David Lynch digerisce male la sera

Ho fatto un sogno tre notti fa che in mano alla persona giusta diventerebbe parte di un capolavoro cinematografico. Ho proprio sognato inquadrature e tagli, era perfetto.
Stavo guardando un film. Nel sogno. Non ricordo bene la trama ma parlava di un figlio scapestrato e di una madre disperata in sedia a rotelle, che lui non aiutava mai e anzi doveva pure attendere alle faccende domestiche e cucinare altrimenti lui gridava.
Insomma c’era questa scena in cui lui scappa via e questa ripresa (nella mia immaginazione bellissima) dall’alto, in cui si vedeva lui che si tuffava in mare da una rientranza, non ricordo se una specie di conca, con scogli non lo so, tipo una casa costruita sulla falesia con le scale che finiscono direttamente in mare. Da quelle scale la madre con la sedia a rotelle scende rovinosamente, entra in acqua e la macchina da presa della mia malattia mentale scende in acqua a riprenderla sempre da lontano. Passa anche il ragazzo, nuotando, due pesci, poi il campo si restringe sul volto quasi senza vita della madre (domanda: era mica legata alla sedia? Non galleggia il corpo se cade con la carrozzina in mare?), colori freddi, occhi spalancati e bocca semichiusa.

ERO IO.

Mentre mi gela il sangue (alla me del sogno che sta guardando il film) la madre/io inizia ad accennare No Potho reposare con un fil di voce rauca.

Mi sveglio.

Ora che ci rifletto mi sa che ero io a cantare nel sonno e mi sono svegliata sentendo la voce.
E vabbeh.


		

Le identità altrui, il gender, gli schemi mentali

 

Io non ho mai capito per quale motivo alcune persone non riescano ad accettare le identità o gli orientamenti che non rientrano nei loro schemi mentali, perché sono sempre stata molto tranquilla nell’accettare il modo in cui le persone, soprattutto quelle che non influenzano la mia vita, vivono.
Certo se una persona mia amica, un giorno, dovesse dirmi che ha scoperto di essere omosessuale/asessuale/disforica cercherei di capire meglio questa che per me sarebbe una novità. A seconda del grado di confidenza con questa persona porrei dei quesiti, perché mi interessa e perché avrei bisogno di ridisegnare, nel mio cervello, la mia conoscenza nei suoi confronti.
Cercherei di capire come ci sia arrivato/a e come sta vivendo questa scoperta. Che non deve essere una passeggiata scoprirsi improvvisamente qualcun’altro.

Anni fa una mia amica lesbica baciò un uomo d’avanti a me. La cosa sconvolse entrambe e ne parlammo, in seguito abbiamo scherzato sulla cosa. Tempo dopo accadde con un’altra, tra l’altro ex della prima. E stavolta lei, piccina di corporatura, baciava un congolese grande e grosso.
Ridemmo il doppio, le chiesi come sia potuto accadere.
Quando si ha confidenza è così.

Tempo fa non capivo l’asessualità, perché non mi piaceva il modo in cui le associazioni che se ne occupano rispondevano ai giornalisti. Parlavano di società ipersessualizzata e loro risposta a questo atteggiamento, e mi sembrava una reazione forzatamente alternativa che non ha nulla a che fare con l’identità reale, mi sembrava fossero influenzati esattamente come quelli che sottostanno all’ipersessualizzazione.
Poi ho capito che questo era solo l’atteggiamento di alcune persone, e ci sono persone che, per tutta la vita o periodi, rifiutano il sesso. E va bene così. E non l’avrei mai capito se non avessi posto delle domande.
A me personalmente sembra assurdo, come tante altre abitudini umane tipo mettere il parmigiano ovunque, ma lo accetto perché l’ho imparato. Poi mica devo avere rapporti sessuali con tutti, avremo altri tipi di relazione in cui questa cosa non entrerà mai.

A monte però non avrei mai rifiutato una persona, o insultata, o non le avrei mai detto nella faccia che è malata. Non lo comprendo appieno come non comprendo chi ama il dolore, ma finché non mi tocca personalmente lo accetto. È la differenza tra capire e comprendere.

