credo sia una mancanza di rispetto, ma devo imparare a comunicarlo.

Il cinema, il tribunale, cinque padri

La deposizione in tribunale è uno stratagemma utile nel cinema per far sì che il personaggio parli direttamente alla macchina da presa. Può così giustificare dei suoi comportamenti, difendersi, accusare, e usare un linguaggio del corpo che parli, consciamente o inconsciamente, direttamente al pubblico,  posizionato con la macchina da presa esattamente tra i banchi col pubblico fisico.

Dalla mia tesi magistrale ho estrapolato quattro scene ambientate in tribunale: in due di queste, provenienti da altrettanti film, i padri sono chiamati a difendere il loro diritto a esercitare la genitorialità; nelle altre due le figlie sono chiamate all’accusa, una del padre stesso e una di un innocente, plagiata dal padre.

KRAMER CONTRO KRAMER (1979)

Joanna, annullatasi per anni seguendo la carriera del marito, va via lasciando il figlio Billy con una lettera. Aveva sempre detto al marito Ted che avrebbe voluto ricominciare a lavorare e portare avanti la sua, di carriera, ma Ted non ha dato importanza alla cosa. Così Joanna esplode e va via.
Tornata dopo qualche tempo, con una carriera avviata, vorrebbe riprendere Billy con sè, e nonostante Ted se la stia cavando egregiamente (non aveva mai assolto ai suoi doveri genitoriali, la cura era totalmente nelle mani di Joanna, ma impara. Emblematiche sono le due scene della colazione) la madre sarebbe favorita dalla corte e il padre deve motivare la sua volontà di essere genitore e avere la custodia (Ted ha anche perso il suo lavoro per accudire il figlio, e accettato uno a minore gratificazione professionale).

La scena in cui Ted depone a suo favore è un piccolo trattato sul binarismo nella coppia. Lo trovate qui dal minuto 1:55 e questo è il testo centrale:

mia moglie non faceva che dirmi – perché una donna non può avere le stesse ambizioni di un uomo? [la guarda] Forse hai ragione, forse sono riuscito a capirlo. Ma per lo stesso principio io vorrei sapere: quale legge dice che una donna è un genitore migliore semplicemente in virtù del suo sesso? […] cos’è che fa un buon genitore? E qualcosa che ha a che fare con la costanza, con la pazienza, con l’ascoltarlo o col fingere di ascoltarlo […]? Io non so dov’è scritto il fatto che una donna ha l’esclusiva, il monopolio, e che un uomo difetta di certi sentimenti che ha una donna. […] Io non sono un genitore perfetto […] ma sono lì, […] abbiamo costruito una vita insieme, e ci vogliamo bene

Ted ha fatto gli stessi identici sacrifici che è portata a fare, ancora oggi, una madre lavoratrice. Suddividersi anzi moltiplicarsi, e sacrificare la carriera laddove essa portasse a sacrificare l’accudimento del figlio. Perde una posizione lavorativa acquisita negli anni con fatica, e questo comprometterebbe la possibilità di avere l’affidamento del figlio quindi accetta un lavoro altrove, imponendo di essere valutato durante i festeggiamenti per il Natale.

In tribunale vediamo Joanna affermare di guadagnare ormai molto più di quanto guadagni l’ex marito. Anche questo risulta una denuncia al sistema vigente, che costringe il caregiver alla perdita di benefici economici, quando invece ne avrebbe maggiore bisogno, dovendo sostenere uno o più minori

 MRS DOUBTFIRE (1993)

Anche Daniel si trova in tribunale a discutere la possibilità di avere la custodia condivisa con la moglie. Ma come sappiamo deve discutere anche qualcos’altro: la sua sanità mentale.
Si è travestito da anziana signora per poter stare vicino ai figli e ha così dimostrato di avere delle capacità di accudimento, ma questa farsa non è piaciuta alle autorità e in tribunale si difende così (qui il video in lingua originale):

In merito al mio comportamento, invoco l’infermità mentale. Perché da quando nacquero i miei figli, dall’istante in cui li ho guardati, io ero già pazzo di loro. Quando li ho presi in braccio ero già steso. Sono “prole dipendente”, signore, io li amo con tutto il mio cuore, e l’idea che mi si dica “non puoi vivere con loro, non puoi vederli ogni giorno”… sarebbe come dirmi “io ti tolgo l’aria” . Io non vivo senza l’aria, e non vivrei senza i miei figli. Io farei qualunque cosa, è un bisogno irrinunciabile, siamo una sola cosa, e loro sono tutto per me, hanno bisogno di me come io di loro. Perciò io la prego: non mi separi dai miei bambini.

