Le identità altrui, il gender, gli schemi mentali

 

Io non ho mai capito per quale motivo alcune persone non riescano ad accettare le identità o gli orientamenti che non rientrano nei loro schemi mentali, perché sono sempre stata molto tranquilla nell’accettare il modo in cui le persone, soprattutto quelle che non influenzano la mia vita, vivono.
Certo se una persona mia amica, un giorno, dovesse dirmi che ha scoperto di essere omosessuale/asessuale/disforica cercherei di capire meglio questa che per me sarebbe una novità. A seconda del grado di confidenza con questa persona porrei dei quesiti, perché mi interessa e perché avrei bisogno di ridisegnare, nel mio cervello, la mia conoscenza nei suoi confronti.
Cercherei di capire come ci sia arrivato/a e come sta vivendo questa scoperta. Che non deve essere una passeggiata scoprirsi improvvisamente qualcun’altro.

Anni fa una mia amica lesbica baciò un uomo d’avanti a me. La cosa sconvolse entrambe e ne parlammo, in seguito abbiamo scherzato sulla cosa. Tempo dopo accadde con un’altra, tra l’altro ex della prima. E stavolta lei, piccina di corporatura, baciava un congolese grande e grosso.
Ridemmo il doppio, le chiesi come sia potuto accadere.
Quando si ha confidenza è così.

Tempo fa non capivo l’asessualità, perché non mi piaceva il modo in cui le associazioni che se ne occupano rispondevano ai giornalisti. Parlavano di società ipersessualizzata e loro risposta a questo atteggiamento, e mi sembrava una reazione forzatamente alternativa che non ha nulla a che fare con l’identità reale, mi sembrava fossero influenzati esattamente come quelli che sottostanno all’ipersessualizzazione.
Poi ho capito che questo era solo l’atteggiamento di alcune persone, e ci sono persone che, per tutta la vita o periodi, rifiutano il sesso. E va bene così. E non l’avrei mai capito se non avessi posto delle domande.
A me personalmente sembra assurdo, come tante altre abitudini umane tipo mettere il parmigiano ovunque, ma lo accetto perché l’ho imparato. Poi mica devo avere rapporti sessuali con tutti, avremo altri tipi di relazione in cui questa cosa non entrerà mai.

A monte però non avrei mai rifiutato una persona, o insultata, o non le avrei mai detto nella faccia che è malata. Non lo comprendo appieno come non comprendo chi ama il dolore, ma finché non mi tocca personalmente lo accetto. È la differenza tra capire e comprendere.

Questo perché quando una persona mi dice una cosa io tendo a crederci. Mi viene in mente una scena di “The invention of lying“, un film troppo sottovalutato scritto, diretto e interpretato da Ricky Gervais.
Nel mondo in cui questo film è ambientato gli esseri umani non hanno mai imparato a mentire. Un uomo, un giorno, scopre di saper mentire e per dimostrare la cosa agli amici, al bar, dice di chiamarsi con un altro nome, e loro lo salutano con quel nome.
Non hanno motivo di non fidarsi perché non conoscono la menzogna.

Allo stesso modo se una persona mi si presenta, appare non stereotipatamente uomo ma mi dice un nome maschile, io mi fido. Ma mi fiderei anche se mi dicesse di essere finlandese con la pelle ebano. Mi fiderei perché a me che cazzo cambia?

Qualche tempo fa feci la conoscenza con un attivista che si definisce “uomo trans, non binario”. E io gli chiesi per quale motivo, dopo aver definito se stesso come uomo, aggiungesse che non è binario. Perché a me il fatto che non fosse binario non tangeva affatto, quindi non avevo fatto il passo successivo: capire che non ragionano tutti come me, e che per molte persone il passing di un/una trans è fondamentale.
A me bastava che mi avesse detto di essere un uomo. Nemmeno mi interessava come fosse nato. Oggi sei questa persona, ti conosco oggi. Ciao Doug.
Ma evidentemente molti altri sarebbero stati confusi dalla mancanza di alcune caratteristiche che fanno scattare nella mente il riconoscimento, quindi era necessario specificare.

Credo sia pazzesco. Cioè seriamente, una persona si dovrebbe impegnare per far capire agli altri di che genere è? E poi, cosa vi cambia? Io se voglio conoscere una persona ci parlo, mica mi basta incasellarla in una gabbia precostruita!

Poi venitemi a dire che il genere non è performativo!

P.S.

Ho scritto questo post qualche settimana fa, e in questi giorni ho vissuto da osservatrice l’esperienza in cui una persona FtM si è sentita dire, da una femminista peraltro, che lei lo riconosceva come donna, nonostante lui abbia detto di essere transgender. Ecco, io non riesco davvero a capire. E mi sono sentita ferita per lui.

Però devo imparare, perché non si può plasmare il cervello altrui imponendo la ricostruzione di schemi, soprattutto in alcune generazioni.

Credo sia una mancanza di rispetto, ma devo imparare a comunicarlo.

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Il cinema, il tribunale, cinque padri

La deposizione in tribunale è uno stratagemma utile nel cinema per far sì che il personaggio parli direttamente alla macchina da presa. Può così giustificare dei suoi comportamenti, difendersi, accusare, e usare un linguaggio del corpo che parli, consciamente o inconsciamente, direttamente al pubblico,  posizionato con la macchina da presa esattamente tra i banchi col pubblico fisico.

Dalla mia tesi magistrale ho estrapolato quattro scene ambientate in tribunale: in due di queste, provenienti da altrettanti film, i padri sono chiamati a difendere il loro diritto a esercitare la genitorialità; nelle altre due le figlie sono chiamate all’accusa, una del padre stesso e una di un innocente, plagiata dal padre.

KRAMER CONTRO KRAMER (1979)

Joanna, annullatasi per anni seguendo la carriera del marito, va via lasciando il figlio Billy con una lettera. Aveva sempre detto al marito Ted che avrebbe voluto ricominciare a lavorare e portare avanti la sua, di carriera, ma Ted non ha dato importanza alla cosa. Così Joanna esplode e va via.
Tornata dopo qualche tempo, con una carriera avviata, vorrebbe riprendere Billy con sè, e nonostante Ted se la stia cavando egregiamente (non aveva mai assolto ai suoi doveri genitoriali, la cura era totalmente nelle mani di Joanna, ma impara. Emblematiche sono le due scene della colazione) la madre sarebbe favorita dalla corte e il padre deve motivare la sua volontà di essere genitore e avere la custodia (Ted ha anche perso il suo lavoro per accudire il figlio, e accettato uno a minore gratificazione professionale).

La scena in cui Ted depone a suo favore è un piccolo trattato sul binarismo nella coppia. Lo trovate qui dal minuto 1:55 e questo è il testo centrale:

mia moglie non faceva che dirmi – perché una donna non può avere le stesse ambizioni di un uomo? [la guarda] Forse hai ragione, forse sono riuscito a capirlo. Ma per lo stesso principio io vorrei sapere: quale legge dice che una donna è un genitore migliore semplicemente in virtù del suo sesso? […] cos’è che fa un buon genitore? E qualcosa che ha a che fare con la costanza, con la pazienza, con l’ascoltarlo o col fingere di ascoltarlo […]? Io non so dov’è scritto il fatto che una donna ha l’esclusiva, il monopolio, e che un uomo difetta di certi sentimenti che ha una donna. […] Io non sono un genitore perfetto […] ma sono lì, […] abbiamo costruito una vita insieme, e ci vogliamo bene

Ted ha fatto gli stessi identici sacrifici che è portata a fare, ancora oggi, una madre lavoratrice. Suddividersi anzi moltiplicarsi, e sacrificare la carriera laddove essa portasse a sacrificare l’accudimento del figlio. Perde una posizione lavorativa acquisita negli anni con fatica, e questo comprometterebbe la possibilità di avere l’affidamento del figlio quindi accetta un lavoro altrove, imponendo di essere valutato durante i festeggiamenti per il Natale.