Questo perché quando una persona mi dice una cosa io tendo a crederci. Mi viene in mente una scena di “The invention of lying“, un film troppo sottovalutato scritto, diretto e interpretato da Ricky Gervais.
Nel mondo in cui questo film è ambientato gli esseri umani non hanno mai imparato a mentire. Un uomo, un giorno, scopre di saper mentire e per dimostrare la cosa agli amici, al bar, dice di chiamarsi con un altro nome, e loro lo salutano con quel nome.
Non hanno motivo di non fidarsi perché non conoscono la menzogna.

Allo stesso modo se una persona mi si presenta, appare non stereotipatamente uomo ma mi dice un nome maschile, io mi fido. Ma mi fiderei anche se mi dicesse di essere finlandese con la pelle ebano. Mi fiderei perché a me che cazzo cambia?

Qualche tempo fa feci la conoscenza con un attivista che si definisce “uomo trans, non binario”. E io gli chiesi per quale motivo, dopo aver definito se stesso come uomo, aggiungesse che non è binario. Perché a me il fatto che non fosse binario non tangeva affatto, quindi non avevo fatto il passo successivo: capire che non ragionano tutti come me, e che per molte persone il passing di un/una trans è fondamentale.
A me bastava che mi avesse detto di essere un uomo. Nemmeno mi interessava come fosse nato. Oggi sei questa persona, ti conosco oggi. Ciao Doug.
Ma evidentemente molti altri sarebbero stati confusi dalla mancanza di alcune caratteristiche che fanno scattare nella mente il riconoscimento, quindi era necessario specificare.

Credo sia pazzesco. Cioè seriamente, una persona si dovrebbe impegnare per far capire agli altri di che genere è? E poi, cosa vi cambia? Io se voglio conoscere una persona ci parlo, mica mi basta incasellarla in una gabbia precostruita!

Poi venitemi a dire che il genere non è performativo!

P.S.

Ho scritto questo post qualche settimana fa, e in questi giorni ho vissuto da osservatrice l’esperienza in cui una persona FtM si è sentita dire, da una femminista peraltro, che lei lo riconosceva come donna, nonostante lui abbia detto di essere transgender. Ecco, io non riesco davvero a capire. E mi sono sentita ferita per lui.

Però devo imparare, perché non si può plasmare il cervello altrui imponendo la ricostruzione di schemi, soprattutto in alcune generazioni.

Credo sia una mancanza di rispetto, ma devo imparare a comunicarlo.

Né dritta in piedi né piegata

Ero una ragazza incomprensibile, difficile, ingovernabile. Alcuni dicono ancora “aggressiva”, quelli che vogliono prevaricarmi, generalmente. Ero sincera fino al midollo, e attenta, riflessiva.
Una grandissima “testa di ghianda”. Dura, durissima. Pensate che pretendevo mi si spiegasse per quale motivo avrei dovuto fare determinate cose come stare seduta composta, non alzare mai la voce nemmeno quando mi stavo divertendo, non sporcarmi, non sudare. Non contraddire.
Ero uguale a come sono oggi, ma credevo di essere sbagliata. Continua a leggere…

La campagna H & M e le femministe perbeniste

Essere femminista è difficile.

Perché bisogna rendersi conto che esistono tanti femminismi altrettanto validi rispetto a quello cui apparteniamo noi, perché bisogna a volte intrecciare le correnti per trovare la propria. Perché si cade troppo spesso nell’errore di voler definire cosa sia, oggettivamente, il VERO femminismo e perché non si fa sufficiente autocritica.
Troppo spesso non riusciamo ad analizzare quanto stiamo giudicando con strumenti patriarcali ciò che vorremmo ribaltare e invece lasciamo com’è, perché non capiamo che il nostro gusto, i nostri punti di vista, sono costruiti sulla base di grammatiche maschiliste. Quindi binariste, paternaliste e via discorrendo. Non tutte capiscono ( io opero grandi sforzi per riuscirci, facendo spesso violenza su me stessa e contraddicendomi, cercando di essere più brava oggi di quanto lo fossi ieri, non fermandomi mai) di dover compiere un lungo percorso teorico dentro di sé prima di darsi alla pratica.

