Chi è l’affittuario dell’utero?

Chi parla di “utero in affitto” ci chiarisce perfettamente la considerazione che ha della donna nel cui corpo quell’utero è inserito: non ci interessa cosa pensa quel cervello a 60 centimetri circa dall’utero, a noi interessa l’utero. L’utero non è tuo, è della comunità perché fa i figli.

E i figli li devi fare per forza se no sei egoista (come se non esistessero le madri diventate tali per egoismo, desiderio di eternarsi, avere un’altra vita da dirigere per ricominciare da capo, o anche solo per mettere a tacere la società) e tanto se vuoi abortire avrai mille ostacoli perché IL TUO UTERO NON È COLLEGATO AL TUO CERVELLO.

Qualunque idea si abbia a riguardo, anche se voleste considerare TUTTE le donne come vittime e NESSUNA autodeterminata, tutte sfruttate e nessuna libera, sarebbe rispettoso utilizzare il termine “Gravidanza Per Altri”, o GPA. Anzi proprio per evidenziare quanto ci teniate a queste donne e quanto le vogliate difendere.
Tutte.
Non solo la parte di esse che vi interessa.

Perché dicendo “Utero in affitto” mettete in chiaro cosa vi interessa davvero. Le parole sono la forma dei pensieri.

A mio avviso anche “maternità surrogata” non è una bella espressione, perché affianca la maternità, l’essere madre, genitore, alla gravidanza e questo è sbagliato. Partorire non rende madre automaticamente, rende puerpera.
Diciamo che è un po’più rispettoso rispetto a “Utero in affitto”, perché per lo meno definisce un soggetto che non è una parte del corpo ma un qualcosa che fai fare a qualcun’altro, la maternità tramite qualcun’altro. Ma la maternità è tante altre cose che possono tranquillamente esistere senza gravidanza e viceversa possono non esistere dopo la gravidanza.

Ma chi ritiene di dover difendere tutte le donne, anche loro malgrado, dovrebbe utilizzare almeno l’espressione “maternità surrogata”. Così, per dare una parvenza di umanità a quello che predica. Per mettere nel soggetto un’esperienza vissuta da una persona, non un pezzo di persona.

 

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Le 10 cose che non dovreste mai scrivere a un/a cretino/a

Come già abbondantemente detto io sono antibinarista, ovvero credo che le differenze tra uomini e donne, al di fuori di quelle strettamente biologiche, siano inventate culturalmente e debbano perdere di rilevanza. Specifico che ciò non significa “siamo tutti uguali”, al contrario. Significa che siamo tutti diversi singolarmente, e non divisi in due gruppi che TRA LORO sono diversi.
Ok?

Detto ciò ogni tanto mi piace farmi del male, e quindi mi metto a leggere un articolo che già dal titolo promette malissimoContinua a leggere…

Orgogliosamente arrapate

Mi passano questo “articolo” o, per dirla alla Michela Murgia, un articoloide, titolato così:

Cinquanta sfumature di rosa, le ragazze pugliesi pazze per il film

che già fa tanto intellettualoide col naso all’insù, che si scandalizza dei fenomeni adolescenziali e ancor di più dei fenomeni popolari. Ooooh! Ragazze che impazziscono per un film d’amore col belloccio! Mai accaduto al mondo! Continua a leggere…

Hairspray live. Rinnovare un eterno amore.

Ho appena finito di sciropparmi tre ore di live su Facebook dello spettacolo andato in onda ieri, il musical Hairspray , sulla NBC (qui lo show integrale senza interventi), e a parte i noiosi e futili interventi organizzati per i social vorrei solo dire OMMIODDIO LA MERAVIGLIA!

Allora.
Io ho amato moltissimo l’originale, un film musicale [nota 1] di John Waters con Divine, Debby Harry, Sonny Bono, Ruth Brown, e tra gli altri lo stesso Waters ( e Josh Charles come comparsa, che non importa a nessuno ma è una delle mie celebrity crush storiche). La storia è un inno all’integrazione e al valore delle differenze, e va beh io amerei Waters anche dirigesse il filmino della comunione di sua nipote. Che a pensarci bene non sarebbe poi così fuori contesto.

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[il cameo di Waters nel suo film, uno strano psichiatra]

Nel 2002 debuttò a Broadway il musical, con le musiche di Marc Shaiman, parole di Scott Wittman e libretto di Mark O’Donnell e Thomas Meehan, che è rimasto in scena fino al 2009 vincendo otto Tony Awards. Uno di questi è stato vinto da Harvey Fierstein, per il ruolo di Edna, la madre della protagonista, che nel film originale fu di Divine.