In tribunale vediamo Joanna affermare di guadagnare ormai molto più di quanto guadagni l’ex marito. Anche questo risulta una denuncia al sistema vigente, che costringe il caregiver alla perdita di benefici economici, quando invece ne avrebbe maggiore bisogno, dovendo sostenere uno o più minori

 MRS DOUBTFIRE (1993)

Anche Daniel si trova in tribunale a discutere la possibilità di avere la custodia condivisa con la moglie. Ma come sappiamo deve discutere anche qualcos’altro: la sua sanità mentale.
Si è travestito da anziana signora per poter stare vicino ai figli e ha così dimostrato di avere delle capacità di accudimento, ma questa farsa non è piaciuta alle autorità e in tribunale si difende così (qui il video in lingua originale):

In merito al mio comportamento, invoco l’infermità mentale. Perché da quando nacquero i miei figli, dall’istante in cui li ho guardati, io ero già pazzo di loro. Quando li ho presi in braccio ero già steso. Sono “prole dipendente”, signore, io li amo con tutto il mio cuore, e l’idea che mi si dica “non puoi vivere con loro, non puoi vederli ogni giorno”… sarebbe come dirmi “io ti tolgo l’aria” . Io non vivo senza l’aria, e non vivrei senza i miei figli. Io farei qualunque cosa, è un bisogno irrinunciabile, siamo una sola cosa, e loro sono tutto per me, hanno bisogno di me come io di loro. Perciò io la prego: non mi separi dai miei bambini.

Daniel è stato infantile e irresponsabile, ma per amore dei figli riesce a diventare la tata perfetta. Il tato. Un padre.

IL BUIO OLTRE LA SIEPE (1962)

In questo film troviamo uno dei padri più meravigliosi di sempre. Una storia ambientata nell’Alabama del 1932, quando il separatismo tra “bianchi” e “neri” era ancora molto forte e l’odio razziale era accentuato dalla crisi economica di cui si sentivano forti i contraccolpi.

Atticus Finch è un avvocato vedovo, padre di due figli. Atticus cresce i suoi figli con l’ausilio di una donna di servizio, che viene trattata come una di famiglia. Lui infatti crede molto ai diritti umani e alla giustizia.
La scena in tribunale stavolta chiama al banco un padre rozzo, razzista, ricattatore e violento. Non capiamo bene quanto violento e se approfitta anche sessualmente della figlia, ma lo intuiamo. Con lui la figlia con un evidente ritardo e incapacità di discernere la realtà, che viene costretta ad accusare un ragazzo innocente, di colore, di violenza sessuale e percosse.

La figlia di Bob ha infatti denunciato Tom Robinson (il negro). Dice di esser stata aggredita e stuprata da lui ma i segni sul corpo, prevalenti sulla parte destra del suo corpo, dimostrano l’impossibilità di un’aggressione subita da parte di Tom, che ha perso molti anni prima l’uso della mano sinistra. Bob invece è mancino, quindi più probabilmente è lui il vero aggressore, e su questo si basa la difesa di Atticus..

È soprattutto in tribunale che questi due padri si scontrano moralmente davanti ai nostri occhi: Atticus non giudica duramente e non attacca la figlia di Bob per l’accusa ignobile che sta rivolgendo a un innocente, cercando di coprire il padre ubriacone e violento. È sempre pacato e comprensivo, e lo spiega nell’arringa: quella di Mayella è solo il risultato di una profonda ignoranza, del suo profondo senso di colpa (per aver cercato di adescare un “negro”, azione giudicata al tempo non dignitosa) e della capacità che ha il padre nel circuirla, facendole fare ciò che lui vuole lei faccia.

La differenza di atteggiamento nei confronti dei figli è dimostrata dai gesti: Bob tira e mette a sedere la figlia, non la degna di uno sguardo, non ha tenerezza, solo sfida nei confronti di chi osi affrontarlo e contraddire la sua versione dei fatti. Quando Mayella grida in tribunale

e se voi signori, lustri e vestiti a festa non farete qualcosa contro quest’uomo allora siete un branco di vigliacchi […]

sembra quasi chiedere aiuto, come se sapessimo, noi spettatori insieme al pubblico tra i banchi, che non sta parlando di Tom (che non guarda in faccia, mentre lo indica come colpevole, anzi la faccia di lei è rivolta verso il padre, alla sua sinistra, il dito accusatore verso Tom, alla sua destra, costringendola ad una contorsione innaturale).

SHAMELESS (2011 – in corso)

In quest’ultimo esempio la figlia, Fiona, è in tribunale per richiedere di diventare tutore esclusivo dei fratelli, che ha accudito per anni, avendo due genitori incapaci: la madre, bipolare che non accenna a volersi curare, è andata via quando lei era adolescente e il più piccolo in fasce; il padre è ancora in casa con loro, ma rappresenta solo un peso. Nella sigla infatti lo troviamo svenuto in bagno, mentre il resto della famiglia cerca di attendere ai propri bisogni quotidiani.

Fiona ha un atteggiamento cinico nei confronti del padre per gran parte della serie,

Chip – Ti ha portata a sciare?
Fiona – No, io la neve so solo come spalarla dal viale, senza disturbare mio padre mentre ci dorme sopra!

(Ep 2x 12, Fiona interrotta)

fino a che non decide di eliminarlo dalla sua vita, definitivamente, e chiedere la custodia dei fratelli

Giudice – Signorina Gallagher, per quale motivo suo padre dovrebbe essere dichiarato incapace?

Fiona – Una volta vivevamo in macchina… lo zio Nick ci aveva cacciato. Non c’era nessun’altro che ci ospitasse. Lip, Ian ed io dormivamo di dietro quando Frank ha accostato… nel cuore della notte… vicino Halstead… mi ha detto di aspettarlo lì con i ragazzi, che tornava subito… avevo sei anni. Qualche ora dopo, siamo ancora seduti sul marciapiede e la fronte di Ian stava bruciando… piange, è isterico e io non so che cosa fare… così corro lungo la strada… Lip sotto un braccio, Ian sotto l’altro, cercando qualcuno che ci aiuti… era più facile trovare del crack piuttosto che un passaggio! All’ospedale arriviamo a piedi…ci dicono che Ian ha la febbre alta a 40…altre due ore e…chissà. Non ho trovato Frank per altri due giorni…la prima cosa che mi ha chiesto è quanti soldi avevo con me. Vorrei poter dire che è stata l’unica volta… ma era solo la prima. Mia madre è bipolare e mio padre è un alcolizzato e un drogato. Prende quello che vuole e non dà niente in cambio. Niente soldi e nemmeno aiuto. Ho fatto quello che potevo per crescere i miei fratelli…avrei voluto fare di più…non voglio la vostra pietà, neanche l’ammirazione…voglio soltanto poter dare a questi ragazzi quello che si meritano, perché sono dei bravi ragazzi e si meritano il meglio!

( Ep 3×07, Si torna a casa)

Fiona vuole figurare come responsabile dei fratelli davanti alla legge, così da non dover sottostare più al padre, ma il giudice non ritiene giusto che lei si sobbarchi le responsabilità legali dei fratelli. In una discussione col padre viene fuori la natura possessiva di Frank, lei gli rammenta che non gli è mai importato dei suoi figli e lui ripete che sono suoi,

non so che sarei se non fossi un padre, non sarei niente

Essere padre lo legittima come persona, sa di non aver combinato assolutamente nulla di buono nella vita, ma ha procreato sei figli e anche se le loro vittorie non vantano il suo supporto, sono qualcosa che lo definisce. Frank non ha la minima considerazione di cosa sia giusto, sbagliato, meritato o meno, lui ha solo diritti senza doveri, e se ottiene qualcosa è grazie ad un suo merito, anche se nessuno sa quale esso sia.