Faccio l’esempio di questa campagna di H & M, in cui si vedono donne di molte tipologie, fisici differenti e personalità differenti. Abbiamo l’androgina; la sovrappeso; la donna dall’ascella pelosa; l’esuberante, figa ma un po’ rozza; la CEO che arriva sicura di sé in riunione; la sfacciata che ti guarda negli occhi; la maschiaccia; la transessuale; la bambolina dallo sguardo dolce, la stanca morta che si svacca in metropolitana (ha la gonna lunga); la donna matura che si annoia a una festa; la mattacchiona che balla senza sforzarsi di apparire sexy; quella che si rilassa in hotel scofanandosi delle patatine fritte; la coppia di lesbiche dai capelli uguali che si bacia in piscina.

Donne, persone. Perfettamente normali, certo truccate, molto belle in viso (stiamo pur sempre parlando di moda), ma piuttosto variopinte. Non sono pezzetti di corpo, sono intere, hanno un volto e guardano la telecamera. Hanno una personalità.
Ma alle femministe di non ho capito quale tipo questo non va (attenzione, si tratta di persone che scrivono su testate diffuse):

cattura

COMPORTAMENTI INUTILMENTE FUORI DALLE RIGHE.
Una ragazza che si allunga sul sedile in metropolitana ed una che si toglie qualcosa dai denti in un ristorante. Non ci toglieremo mai dalla mente i consigli della brava signorina, eh?

“Essere sicura di sé non vuol dire fare quelle azioni che la signora ha descritto”. E dove stanno scritte queste regole universali?

Io penso che l’essere sicura di sé si trasmette in molti modi, e che le donne sono tante e ovviamente tutte differenti, quindi possono anche essere delle “cafonazze”. Ammesso che quei comportamenti siano deprecabili anche quando attuati da uomini, perché io ho l’impressione che non vi accorgiate nemmeno di quando e quanto alcuni uomini siano ben più “diseducati” di così. Ho l’impressione che la donna che esce dall’etichetta faccia sempre scalpore, quindi ben venga mostrare qualche piccolo “disordine” quotidiano.

Fermo restando che quella è una pubblicità, deve ovviamente essere riassuntiva e quindi mostrare le cose in un modo un po’ eccessivo. Ma per capire questo bisognerebbe conoscere i codici, le grammatiche di determinati mezzi di comunicazione.

E alla gente piace parlare senza capire un cazzo.

Alimentiamo uno stereotipo: la mia borsa

(1 Dicembre 2014, dal vecchio blog)

La borsa che uso da qualche mese, per quanto carina, non è più sufficiente a contenere tutto quello che mi serve stando la giornata intera fuori casa, ed è poco sicura per come è posizionata la cerniera. Quindi cambio, torno alla mia fidata Carpisa in pelle nera, che fa un po’ sciura ma chissene.

Avrei voluto fare uno di quei video “Cosa c’è nella mia borsa” ma come qualcuno già saprà sono rimasta senza macchinetta. Me l’hanno ciulata, Anche per questo cambio borsa. Sarebbe venuta fuori una cosa simpatica visto che nella suddetta erano conservati:

– vari scontrini. Non di cose importanti che ti può capitare di dover cambiare, no: frutta, oggetti del cinese e caffé

– vari stick di burrocacao, tutti iniziati e mai finiti

– due penne viola, una delle Winx, formato pocket

– un evidenziatore ed una matita con la mina sottile, formato pocket

– due tubetti piccoli di crema per le mani

– un cilindretto di gomma bianco, che credo esser stata un tempo la gommina sul retro di una matita a mina

–  agenda Smemo piccola

– agendina piccola (questa proprio inutile)

– toh, un’altra penna!

– abbonamenti scaduti del treno

– fazzoletti usati

– carta delle M & M’s

– portafogli

– campioncini vari: olio per capelli, crema corpo, detergente viso…(??? Perché???)