Daniel è stato infantile e irresponsabile, ma per amore dei figli riesce a diventare la tata perfetta. Il tato. Un padre.

IL BUIO OLTRE LA SIEPE (1962)

In questo film troviamo uno dei padri più meravigliosi di sempre. Una storia ambientata nell’Alabama del 1932, quando il separatismo tra “bianchi” e “neri” era ancora molto forte e l’odio razziale era accentuato dalla crisi economica di cui si sentivano forti i contraccolpi.

Atticus Finch è un avvocato vedovo, padre di due figli. Atticus cresce i suoi figli con l’ausilio di una donna di servizio, che viene trattata come una di famiglia. Lui infatti crede molto ai diritti umani e alla giustizia.
La scena in tribunale stavolta chiama al banco un padre rozzo, razzista, ricattatore e violento. Non capiamo bene quanto violento e se approfitta anche sessualmente della figlia, ma lo intuiamo. Con lui la figlia con un evidente ritardo e incapacità di discernere la realtà, che viene costretta ad accusare un ragazzo innocente, di colore, di violenza sessuale e percosse.

La figlia di Bob ha infatti denunciato Tom Robinson (il negro). Dice di esser stata aggredita e stuprata da lui ma i segni sul corpo, prevalenti sulla parte destra del suo corpo, dimostrano l’impossibilità di un’aggressione subita da parte di Tom, che ha perso molti anni prima l’uso della mano sinistra. Bob invece è mancino, quindi più probabilmente è lui il vero aggressore, e su questo si basa la difesa di Atticus..

È soprattutto in tribunale che questi due padri si scontrano moralmente davanti ai nostri occhi: Atticus non giudica duramente e non attacca la figlia di Bob per l’accusa ignobile che sta rivolgendo a un innocente, cercando di coprire il padre ubriacone e violento. È sempre pacato e comprensivo, e lo spiega nell’arringa: quella di Mayella è solo il risultato di una profonda ignoranza, del suo profondo senso di colpa (per aver cercato di adescare un “negro”, azione giudicata al tempo non dignitosa) e della capacità che ha il padre nel circuirla, facendole fare ciò che lui vuole lei faccia.

La differenza di atteggiamento nei confronti dei figli è dimostrata dai gesti: Bob tira e mette a sedere la figlia, non la degna di uno sguardo, non ha tenerezza, solo sfida nei confronti di chi osi affrontarlo e contraddire la sua versione dei fatti. Quando Mayella grida in tribunale

e se voi signori, lustri e vestiti a festa non farete qualcosa contro quest’uomo allora siete un branco di vigliacchi […]

sembra quasi chiedere aiuto, come se sapessimo, noi spettatori insieme al pubblico tra i banchi, che non sta parlando di Tom (che non guarda in faccia, mentre lo indica come colpevole, anzi la faccia di lei è rivolta verso il padre, alla sua sinistra, il dito accusatore verso Tom, alla sua destra, costringendola ad una contorsione innaturale).

SHAMELESS (2011 – in corso)

In quest’ultimo esempio la figlia, Fiona, è in tribunale per richiedere di diventare tutore esclusivo dei fratelli, che ha accudito per anni, avendo due genitori incapaci: la madre, bipolare che non accenna a volersi curare, è andata via quando lei era adolescente e il più piccolo in fasce; il padre è ancora in casa con loro, ma rappresenta solo un peso. Nella sigla infatti lo troviamo svenuto in bagno, mentre il resto della famiglia cerca di attendere ai propri bisogni quotidiani.

Fiona ha un atteggiamento cinico nei confronti del padre per gran parte della serie,

Chip – Ti ha portata a sciare?
Fiona – No, io la neve so solo come spalarla dal viale, senza disturbare mio padre mentre ci dorme sopra!

(Ep 2x 12, Fiona interrotta)

fino a che non decide di eliminarlo dalla sua vita, definitivamente, e chiedere la custodia dei fratelli

Giudice – Signorina Gallagher, per quale motivo suo padre dovrebbe essere dichiarato incapace?