La violenza sulle donne, la retorica e i danni di una visione vittimistica

Quando si parla di violenza di genere di solito si intende violenza degli uomini sulle donne e ancora più spesso si intende esclusivamente violenza fisica degli uomini sulle donne.
Tutto questo a mio parere è troppo restrittivo nel grande ombrello semantico della violenza di genere. Perché se voglio andare ad analizzare il significato di questa espressione a me viene da pensare che la violenza di genere sia la violenza perpetrata verso qualcuno per motivi di genere, ovvero per reiterazione forzata di codici comportamentali appartenenti al genere. Quindi picchiare qualcuno perché quel qualcuno non rientra negli stereotipi di genere, o perché gli stereotipi a cui voglio aderire io mi costringono a usare violenza. E in quest’ultimo caso posso usare violenza, invece che discutere, perché “gli uomini sono aggressivi”, se sono uomo; oppure posso usare violenza psicologica perché “le donne sono astute e lagnose” se sono donna.

Cambiano i modi, non il fatto che io stia usando violenza.

Quindi già il concetto che la violenza di genere sia la violenza dell’uomo sulla donna (alcune persone che si occupano di Pari Opportunità addirittura vorrebbero che si parlasse dichiaratamente e solo di violenza degli uomini sulle donne e non più in generale di violenza di genere, visto che di solito per quest’ultima si intende la prima) elimina diverse questioni che invece hanno eccome a che fare con lo stereotipo di genere. Inoltre sottende una premessa falsa: che le donne siano sempre e comunque più deboli, quindi predisposte a subire violenza da un uomo, il quale è invece sempre più forte (a tal proposito mi passano questo articolo, molto interessante). Chiaramente questo assunto elimina dalla discussione anche ogni tipo di violenza psicologica, che invece è un fatto molto grave, e molto diffuso, da parte di uomini e donne.

Oltre a escludere una serie di eventi di violenza riconducibile all’imposizione del genere, ovvero i delitti a stampo omofobico e il bullismo nei confronti dei ragazzi considerati non sufficientemente mascolini, questo concetto esclude tutto l’impianto ideologico che porta una donna a essere vittima del proprio compagno. Tutto il percorso di violenza di genere che viene usata sulle donne e sugli uomini affinché essi si pieghino allo stereotipo del proprio genere di appartenenza.

UNA DONNA NON SUBISCE VIOLENZA PERCHÉ È DEBOLE MENTRE L’UOMO INVECE È FORTE, UNA DONNA SUBISCE LA VIOLENZA PERCHÉ NON È STATA EDUCATA A RICONOSCERLA PRIMA CHE ESPLODA

Una donna che subisce violenza dal proprio compagno, in maniera continuata, quindi da una persona che vede tutti i giorni, che conosce, non è in grado di riconoscere i segnali che sfoceranno, probabilmente, nella sua uccisione o aggressione fisica, perché è stata abituata fin dalla nascita a considerare normali alcuni atteggiamenti oppressivi e prevaricatori, ed è stata educata a questo da un padre e una madre. Quindi da una donna, anche, che ha dentro di sé, forte, nel sangue, il patriarcato, e che ha potuto influenzare la figlia fin nelle sue fibre primordiali.
E, in questo meccanismo, come facciamo a parlare di violenza dell’uomo sulla donna?

La madre che redarguisce la figlia per non essere sufficientemente silenziosa e remissiva, la madre che accetta di essere trattata come uno straccio dal marito, e giustifica la sua aggressività, e anzi parla di se stessa come  di una martire guerriera, forte abbastanza da poter sopportare le pene di essere donna, non sta reiterando un meccanismo che porta, facilmente, alla violenza di genere nel senso di violenza fisica? Anzi, più precisamente: non è questa imposizione del genere già una violenza di genere, che porterà probabilmente alla violenza di un uomo (educato a giustificare ogni suo atteggiamento aggressivo) su di una donna, ovvero questa figlia?

Ritenere che la violenza di genere sia solo la violenza degli uomini sulle donne esclude la possibilità che la vittima sia in realtà cresciuta da vittima, e che esista un impianto ideologico radicato che fa sì che quella vittima resti tale, si senta in colpa, perfino. Ritenere che la violenza di genere sia solo la violenza degli uomini sulle donne, quindi, in ultima istanza, non ci farà mai comprendere perché le donne non denuncino, o non lascino il mostro.
Se continueremo a portare avanti questa idea, che gli uomini sono forti e violenti e le donne deboli e remissive, e quindi gli uni aggrediscono le altre, non riusciremo mai a capire per quale motivo queste vittime non fanno ciò che le vittime dovrebbero, razionalmente, fare: cercare qualcuno che le difenda.

La persona che si tiene accanto il despota è convinta che il despota sia l’unica persona che potrà mai amarla. Perché crede di non meritare amore (“sono cattiva, nessuno mi amerà”, pensa la figlia/il figlio cui si è detto “se ti comporti male la mamma non ti vuole più bene”).
Poiché è stata picchiata da piccola o semplicemente educata a sentirsi sbagliata, o piegata a essere remissiva e muta, quella donna non riconoscerà mai il mostro che ha accanto.
Perché è talmente convinta che le donne debbano stare zitte che ogni volta che si sarà ribellata si sentirà, in fondo, in errore. E questo lo avrà imparato grazie all’esempio di una donna, molto probabilmente. Quindi possiamo mai parlare di violenza degli uomini sulle donne, quando questa è solo la punta di un iceberg fatto di educazione inconscia, subdola, fatta di esempi errati e parole malate?
E quest’ultimo paragrafo ha molto di autobiografico, ma corroborato dalle letture successive, che hanno confermato le mie teorie. Ci sono tante donne così, tra le vittime deo propri compagni. Stiamo molto attenti, perché quella violenza è finita con un uomo che uccide una donna, ma è iniziata con una donna che partorisce una donna (dove partorire è da intendersi in senso lato. Una persona diventa madre anche quando adotta, quindi partorisce un’idea di figlio).

Parlare di violenza degli uomini sulle donne scagiona le donne portatrici di patriarcato. E questo è grave. Perché ogni volta che gli uomini tornano incazzati da lavoro, si girano male coi figli e le mogli li giustificano, quelle donne stanno reiterando codici di genere che porteranno a un errata convinzione sugli uomini e sulle donne.
Siamo esseri umani e il lavoro spesso è pesante, ma le donne vengono giustificate allo stesso modo? Ammettendo sia giusto (io credo ci si debba sfogare fuori, e non coi figli) girarsi male senza chiedere scusa, viene mai fatto a generi invertiti?
Bisogna scavarsi dentro, estrapolare il patriarcato che ci portiamo tatuato nel cervello, prima di insegnare qualcosa agli altri o stilare addirittura delle leggi. Facciamolo questo lavoro dentro di noi.

L’imposizione degli stereotipi di genere è già di per sé una violenza, che sfoci o meno con il femminicidio. Emergenza di cui non nego affatto l’esistenza, anzi. Sto cercando di includere, in tutte le possibili motivazioni di questa emergenza, ogni tipo di costrutto culturale abbia portato fin qui. Anzi proprio perché c’è un’emergenza voglio capire come eliminarla.
Perché dire semplicemente violenza degli uomini sulle donne esclude tutto un impianto culturale, e premette la possibilità che gli uomini siano violenti per natura, e le donne deboli per natura, e quindi distrugge tutto il sapere di genere che nei decenni abbiamo costruito. Oltre come ho già detto a non far comprendere appieno il perché le donne, pur esistendo delle premesse, non lascino o denuncino il  mostro. Non aiuta a comprendere cosa porti a una tale dipendenza emotiva.

Dice Bourdieu:

La violenza simbolica si istituisce tramite l’adesione che il dominato non può non accordare al dominante

Cioè un dominato che non si sogna neppure lontanamente di potersi ribellare, e quando lo fa si sente talmente in colpa da accettare, in qualche modo, la punizione. Un esempio: quando le donne si descrivono e ammettono di essere molto forti e determinate spesso dicono di essere insopportabili, aggressive, e di avere al fianco degli uomini paragonabili a santi, che “le sopportano”.