– un mascara

– pochette con: salviette, medicinali di emergenza, cerotti, spille da balia, deodorante piccolo di emergenza, amuchina, gocce per gli occhi, campioncino di crema lenitiva, matita beige per occhi, tagliaunghie, correttore stick, matitone labbra, cipria, kabuki, polvere multicolor, fondotinta compatto, un altro burrocacao stavolta al gusto gianduia. due specchietti: uno da giorno ed uno da notte ovvero con le lucine

– piccola pochette con medicinali quotidiani (gli altri erano di emergenza)

– piccolo contenitore per chiavette USB, plettri, antenna wireless

– adattatore RCA – jack

– una presa tripla

– fermaglietti, mollette

– un’altra chiavetta USB

– una Mentos. Alla fragola.

– assorbenti

– un lucidalabbra di Claire’s orribile ma a forma di Cupcake

– un porta biglietti da visita in alluminio

– un gruppo di piccoli alieni che hanno fondato una religione su di me elevando a testo sacro l’agendina degli appunti di cui sopra.

– una palette di Essence con colori base

– Anacardi tostati e salati. E sfusi.

– un piccolo manuale di accordi e diteggiatura per Ukulele, comprato a Londra

– vari biglietti da visita ed un cd di installazione di non so cosa

Ok, finito.

 

Incontri molesti sul treno. Numero ennesimo.

(21 Luglio 2014, dal vecchio blog)

Stamattina, ore 8, Intercity da Lecce.

Io sul sedile vicino al corridoio, due omini uno di fronte all’altro dal lato finestrino, una ragazza di fronte a me, sedile centrale, che chiameremo per convenzione Giada.

Omini che parlano soprattutto uno. Parla tanto tanto, dei cazzi suoi, dei cazzi dell’amico, parla al telefono e quando l’amico esaurisce gli argomenti lui canta.

Tra le altre cose, si strappa due – tre volte pezzi di unghia…pelle morta, non so, dall’alluce. Con le mani. Con le quali tocca i sedili  – eh ma son puliti i treni oggi, eh? – (seh, ERANO!)

Arriva l’omino che aveva prenotato il sedile occupato dall’amico di Alluce secco e Amico si alza, si siede di fronte a me.

Ora ci sono Alluce secco, Giada e Amico, seduto uno di fianco all’altro.

Smette Alluce secco di parlare? NO.

Urla nell’orecchio di Giada cose che, crede, arriveranno all’orecchio di Amico prima o poi.

Giada si alza dicendo dai-mi-metto-di-fronte-così-parlate

Alluce secco si innervosisce – LE STAREMO MICA DANDO FASTIDIO…- (senza interrogativo, così, senza alcun dubbio)

Giada – no, solo volevo stare un po’ tranquilla ma prego, fate, mi metto qui

Alluce – ma che mica le stavamo dando fastidio – ( sempre affermazione) – stiamo solo parlando che non si può parlare?

Giada – no prego anzi guardi mi va di star tranquilla vado di là

Mentre Giada se ne va Alluce è attonito…non capisce come possano, i cazzi suoi e dell’Amico, non interessare Giada al punto da desiderare che le si urlino in un orecchio!

Mi guarda – è asociale la ragazza!

Io – beh guardi non credo sia obbligatorio essere sociali

Alluce non capisce – eh ma mi ha detto che stavo dando fastidio

Io – ma no, è che lei ha voglia di star tranquilla, se ne è andata, mi sembra tutto a posto

Alluce – no ma che rispetto è mi ha detto che…

Io – ma mica le ha detto di star zitto, solo che lei magari ha i cazzi suoi e voleva star tranquilla

Alluce – ma che modi sono che rispetto è…

Io – è stata molto educata e rispettosa, mi pare

Alluce – ma mi ha detto che …

Io – senta guardi ha rotto il cazzo anche a me si faccia due conti!

me ne vado.

Alluce grida – AH MA LEI NON CE L’HA, IL CAZZO

Io – come no, bello grosso, è nel comodino!