Fiona – Una volta vivevamo in macchina… lo zio Nick ci aveva cacciato. Non c’era nessun’altro che ci ospitasse. Lip, Ian ed io dormivamo di dietro quando Frank ha accostato… nel cuore della notte… vicino Halstead… mi ha detto di aspettarlo lì con i ragazzi, che tornava subito… avevo sei anni. Qualche ora dopo, siamo ancora seduti sul marciapiede e la fronte di Ian stava bruciando… piange, è isterico e io non so che cosa fare… così corro lungo la strada… Lip sotto un braccio, Ian sotto l’altro, cercando qualcuno che ci aiuti… era più facile trovare del crack piuttosto che un passaggio! All’ospedale arriviamo a piedi…ci dicono che Ian ha la febbre alta a 40…altre due ore e…chissà. Non ho trovato Frank per altri due giorni…la prima cosa che mi ha chiesto è quanti soldi avevo con me. Vorrei poter dire che è stata l’unica volta… ma era solo la prima. Mia madre è bipolare e mio padre è un alcolizzato e un drogato. Prende quello che vuole e non dà niente in cambio. Niente soldi e nemmeno aiuto. Ho fatto quello che potevo per crescere i miei fratelli…avrei voluto fare di più…non voglio la vostra pietà, neanche l’ammirazione…voglio soltanto poter dare a questi ragazzi quello che si meritano, perché sono dei bravi ragazzi e si meritano il meglio!

( Ep 3×07, Si torna a casa)

Fiona vuole figurare come responsabile dei fratelli davanti alla legge, così da non dover sottostare più al padre, ma il giudice non ritiene giusto che lei si sobbarchi le responsabilità legali dei fratelli. In una discussione col padre viene fuori la natura possessiva di Frank, lei gli rammenta che non gli è mai importato dei suoi figli e lui ripete che sono suoi,

non so che sarei se non fossi un padre, non sarei niente

Essere padre lo legittima come persona, sa di non aver combinato assolutamente nulla di buono nella vita, ma ha procreato sei figli e anche se le loro vittorie non vantano il suo supporto, sono qualcosa che lo definisce. Frank non ha la minima considerazione di cosa sia giusto, sbagliato, meritato o meno, lui ha solo diritti senza doveri, e se ottiene qualcosa è grazie ad un suo merito, anche se nessuno sa quale esso sia.

L’atteggiamento non giudicante, la tratta, le operatrici

Mi è capitato, ultimamente, di parlare con molte persone che si occupano di centri anti violenza. Mi è sembrato che alcune di queste, pur collegandosi alla rete Non una di meno, non abbiano chiara la natura sex positive del movimento.

Questo mi dispiace perché intravedo, in alcune operatrici, anche del buonsenso. Ma la tara culturale è pesante e grava anche sui buoni pensieri.

NON GIUDICANTE.

L’attività delle operatrici deve essere non giudicante. Non bisogna dare un giudizio sulla donna che non denuncia o che non lascia il compagno/marito violento, non bisogna avere giudizi sul fatto in sé di vendere servizi sessuali. Che si sia schiave o libere.
Anzi direi che il “non giudicante”, per le schiave, grava ancora di più che sulle libere, perché devono aggiungere all’odio verso lo schiavista e verso i clienti l’odio verso se stesse. Perché devono lasciarsi alle spalle un brutto periodo senza sentirsi sporche. Io so quanto ci si possa odiare, più di quanto si riesca ad odiare il mostro di turno. Con noi stesse dobbiamo vivere per sempre, fino alla morte.

Allora come può, una persona che ci deve stare a contatto, essere convinta di qualcosa del tipo “come puoi pensare che il sesso possa essere un lavoro?” (frase detta davvero). Questo è, anche se in buona fede, essere fuori dalla realtà.
I comici li paghiamo, paghiamo gli attori e i musicisti. Anzi ci battiamo affinché vengano riconosciuti come lavoratori. Il sesso è un’emozione esattamente come il riso e il pianto. Il sesso è un lavoro. Produrre film porno e vibratori è un lavoro.
Come lavoro va rispettato e vanno tutelat* i/le lavoratori/trici del sesso. Sia condannando lo schiavismo sia fornendo leggi giuste agli/lle operatori/trici liber*.
Ce lo chiedono loro. E se fossimo davvero non giudicanti l* ascolteremmo con empatia, e non con pietismo come troppo spesso accade.