E, d’altro canto, un dominatore forzato, che DEVE essere dominatore, quindi non si sogna neppure lontanamente di accettare il contrasto, e di dover argomentare la propria convinzione, o la propria volontà di essere accudito- servito – apprezzato eccetera.

Inutile, per chi sa come la penso, ribadire che per me il maschilismo nuoce anche agli uomini, e che con ciò non nego esista la necessità di valutare le motivazioni del femminicidio, per eliminarlo dalla radice. Anzi è proprio comprendendo tutto il portato culturale della violenza di genere che si può fare, perché la donna picchiata, o uccisa, o vessata, in quanto ha lasciato il compagno (quindi non rientra più nello stereotipo della donna – oggetto, della donna che deve accudire e comprendere sempre il proprio compagno) e il ragazzino picchiato, ucciso, vessato in quanto “amante dei glitter o del rosa” (senza necessariamente questo significhi disforia o orientamento omosessuale, solo un gusto lontano dallo stereotipo) sono due facce della stessa medaglia: la violenza di genere

 

 

 

Il Dottor Gender – o – F – o – M, che si crede DIO

Sono seriamente sconvolta.

Questo medico sorridente in foto pare abbia (qui l’articolo) da poco realizzato

un intervento destinato a fare storia, considerata la tenera età del paziente. Un bambino di appena 2 anni dichiarato alla nascita come appartenente al sesso femminile, è stato operato al Policlinico Universitario “P. Giaccone” di Palermo per un cambiamento di sesso. L’eccezionale intervento eseguito dal prof. Marcello Cimador, associato di Chirurgia pediatrica e responsabile dell’Urologia pediatrica, è stato reso possibile dopo che ulteriori accertamenti eseguiti presso la Neonatologia dello stesso Policlinico, avevano accertato un corredo cromosomico del tutto compatibile con l’appartenenza al sesso maschile. La famiglia ha avviato quindi la procedura per il cambio di sesso da femmina a maschio presso l’anagrafe del comune di nascita.

La mia domanda è solo una: PERCHÉ???
Che necessità c’era di intervenire così brutalmente su di un bambino così piccolo? Che fastidio vi dava?
Fino al 1880 circa non vi sareste nemmeno posti il problema dei cromosomi, nessuno sapeva cosa cazzo fossero! Quel bambino sarebbe stato una femmina, come lo era Kim Novak, la bellissima attrice famosa negli anni ’50, tipico esempio della Sindrome di Morris.

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Due anni è troppo poco per definire se quel bambino si sarebbe sviluppato come uomo o come donna, e se avrà in futuro una identità di genere più vicina al femminile o al maschile (da antibinarista credo siamo tutti fluidi, quindi non esiste nessuno totalmente maschile e totalmente femminile, ma questo è un altro discorso).

LA MUTILAZIONE NEI CONFRONTI DEI BAMBINI INTERSESSUATI DEVE FINIRE.

Cosa accadrebbe se il bambino si dovesse sviluppare in questo modo? Con forme prettamente femminili?

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Dovrebbe affrontare un altro doloroso intervento, come quello che ha rovinato i primi anni della sua infanzia, per tornare a ciò che davvero è.

«Sovente in passato in questi bambini venivano mantenuti i genitali femminili, a causa dell’alta complessità di eseguire una genitoplastica mascolinizzante – dichiara il prof. Marcello Cimador – . Era poco conosciuta infatti la cosiddetta “androgenizzazione cerebrale” ovvero l’esposizione del cervello del feto e del piccolo bambino agli ormoni androgeni che orientano sessualmente l’individuo verso la mascolinità, col risultato di avere dei soggetti che si sentivano maschi in tutto tranne per il fatto di avere dei genitali di femmina. Casi clinici così complessi possono essere curati solo nell’ambito di una intensa collaborazione multidisciplinare, come nel caso in questione, in cui neonatologi, genetisti, ginecologi e chirurghi pediatrici afferenti al Dipartimento Materno-Infantile del Policlinico di Palermo hanno dato il loro contributo al successo delle procedure».

Non ci viene detto, ma se il bambino dovesse essere insensibile agli androgeni, come probabilmente è, visto che ha i cromosomi XY ma si è sviluppato come femminuccia, non servirebbe nemmeno imbottirlo di ormoni dalla mattina alla sera. O sarebbe pericolosissimo!

È questa la famiglia naturale? Questo è accettabile? Normale? Normalizzato?

Ma andatevene affanculo che vi avrebbero dovuto tagliare le tube e lo scroto da piccoli.

Merde.

Il matrimonio altrui per te è un funerale. Pensa quanto stai male dentro.

Mi taggano in questo album su Facebook (ciao Dario, sono bloccata torno martedì) e non so davvero come reagire.

Sicuramente è capitato a molti di noi sentirsi tristi per il matrimonio altrui. Non so, magari sappiamo che uno dei due è infedele, che è violento/a o psicopatico/a o opportunista. Oppure semplicemente con uno dei due ci si voleva sposare noi.
Ma pensare che qualcuno possa inscenare questa manifestazione di assurdità per un matrimonio, solo perché tra persone dello stesso sesso, mi sembra superi ogni livello di intolleranza e di egocentrismo paranoico.

Pensate: questi individui oggi, domenica 25 Settembre (o ieri, cambia poco), invece di godersi il bel sole che ancora l’inizio di autunno ci offre, invece di andare al mare, in collina, in un museo, invece di stare a casa a giocare coi videogiochi, con gli amici a carte, ad un gioco di ruolo. Invece di imparare una lingua, o a suonare uno strumento. Invece di fare una maratona di film di Fantozzi… una grigliata… un corso di cucina francese…
HANNO ORGANIZZATO IL FUNERALE PER UNA COPPIA GAY CHE SI SPOSAVA.
Cioè questi due uomini hanno sancito la loro unione, hanno festeggiato con parenti e amici, hanno acquistato bei vestiti, fiori, cibo, dolci, pagato qualcuno perché mettesse o suonasse della buona musica. Hanno ballato, hanno sorriso, si sono baciati. Forse qualcuno ha trombato in bagno o nel guardaroba. Hanno bevuto. Tanto. Sono tornati a casa felici del passo appena compiuto insieme e magari adesso sono in viaggio per le Maldive.

E i tipi di Forza Nuova hanno pensato bene di rispondere a tutta questa felicità con un funerale improvvisato. Vi rendete conto del paradosso? Della tristezza?

 

cattura

 

Glielo fanno anche notare. Ma loro imperterriti ci vanno di “specchio riflesso”, quel gioco idiota che si faceva da bambini, per cui ogni offesa secondo noi poteva tornare indietro così, con un gesto della mano.

COSA CI SAREBBE, DITEMI, NELLA VITA DI QUEGLI UOMINI, DA ESSERE DEFINITA DI MERDA? Li conoscete?
Sono felici, si sono appena sposati. Lo hanno voluto, adesso saranno sulle spiagge di Zanzibar a bere frullati e farsi massaggiare. Dove la vedete la merda in questo? In due persone innamorate che hanno deciso di legarsi giuridicamente?

Ma non è finita, tra le condivisioni leggo questo commento:

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Lasciamo stare l’Italiano (virgole assenti e “fà”, o forse “fa’ “, non so cosa volesse dire, non ci sta l’imperativo in quellla frase), chissà come mai chi parla di “terra, patria, tradizioni, nazione”, poi di solito scrive di merda; ma LA TERRA E LE SUE TRADIZIONI, dopo aver sentito due ore di storia Romana dell’omosessualità ieri, scoppio a ridere.
Nell’antica Roma, in TUTTI i secoli in cui Roma è stata Impero, l’omosessualità era una cosa perfettamente normale. Non mi sto a dilungare ma a parte comportamenti che oggi giudichiamo (per fortuna) biechi come l’abitudine di “usare” bambini, figli di schiavi (dobbiamo però ricordare che gli schiavi per loro non erano persone), per il resto l’attività omosessuale era nella norma, con l’unica regola di non poter essere attivo verso la persona superiore in grado sociale. Se agito gerarchicamente l’atto omosessuale andava benissimo, e veniva anzi incoraggiato in battaglia (se ti fossi affezionato al tuo compagno lo avresti difeso più strenuamente).