(“2Broke girls” rules)

Io ho una regola fondamentale : “non fare mai agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”

Se rompi le palle, prima o poi un cazzotto o un vaffanculo te lo pren

Commesse a percentuale. Molestie non gratis.

(1 giugno 2014, dal vecchio blog)

C’è questo negozio carino ad orario continuato con un sacco di offerte a Bari, se mi devo fermare tutto il giorno spesso ci entro a dare una sbirciata. L’unica pecca è la presenza di queste commesse dalla voce stridula che ti tampinano, ti fanno gli agguati nascoste dietro lo stand della Pupa e ti sbucano fuori alla cassa per farti provare il profumo

C  – c’è questo in offerta

IO  – non uso profumi

C – questo è buono, alla rosa

IO – non uso profumi e comunque odio i fiori

C – allora questo? Al gelsomino!

IO – (minchia oh!) Non uso profumi, mi si spaccano le vene del naso

C – oppure questo, al muschio…lei cosa usa di solito?

IO – lavarmi. Uso lavarmi.

L’ultima volta c’era una tipa grassoccia truccata come Moira Orfei, orrenda, metteva il blush peggio di me.

C – se posso aiutarla…

IO – sì volevo sapere se di questa marca avete anche la protezione solare (indicando un tubetto di doposole)

C – no quello è un doposole

IO – sì volevo sapere se di questa marca avete anche la protezione solare

C – no quello non è in vendita lo regaliamo all’acquisto di un bagnoschiuma

IO – capisco, ma di questa (indicando) marca, questa qui, avete ANCHE la protezione solare?

C – no, quella non è la protezione solare!

‘NCHIA!

*contrazione di “Minchia”detta con la mandibola talmente stretta che la consonante labiale e la seguente vocale vengono elise nell’assunzione di un sorriso forzatamente cortese

La fobia verso i commessi dei negozi di cellulari. La commessideinegozidicellularifobia.

(8 Gennaio 2014, dal vecchio blog)

Ho acquistato il mio attuale telefono cellulare circa tre anni e mezzo fa. Ero di fretta, ho solo detto “Mi dia quello in vetrina da 39 euro” ho pagato e me ne sono andata.

Dopo tre anni e mezzo, mille cadute e calpestamenti, si è rotto.

Ma andare a comprare un telefono per me è sempre una tragedia.

Entro spaventata da cotanta tecnologia e sebbene io possa benissimo permettermi un discreto telefono accessoriato, richiedo sempre la stessa cosa: “un semplice telefono che telefona. E manda messaggi”

BONA.

Commesso del giorno: “Abbiamo questo che fa le foto le ritocca da solo e la più bella la mette come profilo di Facebook.

Questo invece riprende i momenti più belli della tua giornata, li manda su Youtube e ti mette pure già 50 Mi piace per farti diventare popolare.

Io “no, guardi, voglio un telefono, non mi interessano le foto e tantomeno i video”

C. d. g. “abbiamo questo che fa il caffè, tosta il pane e te lo imburra”

Io “no, davvero, voglio un telefono telefono, semplice.

C.d.g. “Guardi che la sveglia coi bacetti e le manda le rose al compleanno”

Io “mi fan schifo le rose, io ho da telefonare. Guardi se ne ha uno duraturo, resistente all’acqua…”

C. d. g. “Abbiamo questo subacqueo, con fiocina e traduttore simultaneo italiano – baleniese”

Io  ” senta, guardi, davvero, mi serve un telefono a tipo telefono”

C. d . g. “abbiamo questo che sostiene esami universitari al posto suo”

Io “senta…”

C.d.g. “con Phon, specchio specchio delle mie brame e spingi cuticole?”

Io “guardi…”

C.d.g. “Questo è bellissimo guardi, ti massaggia il collo mentre ti spiccia casa”

Io “ascolti…” (sembro Alberto Lupo con Mina)

C.d.g. frustrato, rivolgendosi alla collega “senti un po’ che vuole sta rompicoglioni!”