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[Harvey Fierstein – Edna Turnblad]

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[Divine – Edna Turnblad]

Nel 2007 fu rilasciato il film che credo ognuno di voi conosca, in cui gli ingombranti panni di Edna vengono vestiti da John Travolta,

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Nikky Blonsky nei panni di Tracy, Michelle Pfeiffer el ruolo di Velma, che fu di Debbie Harry nel film originale, Christopher Walken nel ruolo del padre di Tracy, un allora famosissimo Zac Efron e una favolosa Queen Latifah.
Le musiche furono riadattate ai tempi cinematografici e il film, comprese coreografie e costumi, si è unito all’originale nel mio personale Pantheon. Nel brano iniziale, Good morning Baltimore, John Waters offre un meraviglioso cameo, ricordando uno dei protagonisti di Pink Flamingos: l’esibizionista.

cattura
John Travolta riesce a ballare nonostante i cento chili di protesi per simulare pancia e fianchi, Cristopher Walken è adorabile come sempre e Michelle Pfeiffer terribilmente antipatica (il suo personaggio è l’antagonista, quindi va bene).

Ieri è quindi  andata in onda, live, la versione NBC con Harvey Fierstein nel suo ruolo storico di Edna, Ariana Grande nei panni della migliore amica di Tracy, Penny, Martin Short come padre di Tracy, Sean Hayes nel ruolo minore di Mr. Pinky, Jennifer Hudson a sostituire la parte che fu di Queen Latifah: Motormouth Maybelle. La protagonista è stata Maddie Baillio, al suo primo ruolo ufficiale (che ha svolto nel migliore dei modi).

Gli appassionati di messa in scena e regia teatrale adoreranno il primo video linkato, quello andato in onda live su Facebook, in cui si vedono movimenti di macchina e spostamenti di attori e ballerini (su dei caddy tipo quelli da golf, un’organizzazione allucinante).

Insomma.
Ariana Grande è bravissima come sempre, idem per Jennifer Hudson, ma ho trovato la prima più adatta al suo personaggio rispetto alla seconda. Capiamoci, sono due cantanti favolose e forse Hudson è tre spanne sopra Grande. Ma non è diva quando Queen Latifah e Ruth Brown. Maybelle è una combattente, se ne frega, è big, blonde and beautiful. Jennifer Hudson che canta Big, blonde and beautiful, per quanto meglio, vocalmente, di Queen Latifah, non rende. Non è nemmeno big, è piccina piccina.
Fierstein lo vedo purtroppo per la prima volta nei panni di Edna, che veste da 14 anni (non potendomi permettere di vedere uno spettacolo a Broadway), e ne sono rimasta folgorata. Ho già ho amato la sua voce graffiata nel film Amici, complici, amanti [nota 2], ma nella parte di Edna è fantastico e più realistico di quanto lo fosse stato Travolta, probabilmente più fedele all’interpretazione di Divine. I costumi sono favolosi anche se avevo apprezzato maggiormente il cambiamento stilistico che avviene nel film del 2007, in cui Tracy passa da abiti di inizio anni ’60 ad abiti fine anni’60. In questa versione 2016 solo Penny, il personaggio interpretato da Ariana Grande, indossa la minigonna e gli stivali di vernice. Maybelle/Jennifer Hudson indossa invece una fantastica tuta del tipico stile da cantante disco/funky anni 60/70. Stupenda. Peccato dovesse travestirsi da guardia perché ci avrei messo le piume.

Da quel poco che ho potuto vedere come raffronto la versione odierna è fedele al musical portato per tanti anni sulle scene, sia come costumi che come coreografie, di cui potete vedere qui il pezzo finale, You can’t stop the beat, interpretato dalla protagonista originale del musical, Marissa Jaret Winokur [nota 3]. La sceneggiatura è stata riadattata da Fierstein.

Credo che la magia di Hairspray, quella leggerezza che ti mette addosso pur affrontando dei temi importanti, sia meravigliosa. E in qualunque versione, ma vada visto. E sicuramente questa entrerà nel Rito Hairspray per quando mi sento giù.

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L’omaggio a Divine durante la coreografia del brano di apertura.

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La Tracy odierna, Maddie Baillio, al centro durante Welcome to the sxties con alla nostra sinistra Ricki Lake, la Tracy del 1988, e alla nostra destra Marissa Jaret Winokur

NOTE

1 – il film musicale è un film in cui c’è molta musica, si balla si canta ma i personaggi sanno in ogni momento che stanno ballando e cantando. La differenza col musical è che nel musical, come nell’opera, il canto e il ballo fanno parte dell’espressione, ma il personaggio non sempre agisce come se stesse cantando (anzi nell’opera raramente un momento musicale nello spettacolo è contemporaneo ad un momento musicale nella storia). È come se mentre noi li vediamo cantare e ballare in realtà loro stessero agendo normalmente.
Ad esempio ogni tanto possono dire “hey guarda come ballo” o “e adesso ballo/canto”, come appunto in Hairspray, ma a volte stanno camminando e nel frattempo cantano, e non sanno di star cantando.
Un film musicale è ad esempio Dirty Dancing, dove il ballo è protagonista, ma gli attori ballano quando i personaggi ballano, per un motivo (l’esibizione, la gara, l’esercitazione). Nel musical non c’è necessariamente un motivo nella trama che spinge a ballare/cantare.