L’unico atteggiamento visto male era l’assunzione di un’identità ambigua, femminile. Quella non andava bene. Ma scopare allegramente tra uomini era lecito.

Quindi mi domando di che tradizione si stia parlando. Forse dell’Italia nel senso dell’Italia unita? Sono solo 155 anni, poche generazioni. È di questa tradizione che parli? Non capisco.

Ah ecco, è stato oggi. Bellissima giornata, ancora tiepidina. Ma non avere qualcuno con cui passarla, e non amare la lettura di un buon libro, o il cinema, evidentemente crea mostri.

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“La fine della civiltà”. L’amore fa finire la civiltà. Bella questa.

“delle nostre tradizioni” e qui dovrebbero spiegarmi in quale punto della storia mettiamo la bandierina delle tradizioni, perché cambiano. Duecento anni fa era normale pisciare per strada, anzi era cafone voler salutare qualcuno evidentemente ritirato al bordo della strada per farlo. Era normale mangiare con le mani, eccetera.

“della famiglia naturale” e anche qui molti antropologi sarebbero contrari. Il matrimonio è un dispositivo sociale, gli animali non si sposano e nemmeno gli esseri umani si sposavano prima della nascita del capitale (discorso lungo, permettetemi la semplificazione). Il matrimonio è un concetto legato al patrimonio, ed è cambiato molto nei millenni.

“unico cardine della nostra società” beh no. I cardini della nostra società sono le leggi, semmai. Le regole.

” e ai diritti dei bambini a crescere con una mamma e un papà” e qui si apre un varco grande svariati testi di pedagogia, psicologia infantile, sociologia eccetera. Inutile porre quesiti su questo, vanno in loop e finiscono con il parlare di riproduzione, invece che di formazione del bambino. Proprio la stessa cosa.

Insomma, cosa dire. Che tristezza di vita che svolgete. Mi dispiace quasi per voi.

Siete la dimostrazione del fatto che bisogna allungare il periodo della scuola dell’obbligo, intensificare le valutazioni, rafforzare i programmi. E valutare anche i genitori, perché queste cose le imparate a casa.
Stiamo crescendo generazioni di analfabeti, e la colpa è di tutti noi.

Sono un ribelle, mamma!

La citazione nel titolo è solo per veri intenditori. Scherzo. Ma se non sapete a cosa mi riferisco cercate su Google.

Una frase di profondità estrema oggi ha scosso l’internet, e precisamente Twitter:

Cattura

Ho inserito anche il mio commento solo perché mi scocciava di tagliarlo, volevo far notare invece la risposta di Don Dino Pirri. Che si è preso un sacco di parole ma ha sempre risposto a tono e con una gentilezza immensa.

Io generalmente non do spazio sul mio blog a questo individuo, che ritengo irrilevante politicamente e intellettualmente, ma questa frase può riassumere interi trattati di psicoterapia e insomma di tutti quegli studi sull’adolescenza, finita e infinita, che aiutano i medici ad aiutare la gente come lui, che non supera mai l’Edipo interiore per diventare umano. Ma di cosa sto parlando?

Non sono psicologa, ma sto approfondendo ultimamente le teorie freudiane e lacaniane per la mia tesi, sul Padre simbolico. In sintesi l’Edipo lo conosciamo un po’ tutti, è quella fase in cui, per essere buttati nella realtà, dobbiamo scollarci dalle sottane di mammà e subire il processo di castrazione (poi c’è tutto un ragionamento su ciò che questo significa per gli uomini e per le donne) che ci porterà a sottostare, invece che alla legge del godimento (uh quant’è bello mangiare cacare ed essere lavati, curati, nutriti) alla legge della parola (che faccio? Dove vado? Donde vengo? Chi sono? Chi voglio essere? Come faccio a vivere nella società nel modo migliore?). Questo in soldoni.

Per fare ciò abbiamo bisogno di almeno un genitore che ci dica “allora, le regole sono queste e solo queste” e noi dobbiamo contestarle, contrattando un nostro modo di essere al mondo.
Chiaramente non sono solo i genitori a darci le regole, bensì crescendo lo farà tutta la società, in primis la scuola, poi il gruppo sportivo eccetera. Quindi diventeremo da ribelli tout court (“non mi sta bene nulla, vi odio tutti e la vita fa schifo”, normale a 14 – 16 anni) a ribelli razionali oppure persone pacate e tranquille. Alcuni si lasceranno scivolare la vita addosso ma questa è un’altra storia.

Quindi il processo di ribellione tout court, irrazionale, è sano e giustissimo. Avviene in modi diversi da persona a persona (non te lo dovrei insegnare io, Marione, che siamo tutti diversi, eh?) e va benissimo così. Poi però cresciamo e dobbiamo cercare di capire a cosa poterci/doverci ribellare. Perché il mondo fa schifo sì ma non è che tutto tutto fa schifo a prescindere. Quindi la crescita sana prevede che smettiamo di essere ribelli come unica prospettiva, e iniziamo a ragionare su cosa possiamo accettare e cosa no.

Avere un cervello che ragiona ci dovrebbe permettere di non opporci a tutto così, per partito preso, ma ragionarci sopra. Perché si rischia, come dice una commentatrice, di essere poi facilmente manovrabili, perché basta dirci di fare qualcosa e faremo l’esatto opposto.

L’anticonformista è un conformista, perché ha una regola unica: non conformarsi, MAI. Che è molto diverso da “non conformarsi sempre e comunque”, perché è “non conformarsi, sempre e comunque”. Eh! Le virgole! (si capisce anche coi doppi punti: “Non conformarsi: sempre e comunque”. I miei lettori capiranno la sottile differenza interpretativa.

Quindi.
“avrei voluto essere ribelle in una società bigotta” beh, il ribelle allora è Don Dino, perché se la società cattolica è (ma non è) quella bigotta, lui è il ribelle. Non tu.

“ma in una società di troie e rottinculo l’unica ribellione possibile è essere bigotti”

Sorvolo sul “troie e rottinculo”, che non mi sembra tipico di una persona sana di mente. Insomma credere di poter insultare la gente per la condotta sessuale io l’ho sempre trovato da gente malata in testa. Perché a me, ad esempio, pensare che esistano i coprofili fa un po’ schifo, ma non mi sognerei comunque di insultarli per la loro parafilìa. Non darei del coprofilo a qualcuno, o del “frequentatore di orge” o altro. Perché alla fine dei conti non mi interessa! Sto bene con me stessa e non mi interessa di farmi gli affari di “letto” di qualcuno. Posso dire che a pensarci mi dà un po’ di disgusto, ma alla fine, Marione, sai qual è la soluzione? NON PENSARCI!
Io ho i cavoli miei a cui pensare, e non sono come te, che rifletti tutto il giorno sul fatto che esistano persone che fanno sesso diversamente da te. Si chiama AVERE UNA VITA.

Sulla ribellione cosa dire: mi dispiace tanto per te. Hai dei problemi e qualcuno che ti vuole bene dovrebbe aiutarti. Invece ti pagano per andare in televisione, in radio… USANDOTI per fare audience e nemmeno te ne accorgi, perché hai bisogno di attenzioni, di essere bollato come “controcorrente” in un mondo che va verso la differenziazione totale, il post -umanesimo, la inclusione e la liquidità culturale… sei come quel vegano pieno di odio e la Brigliadori. Un disagiato che il mercato usa per i suoi scopi.