Collega “mi pare di capire che il problema sia il prezzo…abbiamo smartphone anche da 75 euro…certo, con lo schermo piccolo, non velocissimo, ma cosa pretende???”

Io “nulla, guardi, non me ne frega un cazzo dello smartphone. Di smart qui ci sono già io, le foto non le faccio, in internet ci sto il giusto e invece di farmi i cazzi degli altri e le selfie su Facebook mi leggo dei libri quando sono in treno. I videogiochi mi fan cagare. Facciamo così, mi dia quel Nokia da 40 euro e mi faccia 80 euro di ricarica.

Crepi l’avarizia.”

De la diversità

(4 Ottobre 2013, dal vecchio blog)

Mi han sempre dato della “maschiaccia”. Me ne sono sempre fregata. Pensassero ciò che vogliono, a me piaceva giocare nel giardino, col pallone coi pattini e con la terra. La Barbie l’avevo, ma mentre le altre riproducevano le storie che vedevano nei telefilm, io costruivo le casette in cartone, i mobili, i vestiti, ma poi le lasciavo lì.

Sono diventata una bella ragazza che nemmeno me ne sono accorta…fianchi larghi, fisico muscoloso, alta, viso carino ed una marea di capelli. Ma sempre una maschiaccia ed invece di parlottare con le ragazze di vestiti, scarpe, trucchi e ragazzi me ne stavo coi maschi a dire stupidate, ascoltare musica e fare scherzi alla gente anziana (non si fa, eh?).

Quindi da “maschiaccia” passai a “zoccola”. Il motivo non lo avevo mai capito, ma fu così, per gli altri. Io stavo con i ragazzi che piacevano a loro, con cui loro si vergognavano di stare, per cui, io ero zoccola.

(dovete sapere, voi polentoni, che per la gente del sud ZOCCOLA è un po’ un termine passe par tout)

Non mi sono mai riconosciuta nel pensiero comune della gente del sud, o se vogliamo generalizzare con la parte di Italia più conformista, con i canoni di genere imposti alle donne, con la tradizione e la normalità.

Figuriamoci se mi ci riconoscerò oggi, a 34 anni suonati, e tanta vita vissuta fuori di qui, dove io non sono affatto né troppo sfacciata né troppo aggressiva, ma solo UNA DONNA FORTE.

Per questo motivo ho una certa attitudine a difendere qualunque diversità. E odio profondamente tutto ciò che viene difeso come normale, come “le cose stanno così perché son sempre state così”

Ma a questo si aggiunge una conoscenza del mondo (spesso, ahimé, superiore alla conoscenza media della gente che frequento) e uno studio approfondito di tematiche storico-sociali.

Così mi trovo a ricordare spesso alla gente che la tanto decantata “famiglia tradizionale” non esiste. Non è mai esistita. Nel regno animale come in quello del di poco più evoluto homo smartphone.

I pinguini covano l’uovo a turno, perché si bela dal freddo lì da loro e la necessità ha portato alla monogamia e ad una “gravidanza” condivisa. (chiaramente non è gravidanza, covano l’uovo, ma poiché stanno immobili con la pancia intorno all’uovo, e ne covano uno alla volta, non cambia poi molto).

Gli esseri umani, fino alla generazione che ha visto la seconda guerra mondiale, era praticamente di stampo matriarcale. Le donne stavano a casa e i maschi a lavorare. In famiglia c’erano nonni, zie zitelle o vedove e parenti prossimi. Questo era TRADIZIONALE. Con la famiglia nucleare, nel secondo dopoguerra, nascono nuove comunità attorno al CONDOMINIO. Perché sfido chiunque sia cresciuto negli anni ’80 al sud a dire che il proprio nucleo familiare si racchiudesse nel Papà e Mammà! La vicina aveva fatto la focaccia, un’altra aveva la frutta in esubero in campagna (è ancora così da me, evviva la cotognata con le mele regalate!), la dirimpettaia che faceva le punture e il signore del piano di sopra che conosceva le tecniche di primo soccorso. Le mamme del mio condominio si badavano i figli a turno, quando c’era un problema.