2 – adattamento cinematografico di una trilogia di spettacoli teatrali scritta da lui, la Torch song trilogy

3 – la quale pure ha vinto un Tony ed era presente alla rappresentazione di ieri in un cameo, nell’immagine qui sopra.

Ricotta e fette biscottate. I tempi de La balena.

Ci sono cibi che ti riportano indietro nel tempo. Non ho detto una cosa originale. E così mentre aspetto che siano pronti gli gnocchi mangio una fetta biscottata con la ricotta, e torno indietro a quando non si aveva un euro per l’autobus e a lavoro ci andavo (e da lì tornavo) a piedi, pur avendo la macchina. Bologna. Freddo anche se parliamo di Marzo – Aprile.
Facevo il part – time universitario al Museo di Zoologia, dove c’era la sede della facoltà di Scienze Naturali, Fisiche e Matematiche. Non erano ancora apparsi i Dipartimenti, c’erano le Facoltà. Quel Museo veniva chiamato anche La balena, per lo scheletro di balena conservato all’ultimo piano. Dove io non sono mai arrivata, a causa della mia fobia. Che poi “fobia” è il nome elegante di quello che ho davvero: cacazza. La fobia è una cosa seria, che ti immobilizza. Io sono solo una cacasotto.
Il mio tutor era un personaggio allucinante, un genetista, “cattocomunista” dicevano i colleghi con tenerezza, con 6 figli e un sacco di tatuaggi, a tema col suo percorso di ricerca. Aveva scoperto nonsocosa sulle razze.

Non le razze nel senso di razze di animali, le razze nel senso di pesci. Quelli piatti tipo mante, “razze” con la Z di zucchero.

L’impiegata che mi apriva la porta guardandomi dal videocitofono mi soprannominò Josephine perché assomiglio a Josephine Baker, a suo avviso. Forse ci assomigliavo allora, forse lei era una donna molto gentile.
L’altra, la signora importante che spinse per farmi avere i soldi presto, mi disse poi che avrei dovuto chiamarla appena mi fossi laureata, che mi avrebbe segnalata per lavorare lì. Voleva che lavorassi lì, non si sarebbe lasciata sfuggire una gran lavoratrice come me, disse. Mi mancavano pochi esami, e mi sarebbero mancati per altri 7 anni, perché le cose precipitarono e ho sopravvalutato la mia possibilità di recupero nei confronti della malattia che sapevo già di avere.
Però allora, senza soldi in tasca e con un problema di salute che ho sempre sottovalutato, coltivavo la speranza di lavorare in quel posto bellissimo che mi faceva tanta paura (gli animali marini mi spaventano, lì era pieno e sembravano ancora vivi), con quella gente che mi stimava e mi lasciava a rispondere al telefono. Una volta chiamò un canadese che parlava con quello strano inglese francofono.
Mi disse che lo stipendio base sarebbe stato di 1200 euro, e puoi continuare a cantare, bello no? E poi c’erano i buoni per la mensa, si mangia bene alla mensa, qualche volta quando sono a Bologna ci vado. Loro ordinavano da lì io invece uscivo dall’ufficio e mangiavo ricotta e fette biscottate in mezzo a quelle opere di tassidermia, cercando di esorcizzare il terrore.

C’era un vaso con dentro una mamma pipistrello, con al pancia aperta e tutti i feti di pipistrello di fuori. Quello faceva parecchio impressione, ma la cosa che mi spaventava maggiormente era Paco, lo avevo soprannominato così per reazione, il pesce luna attaccato alla parete, dopo la prima rampa di scale che portava al mio ufficio. Per quasi un mese ho fatto tutto il giro prendendo l’altra, quella con la tartaruga caretta caretta che pure faceva impressione, ma almeno non le vedevi la faccia da vicino.
Mi sgamarono che facevo tutto il giro, e devo aver avuto una faccia davvero spaventata perché non mi presero in giro quando dissi che il pesce luna mi terrorizzava. L’avevo visto dal vivo alle Maldive, è stato un brutto momento. Durante quel battesimo del mare vidi anche un pesce unicorno, pericolosissimo, ti può sventrare con quel corno. Ma il pesce luna con quel faccione per me era un incubo. Mi ricorda la paura che mi facevano i pesci con la faccia umana, visti ne Il senso della vita e nella citazione di Fantozzi.
Il pesce luna ha la faccia umana, e ringrazio di non aver mai beccato un pesce Napoleone, che è ancora più umano.

This isn’t an argument, this is a contraddiction!!!