Sei il caso umano, come tanti ne abbiamo visti in televisione da Enrico Papi e Maurizio Costanzo. E non lo sai, perché hai ancora quella parte adolescente che necessita attenzioni. Non importa il motivo, devi stare al centro dell’attenzione. (e diciamocelo, hai anche capito come fare soldi senza lavorare e/o studiare)

Sei il ragazzo che “figa spacchiamo tutto” e si vanta di esser stato intervistato in televisione, non importa se per contenuti importanti o essere deriso. Sei il compagno di classe che grida “cacca cacca cacca!” e non capisce quando si rida con lui o di lui.

E te lo devo dire: non ti odio. Mi fai una gran pena perché questa sicurezza, questa rilassatezza di saper vivere con tutti, di non odiare nessuno per partito preso, che io ho e tu non hai, ti mancherà un giorno.

Quando bestemmierai contro il catetere, e ti lamenterai che nessuno è più venuto a trovarti da quando sei in ospizio… lì ti tornerà indietro tutto l’odio che hai seminato.

E se esiste un dio avrà pena di te.

 

P.S.

A me i ribelli per definizione unica e scopo di vita fanno pensare unicamente a lui. Se non conoscete il film procuratevelo, è divertentissimo.

La Madre è un concetto antropologico

E SBAM!!! Migliaia di analfabete funzionali (perché sì, se non comprendete un concetto simbolico lo siete, se prendete alla lettera tutto senza comprendere l’astrazione lo siete) a sbraitare che loro non sono mica concetti antropologici!

Ma certo, che non lo siete. Voi siete persone che sono madri, la Madre è un concetto antropologico (ma anche pittorico, semantico, poetico…) ma questo non fa di voi un concetto antropologico. Voi siete persone. Persone appartenenti ad una categoria. Quella categoria è un concetto antropologico.

Che vuol dire?

Vuol dire che dalla nascita della parola questa si è riempita di significati, e questi significati erano differenti di secolo in secolo. Nello specifico sono molto cambiati intorno al XVII secolo. E voi non c’eravate nel XVII secolo, quindi tranquille, non si parla di voi. Quando si parla del concetto antropologico di Madre si parla di ciò che questo significa culturalmente, dell’idea che la data società ne ha e ognuno ne ha di sé, non si parla di te, Concetta, te Maddalena, te Sharon. Si parla di come, antropologicamente, il significato e il ruolo della Madre è cambiato.

Vi faccio un esempio che a me servì molto.

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questa è una casa.

Giusto? È una casa. Niente da eccepire.

Eppure CHI al mondo ha mai avuto una casa esattamente uguale a questa? Nel mondo reale, intendo.
Ecco, questo è il concetto simbolico. Questo disegno è una casa ma non è una casa, è un concetto simbolico di casa.

MagrittePipe

Ha provato a spiegarcelo anche Magritte. Questa è una pipa? No, è la raffigurazione di una pipa.
Così sono i concetti simbolici, o antropologici, o poetici, letterari eccetera. Sono le rappresentazioni, in base al settore di studi / tipo di analisi/modo di raccontare, di una categoria di persone, o di cose.
E le persone non sono categorie, fanno parte di categorie.
Quella categoria sarà rappresentata, dove necessario, da una figura retorica in poesia, da un simbolo o una lettera su di un certificato, da un disegnino di una donna con la pancia, da dei cromosomi in campo biologico – genetico, dall’immagine di qualcuno che vi grida di non sudare, e poi vi infila la mano nella maglietta per vedere se la schiena è bagnata. Questo è una madre? Certamente sì. E lo è a prescindere da una serie di considerazioni che sono differenti da una persona all’altra (che vi abbia partoriti o meno, genere o sesso di appartenenza).

La persona che fa determinate cose per un figlio/una figlia è una madre. Siamo d’accordo?

Ora arriviamo alla madre/il padre simbolica/o e i suoi cambiamenti.

Nel diciassettesimo secolo (in occidente, parliamo della nostra cultura, ovviamente) è successa una cosa favolosa (ha iniziato ad accadere): la gente non moriva più a frotte. Grazie all’aumento dell’igiene, della stabilità economico – politica generale, delle scoperte scientifiche la gente iniziava a campare di più. Questo ha portato a un certo cambiamento nella concezione di se stessi e dei rapporti interpersonali. Perché HEY, FORSE TIZIO NON MORIRÁ TIPO… DOMANI, forse mi ci posso affezionare!
E così accadde soprattutto per i rapporti familiari (fino alla rivoluzione industriale la famiglia era il luogo in cui si lavorava, soprattutto. Per tutti tranne per gli aristocratici, che della famiglia se ne fregavano altamente, tranne nelle questioni di eredità e rappresentanza), perché le donne morivano un po’ meno di parto (quindi iniziavano a considerare la gravidanza una cosa ancora non proprio piacevole, ma almeno non tragica e veicolante alla morte), non era necessario sempre e continuamente risposarsi per avere una donna in casa o per avere un uomo che ci mantenesse… ci si iniziava a rilassare, riflettendo sui sentimenti, eccetera.
A ciò uniamo la Rivoluzione francese, che insegnò agli esseri umani che non bisognava per forza nascere aristocratici per campare bene, che si poteva anche passare di classe, e anche addirittura sposare qualcuno che ci piaceva (piano, con calma) e poi, col tempo… addirittura… INNAMORARSI.

Che, le persone non si innamoravano prima del Romanticismo? Ma sicuramente qualcuno si innamorava, infatti i tradimenti erano una cosa normale. Però possibilmente solo gli uomini e non necessariamente della moglie. Sto esagerando? No, sto semplificando.

L’amore come lo conosciamo noi (scambievole, consensuale, che migliora l’esistenza se è sano) è una questione recente, e lo è l’amore dei genitori verso i figli. Non che prima non esistesse affatto l’attaccamento. Ma era differente.
La famiglia e l’amore non erano necessariamente due cose interdipendenti. Che non vuol dire NON LO ERANO MAI, no, vuol dire che in genere non lo erano. Capisco che molti fanno fatica col concetto di pluralità vs omogeneità. Provateci. IN GENERALE.
In generale i neonati passavano molte ore da soli nella culla totalmente fasciati. Il significato di FIGLIO era continuità della stirpe, possibilità di avere braccia lavoratrici (per il padre, per i figli maschi); che palle un’altra femmina va beh qualcosa ce ne faremo, al massimo la mandiamo in convento (per il padre, figlie femmine); oppure che bello sono capace di procreare – sono una donna vera – non mi cacceranno di casa con accuse di stregoneria e similari, ho fatto un maschio, bene; cavoli ho fatto una figlia, va beh, visto che sono capace di farne e quindi sono una donna vera posso impegnarmi di più e fare un maschio.
Nessuno era mai tenero con i bambini? Probabile. Ma non era la norma. Inoltre venivano di solito allattati dalla balia, per motivi differenti tra ricchi e poveri.
Quindi ciao ciao il rapporto, il contatto, il legame indissolubile di cui tanto si millanta.
Ora.
MADRE è una parola molto antica, proviene dal Sanscrito “ma”(formare, preparare) che poi diventò “matr” (che produsse anche le versioni di altre lingue come inglese e tedesco) e in latino “mater” (colei che ordina, prepara). Il termine produsse anche le parole, e concetti strettamente legati, di matrix, matrice. Colei che crea.

E questo è stato per molti secoli, tanto da dover coniare, per la donna che il padre sposava alla morte della madre, il nomignolo di MATRIGNA. La madre cattiva narrata nelle favole, che non era colei che ti aveva sgravata, quindi era nammerda per forza.
Era così? Ne dubitiamo tutti, direi. Lo sappiamo che la matrigna è un simbolo, un personaggio delle favole, vero? Lo sappiamo che il motivo per cui viene screditata è la conservazione dell’unica importanza che le donne hanno avuto mai, quella di essere matrici, vero?

Eppure adottare, scambiarsi i bambini appena nati, rubarli, farli sviluppare del corpo della serva, abbandonarli in convento è stata la normalità per millenni. Ci sconvolgiamo del terribile fato di Edipo, ma non del fatto che sia stato abbandonato per una profezia. Eppure ricordiamo Giocasta e molto meno Peribea. E Pollicino?