Sta girando questo video, di una donna molto attiva e per carità, stimabile per la sua attività. Ma ascoltate bene le sue parole. Vi sembra “non giudicante”?
A me sembra banalizzante.
Il motivo per cui gli uomini vanno con le prostitute, fregandosene del fatto che siano schiave, a volte fregandosene o imbrogliando se stessi sul fatto che quelle donne stiano lavorando e non siano innamorate di loro, non può essere banalizzato se vuol essere risolto, superato.

Esiste un problema, se tanti uomini vanno con donne che non hanno la possibilità di farsi una doccia, che sicuramente sono schiave, che stanno ore per strada? Certo che c’è.
Ma è banalizzando che lo risolveremo?
Crediamo davvero che il mondo sia un posto sex positive, libero e senza le frustrazioni indotte da millenni di cultura sessuofoba, solo perché “non siamo più negli anni ’50”?

Recuperiamo gli uomini violenti ma condanniamo gli uomini che pagano le prostitute, mettendoli in un unico calderone di frustrati e oppressori?

Crediamo davvero che una cultura si sradichi così velocemente?
Non siamo più negli anni ’50, ma ancora esiste “troia” come insulto. Quindi in che mondo vivete?

Uomini che odiano le donne Ep 1: Cesare

Il magnifico e mai troppo compianto Stieg Larsson non me ne vorrà se intitolo in questo modo una serie di rapporti che intendo stilare sul mio blog.

Si tratterà di commenti di uomini che evidenziano in modo chiarissimo il loro disprezzo nei confronti delle donne.
Puntata 1: Cesare.

Si parlava delle condizioni pessime che l’esagerato e incontrollato numero di obiettori ha imposto alle donne che desiderano interrompere una gravidanza. Puntuale come la diarrea dopo una cena al messicano arriva l’esponente del Movimento nazionale per la sovranità che, come buona parte dei nazionalisti, non sa scrivere nella lingua elettiva della nazione che intende difendere (da chi non si è ben capito. No, bugia, si è capito.)

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Ah già, gli invasori.
Ma andiamo a vedere quanto ne sa costui degli anticoncezionali: LE DONNE non hanno scoperto preservativo eccetera? LE DONNE. Perché da sole si ingravidano queste.

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UNA DONNA, NATA PER DONARE LA VITA…

E poi diciamolo, io infarcisco di cazzi e ceppe il mio parlato perché mi diverto troppo quando mi fanno queste battute sul quanto mi piaccia o quanti io ne abbia presi. Non sapendo controbattere argomentando si incagliano sulla volgarità, che nel mio caso non nasce mai come offesa gratuita, fateci caso.

Sempre profonda stima, a tal proposito, nei confronti di Sofia Vergara, che, dopo aver letto il tweet che recita “quando parla sembra avere un cazzo in bocca”, risponde:
“COSA C’È DI SBAGLIATO NELL’AVERE UN CAZZO IN BOCCA?”

 

Cosa c’è di sbagliato?

Ma certo, questi difensori della patria ovviamente intendono controllare la nostra capacità riproduttiva (considerata un obbligo, a quanto pare) perché è necessario riempire i grembi di italici feti.

Che ridere.

 

Oltre il “farsi avanti”: Per un femminismo del 99% e uno sciopero internazionale e militante l’8 Marzo

Non una di meno

di Linda Martín Alcoff, Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya, Angela Davis, Nancy Fraser, Keeanga-Yamahtta Taylor, Rasmea Yousef Odeh

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Le immense manifestazioni di donne del 21 Gennaio possono rappresentare l’inizio di una nuova ondata di lotte femministe militanti. Ma quale sarà esattamente il loro obiettivo? Dal nostro punto di vista, non è sufficiente opporsi a Trump e alle sue politiche aggressivamente misogine, omofobiche, transfobiche e razziste; bisogna anche rispondere agli attacchi del neoliberismo progressista allo stato sociale e ai diritti del lavoro. Mentre la misoginia spudorata di Trump ha rappresentato la miccia per la risposta massiccia del 21 Gennaio, l’attacco alle donne (e a tutti i lavoratori) è di gran lunga precedente alla sua amministrazione. Le condizioni di vita delle donne, specialmente quelle delle donne di colore e lavoratrici, disoccupate e migranti, sono state costantemente deteriorate negli ultimi 30 anni, a causa della finanziarizzazione e della globalizzazione capitalista. Il femminismo del “farsi…

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