E questa comunità è FAMIGLIA. Per nulla nucleare ma parecchio TRADIZIONALE.

E poi ci sono le famiglie di giovani lavoratori, di giovani studenti. Di donne e uomini che si son ritrovati soli ad una età in cui pesa ricominciare.

Ci sono le Urban tribes, nuove comunità studiate da Ethan Watters in un interessante libro.

Ci sono le coppie senza figli, quelle con tanti cani e quelle con tanti amici.

E questo a prescindere che tra loro ci siano o meno rapporti sessuali, che si riconoscano o meno in una minoranza (“minoranza” poiché non riconosciuta dalla mentalità comune e discriminata) che siano dello stesso genere di nascita o dello stesso paese di nascita.

O meno.

Palla against le mamme isteriche

(14 Agosto 2013, dal vecchio blog)

(Palla è la mia parte infantile, ndr)

La sera di San Lorenzo sono andata a sentire Ominostrano con uno dei suoi gruppi in una bellissima festa kitsch: Natale d’Agosto. In un parco avevano ricreato uno di quei giardini eccessivamente decorati con luminarie con le quali le famiglie americane ricche e grasse fanno le gare coi vicini.

Avete presente quelle enormi renne e angioletti completamente fatti di luci? E poi c’era anche una capanna a dimensione naturale che fungeva da palco. E di tanto in tanto nevicava schiuma. Una roba allucinante soprattutto considerando che il cantante che si esibiva era un sosia di Elvis. Quindi il massimo del trash.

Fantastico.

Io amo questi eccessi.

Ad ogni modo.

C’era la trucca-bimbi.

Per la precisione era per tutti, il cartellone diceva “Trucca-bimbi e facce horror per adulti”  qualcosa del genere.

Io volevo essere truccata, così da risultare a tono con l’ambiente, per il quale ero davvero troppo NORMALE!!!

Così mi sono messa in fila, col portafoglio in mano (si dava una offerta libera ma volevo far capire che avrei pagato, che ero in fila per essere truccata).

Ho anche chiesto a qualcuno di cambiarmi dieci euro in due da cinque, così da far capire che avrei pagato ben cinque euro!!!

(al contrario delle isteriche che han dato 50 striminziti centesimi per ogni fastidioso fanciullo)

La scena era del tipo “Vorrei ma non posso” tipica delle donne mestruate for ever sposate troppo presto, o che avrebbero voluto far la fila loro per farsi truccare, ma si vergognavano. Così sfogavano le loro frustrazioni facendo litigare i loro pargoli per la fila. “Stai attento che perdi il posto! Non ti far scavalcare!”

Io chiaramente mi sono fatta placidamente scavalcare dal prodotto di questi uteri nervosi.

Dopo una mezz’oretta e dopo essermi fatta scavalcare da 4-5 dolcissimi cuccioli di Tirannosaurus rex con il ghigno soddisfatto delle loro matrici che mi guardavano cercando di capire per quale orrendo mucchietto d’ossa (si sa i loro figli sono i più belli) io stessi facendo la fila, ho azzardato una domanda alla ragazza:

“Senti scusa, dopo aver fatto i bimbi hai un minuto per truccare me?”

SILENZIO DA PRE-DISGRAZIA ANNUNCIATA

Una decina di avvoltoi impazziti con la messa in piega perfetta mi guardano sconvolti:

CI SONO PRIMA I BAMBINI!!!!!!!

” Ma infatti ho detto dopo, dopo i bambini…”

CI SONO PRIMA I BAMBINI !!!!!!

“Ma io mi sono messa in fila”

CI SONO PRIMA I BAMBINI !!!!!!!!!!!!!!!!!

” Va bene, scusate, buona serata”

Una bimba mi si avvicina e mi chiede:

” che trucco horror ti volevi fare?”

Ci ho pensato un po’ (io veramente volevo la farfalla…) ho guardato le produttrici di candide creature ed ho risposto indicando col mento:

“come quella signora lì”