E qui arriviamo al racconto, alla mitologia e alla letteratura.
Le madri della mitologia, come i padri, erano fortemente simbolici, e gli antichi greci lo sapevano. Raccontare di disgrazie dovute alla mancanza di ragione e ordine (di cui era simbolo la donna, priva di anima) serviva a insegnare alla gente la temperanza, l’ordine sociale. Anche Romeo e Giulietta servivano a insegnare l’ordine sociale. Non è importante se siano davvero esistiti. Sono simboli.

Ma ad un certo punto si inizia a raccontare delle vere passioni umane, delle paure, dei sentimenti. E da questo tipo di narrativa proveniamo noi.
Ma abbiamo dimenticato che l’essere umano non è sempre stato uguale, che la morte ha avuto tanti significati pur significando sempre “si smette di vivere”, e che ancora adesso ha dei significati diversi da persona a persona. Alcuni si dispereranno alcuni diranno “meno male”.
E così, è la bellezza della varietà umana.

E questa varietà non si può raccontare nello specifico. Sono tante storie, da cui possiamo trarre delle morali. Prima lo facevamo dal mito, dagli archetipi. Oggi lo facciamo dall’esempio di persone realmente esistite, o molto vicine alla realtà.
Il motivo per cui fino alla nascita della commedia romantica, del romanzo, del dramma borghese, ognuno raccontava più o meno la stessa storia con alcune variazioni, e poi sono nate tante storie, tutte completamente differenti, è che abbiamo iniziato a parlare di noi, della vita quotidiana. Che si è fatta più varia grazie al benessere e alla cultura, e che è diversa per ognuno.

Il realismo, il verismo, tutte le correnti che ci hanno raccontato la vita delle persone, sono nate dopo che quelle persone sono diventate importanti. Dopo l’umanesimo e poi l’illuminismo. Dopo, con calma. Cambiando modi di vivere e pensare. Cambiandoci.

Siamo rimasti esseri umani, col cuore, i polmoni. Ma siamo diventati più alti, più forti, più capaci di costruire il nostro mondo, più comunicativi, più veloci, più empatici, più affettuosi, più paranoici. Di più.

E QUESTO è un concetto antropologico. Non tu.

 

(questo scritto è un riassunto romanzato, che non si ritiene completo o esaustivo. Vuole solo essere uno spunto di riflessione. In seguito alcune fonti che potranno aiutarvi con l’approfondimento, se vorrete)

 

FONTI

https://www.amazon.it/Sociologia-della-famiglia-Chiara-Saraceno/dp/8815245847/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&qid=1467332850&sr=8-1&keywords=Sociologia+della+famiglia&linkCode=ll1&tag=kera08-21&linkId=c454b57516cd1f25526b62cb8200c3de

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http://www.etimoitaliano.it/2014/01/madre.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Peribea

 

La “Donna con un’opinione” e il sessismo di Youtube.

(2 Settembre 2015, dal vecchio blog)

Poco fa leggevo i commenti su Wired ad un articolo riguardante Anita Sarkeesian, una blogger che parla del maschilismo nei videogiochi. Per quanto probabilmente criticabile su molti aspetti (ma io di videogiochi non ne so nulla) le sue analisi dal punto di vista filologico-narrativo-sociale mi sono sempre sembrate pertinenti.

Ma a prescindere da ciò.

I commenti erano la solita sagra della salsiccia incacchiata: ma che vuole questa isterica, ha bisogno di cazzo, le femministe vedono patriarcato ovunque, bla bla bla.


Così io ho condiviso un video molto simpatico trovato ultimamente: When a woman has an opinion, beccandomi le solite stronzate “beh? Perché è una donna non si può criticare altrimenti siamo maschilisti?”


No, siete cretini perché non capite che il concetto è “criticare argomentando” vs “criticare con epiteti sessisti” Ma va beh.

E quindi ho riflettuto su tutte le volte che una donna viene trattata da pazza, o in qualche maniera denigrata come isterica, solo per aver espresso un’opinione. E sulle diversità di trattamento.

Mettiamo Youtube. (Non farò nomi perché queste cose fanno più comodo a chi grazie alle polemiche ci campa)


Esclusa una sola ed unica youtuber donna rispettata nonostante sia facile ad insultare ed incazzarsi, il resto degli urlatori del tubo sono maschi.

Ci sono urlatori satirici, urlatori che recensiscono film brutti, urlatori che portano avanti polemiche sterili parlandosi addosso. Ne conosco solo uno che fa polemica sterile a bassa voce.


Hanno fatto successo appicciando flame sotto i video altrui, attaccando gente non sapendo nulla di qualunque argomento solo per essere presenti ovunque, dirigendo ribellioni di dubbia efficacia ma tanto populiste, irritando chiunque pur di generare traffico.


Gente che grida e spesso non dice nulla, ma nessuno dice loro che hanno una voce fastidiosa, se la prendono per niente, dovrebbero calmarsi e cose di questo tipo.


Ma se lo fa una donna! Oooohhh!!!

Le donne devono avere opinioni pacate e possibilmente non parlare di sessismo (o sei la sosia della Boldrini), di patriarcato (antiiiiicaaaa), o mai sia di FALLOCENTRISMO. Eeeehhh! Addirittura.

Ma quanto siete pesanti, ma vedete il marcio dappertutto, ma che vi manca il cazzo (questa va bene sempre).

Se si truccano non va bene, se non si truccano son troppo cesse, se si mettono una canotta perché si schiatta dal caldo sono delle troie in calore.

Insomma sempre tutto verte sulle ovaie e argomenti correlati. Difficilmente si troverà una critica argomentata, all’opinione di una donna. Non ti dicono “hai torto perché te lo spiego io”, ti dicono “hai torto perché te la prendi troppo, vedi maschilismo dove non c’è, ti incazzi per nulla”. Tutto sul personale, nulla sull’opinione in sè.


Le donne vanno giudicate denigrandole “sei incazzata per nulla” quando non è nemmeno incazzata; o dando loro delle visionarie che “vedono patriarcato ovunque”. O delle isteriche, se parlano di qualunque altra cosa.


Mai, mai ho visto contestare un uomo in questo modo. Certo c’è chi denigra usando nomignoli sulla presunta provenienza politica, ma mai nulla che abbia a che fare con la passionalità esagerata.

Una donna non è mai passionale, è isterica. Non è appassionata, è fissata.

Non critica parole che usano la libertà sessuale delle donne come offesa. 

Odia gli uomini.


Saperlo prima che li odiavo mi sarei risparmiata un sacco di casini.

Crossdresser o travestito? Lost in translation.

(16 Marzo 2015, dal vecchio blog)

Quando ho preparato la mia tesi non ci ho fatto caso, ho dovuto farci caso successivamente.

Parlo del concetto di “Crossdressing” e “Travestitismo” spesso usati come sinonimi, o addirittura uno la traduzione dell’altro.

Chiariamo:

Il Crossdressing è il vestirsi con abiti generalmente identificati con l’altro sesso, tutto ciò al fine di “passare”, ovvero essere identificati, riconosciuti come appartenenti all’altro sesso. Questo può accadere nella vita o nell’ambito di una performance. Non dice nulla sull’orientamento né è sempre associato ad una disforia di genere.

Il Travestitismo è invece un feticismo, che consiste nel provare piacere nell’indossare gli abiti generalmente identificati con l’altro sesso, senza per questo ritenere di dover essere identificati con quest’ultimo. Generalmente, essendo un atto appartenente alla sfera del sesso, il travestitismo si attua nel privato.

Così spiega Meredith Garber, in soldoni, nel suo libro “Interessi truccati“*, proseguendo con la spiegazione di tutte le sfumature di genere manifesto (nel senso che noi VEDIAMO che il genere non è binarista ma la sfumatura è riconoscibile).

Ma il concetto di travestitismo è molto più complesso in realtà per quanto riguarda la lingua italiana e la storia dello spettacolo in Italia. . Diciamo che in generale è “l’abitudine a vestire i panni dell’altro sesso”, per parafrasare la spiegazione di Wikipedia, piuttosto chiara e con le modifiche storiche del termine, ma appunto nel tempo e con l’avvento della psicanalisi e la catalogazione dei feticismi il significato si è modificato.

Il travestitismo come abitudine a vestire i panni dell’altro sesso esiste da millenni, sia nel teatro antico (in cui le donne non recitavano, al massimo facevano le comparse mute) poi in avanti con l’utilizzo di attori di un dato sesso nei panni di personaggi dell’ altro sesso (spesso Peter pan, ma ad esempio il ruolo di “suocera scorbutica” veniva spesso vestito da un uomo, perché il baritono dava più consistenza al personaggio burbero) sia nella società, ma certo di personaggi come le vergini giurate dell’Albania la nostra società (che sta vivendo una fase di rigenderizzazione forzata) preferisce dimenticarsi. Ora sarebbe lungo da spiegare, ma fino circa al 1600 alla società non importava nulla di ciò che avevi in mezzo alle gambe, interessava solo il ruolo che intendevi ricoprire nella società e lo potevi fare “vestendo i panni” che quel ruolo richiedeva.

La necessità di interessarsi del fatto che i tuoi abiti coincidessero col tuo sesso biologico e con i tuoi cromosomi è relativamente recente.

Dicevo.

Il concetto di travestitismo fino alla catalogazione dei feticismi era vago e comprensivo di ogni tipo di “scambio di vestiti”, poi, precisamente Hirschfeld, alla fine del 1800, notò che lo “scambio di vestiti” poteva essere sia sintomo di disforia di genere ( e quindi portare alla volontà di appartenere all’altro sesso completamente) sia un semplice desiderio sessuale.

Allora come facciamo a non confonderci???

Come possiamo distinguere il Crossdresser (nel senso di persona che si traveste DA altro sesso) dal Travestito (nel senso di feticista)? Se non altro per non offendere la gente.

Nei testi specifici ho notato che, nelle traduzioni come nei testi scritti da italiani, gli studiosi tendono a mantenere il termine Crossdresser con tutte le sue declinazioni. Esiste infatti anche il Crossplay, incrocio tra Cosplay e Crossdressing, ovvero il Cosplayer veste i panni di un personaggio del sesso opposto al suo di appartenenza. Anche la Garber viene tradotta infatti con “travestito” per il termine inglese “transvestite” e viene lasciato “crossdresser” così com’è.

Come si dipana tutto ciò?

Ho scoperto da testi di psicologia che la differenza viene invece definita. Allora perché non la usano tutti?

La differenza sta nella precisazione clinica praticamente, poiché il nuovo concetto è “Feticismo di travestimento“. Quindi “Travestito” è la traduzione di “Crossdresser” e “Feticista di travestimento” è la persona che si eccita nel vestire i panni dell’altro sesso. “Transvestite”, in inglese? NO. Pare sia lo stesso anche per l’inglese, dove gli specialisti del settore hanno ritenuto necessario specificare che si tratta di “Transvestic fetishism“, come dice questa enciclopedia dei disordini mentali nel link da me riportato che io spero non essere un testo autorevole. Vista la foto.

Abbiamo quindi perso la generalizzazione del Sweet transvestite per qualcosa di più preciso?

Bah, lo spero, nel senso che spero la gente, soprattutto i comunicatori, possano documentarsi un pochino prima di scrivere imprecisioni sull’identità del prossimo.

Il concetto per quanto mi riguarda è che dovremmo completamente abbattere le etichette, ma la strada è lunga e le parole hanno un significato e una storia che le rende potenti, quindi aggiornarsi per bene prima di rischiare di chiamare qualcuno con un altro nome sarebbe auspicabile (mi è capitato un sedicente autore teatrale che, parlando di Princesa, la protagonista della canzone di De André, le desse del travestito, confondendo completamente il senso della canzone in questo caso. Ma la gente parla sempre di cose che non sa)

Oppure chiamatela semplicemente PERSONA.

Note:

– i link con asterisco sono affiliati

– sarei contenta mi correggeste nelle imprecisioni con fonti più accreditate delle mie. C’è sempre da imparare

“GENDER GAsP!” Monologo.

(28 Gennaio 2015, dal vecchio blog, in merito al Laboratotio “Lavoratrici”)

Testo:

Pare che il paese più vivibile per le donne sia l’Islanda.

Seguita da Finlandia Norvegia e Svezia, in cima ai paesi con minore Gender gap al mondo.

Il gender gap è la differenza di genere, calcolata in base a differenza di salario tra uomini e donne che ricoprono lo stesso ruolo, presenza nelle amministrazioni, scolarizzazione e aspettative di vita.

Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia…vi fa venire in mente nulla???

FA FREDDO.

È risaputo che le donne hanno sempre freddo, anche se non so spiegarvi perché quindi suona un po’ come un luogo comune, quindi diciamo che sono freddolosa io e generalizzo per non sentirmi una povera sfigata

Insomma i posti in cui vivrei meglio perché avrei maggiori possibilità di essere pagata quanto un uomo al mio stesso livello, entrare nelle amministrazioni pubbliche e specializzarmi sono gli stessi in cui creperei dal freddo lamentandomi ogni mezz’ora.

Certo avrei uno stipendio col quale pagare la bolletta del riscaldamento e ristoranti in cui rintanarmi a scaldarmi i piedini congelati

Dice va beh non saremo messe poi così male in Itlia.Naaah!su 136 paesi siamo 129 esim per quanto riguarda il divario salariale, 32 esimiperò, da quando il dibattito sulle opinabili quote rosa è iniziato, per quanto riguarda la presenza politica. Senza aggiungere commenti che tanto per quanto riguarda le raccomandazioni lo sappiamo bene, là il gender gap non c’è mai.

Il dato che mi ha incuriosito è stato quello sulle aspettative di vita, mi sono domandata a perché aggiungerla? Non vengono curati sia uomini che donne in tutto il mondo?

E no.

Eh ma dice va beh in Italia però sì, in Italia mica c’è differenza, le donne non vengono discriminate dal punto di vista della cura…na sola parola: Pillola del giorno dopo.

E comunque siamo 72esime, questo è un altro argomento

Parlavamo del lavoro.

Una donna ha meno possibilità di un uomo di raggiungere un posto amminisrativo, sia perché non avendo molti esempi in cui rispecchiarsi la cosa non riesce a rientrare nei suoi obiettivi (“che vuoi fare da grande bella bimba? Il PRODUCT manager. MAI SENTITA STA COSA. )

Ed anche e soprattutto per la visione negativa della donna al comando.

Bossy, virago, si comporta come un uomo.

Tromba poco, chissà chi si è scopata per arrivare dov’è..eccetera

Anche restando nel ristretto campo delle conoscenze infantili, neppure nei pochi casi in cui il direttore della scuola sia invece una direttrice le cose cambiano. Le bambine ti dicono al massimo di voler fare le insegnanti,non certo la direttrice.

(e in questo immaginario collettivo non aiutano le Villains di film e cartoni, mi viene in mente innanzitutto la signorina Rottermaier. Ma in generale ersonaggi ultra stereotipati: non sposata, secca, con la faccia arcigna. STREGHE, appunto. Donne di poteree quindi cattive. Ultima e non ultima Elsa, regina del regnodi ghiaccio, emarginata per il suo potere, considerata mostro fino a che non si ricongiunge con la sorella, femminilità differente che l’accetta)

Certo poi andarglielo a dire a ste ragazzine, dopo aver mostrato loro il ventaglio di possibiltà “vedi che c’è pure l’astroSamantha? Vedi che si può anche essere direttrici del Cern, redattrici importanti non necessariamente di riviste di moda…”

Solo che poi dovrei trovare il coraggio, stretta nel mio pile, di confessare loro la necessità di trasferirsi in Islanda.