Ho 37 anni e svariate esperienze alle spalle. Di vario genere.
Ho iniziato a leggere a 3 anni e mezzo circa, e sono sempre stata quella noiosa e pesante che parlava di questioni più grandi di lei.
Mi piace confrontarmi, imparare, e conoscere ogni sfaccettatura della verità, che è grande e variegata, e in alcuni casi alcune sfaccettature sono di pari importanza e probabilità di riuscita.
Ho un solido impianto teorico che continuo a nutrire, nell’ambito letterario, drammaturgico, musicale, ma anche politico e inerente gli studi di genere. Perdo poco tempo a vedere serie tv e nessuno a giocare ai videogiochini idioti sul telefono. Sempre zero a vedere trasmissioni televisive. Non ho il televisore. Tutto il mio tempo viene impiegato a conoscere.
Leggo le notizie tutti i giorni, approfondisco, sono stata una debunker e continuo a interessarmi di convalida delle notizie.

Allora vorrei capire, davvero, col cuore in mano, per quale motivo e con quale prosopopea si entri nelle discussioni che accendo col fare arrogante di chi vuole imporre necessariamente la propria visione delle cose. Soprattutto dopo aver visto che, spesso, quando ci si rivolge in maniera intelligente, io prendo atto dell’idea altrui (sulla quale ho già riflettuto, evidentemente, se l’ho rifiutata, o rifletterò) asserendo di rispettarla pur senza accoglierla. Ci sono effettivamente delle questioni talmente complesse da non avere una sola soluzione, anche se io a seguito dei miei ragionamenti ho deciso di abbracciarne solo  una, che ritengo più valida, ma senza necessariamente denigrare le altre. Ovviamente.

Mi domando poi che senso abbia. Se abbiamo constatato che io conosco il tuo impianto ideologico ma tu non sei interessato/a ad approfondire il mio, e io cerco di chiudere il discorso prendendo atto delle divergenze e delle loro incompatibilità, perché proseguire?

Io temo che esista al mondo moltissima gente con troppo tempo libero. Perché nel momento in cui un dialogo non serve a nessuno non ha alcun senso proseguirlo. Per carità, io già non sopporto le chiacchiere di circostanza, figuriamoci abbassare il livello di una conversazione che avrebbe potuto essere edificante e diventa invece solo un susseguirsi di tentativi di scendere in basso per poi essere bannati. E poi Paola è cattiva, Paola dice “parliamone” ma poi ti banna.
Perché l’autocritica è cosa faticosa.

Accade coi femminismi, laddove è troppo difficile cerebralmente capire che ne esistono di vari e non si può continuare col femministometro a valutare, termometro in culo, quale sia vero e quale sia falso.

Accade col referendum. E lì mi domando come sia possibile non sentirsi offesi, alla dichiarazione (già stupida, se ci pensate) di voto, quando qualcuno risponde commentando il voto contrario.
MA CREDETE DI AVERCI RAGIONATO PIU’ DI LUI/LEI?
Se tutto va bene nessuno dei due ci ha ragionato davvero, perché se il post iniziale era uno slogan, e non una riflessione complessa, evidentemente non si tratta di qualcuno che vuole capire e discutere, ma solo di una dichiarazione di appartenenza. E va benissimo.
Ma non vedo la necessità di commentare con un altro slogan. È un’idiozia. Me li immagino come se parlassero di continuo uno in faccia all’altro, ripetendo “invece sì” “invece no” e qui ci sta bene un pezzo dei Monty Phyton, da cui proviene il titolo di questo post.

Ed è esattamente ciò che molti insistono col non voler capire: per discutere bisogna argomentare, e possibilmente non aggiungendo altri concetti, in stile ELEFOIBE. Continuare a contraddire senza costruire un ragionamento è da idioti, abbassa il vostro livello intellettivo e snerva chi cerca di rispondervi.

Anche se, a ben pensarci, forse lo snervamento altrui è il vostro unico e solo scopo.

 

 

 

 

Sex work. Siamo tutte un po’ prostitute.

Da un po’ di giorni si parla spesso di prostituzione e tratta (per me sono due cose diverse, come “contadino” e “schiavo del caporalato”), soprattutto lo fanno persone che non hanno avuto a che fare se non con la seconda delle realtà, che sia per documentazione personale o attivismo. Mancano i racconti di chi è dall’altra parte, e quando ci sono vengono considerati fasulli .

Bene.

Ci sono quindi diverse realtà, c’è il sex work (così vogliono che si dica le operatrici e gli operatori, così dico), e c’è la tratta, che è un fenomeno orribile e che coinvolge un cospicuo numero di donne che vengono imbrogliate e poi letteralmente rapite. Lo sappiamo e ci sono tanti libri e dossier che ne parlano. Una cosa terrificante.

All’interno del sew work ci sono gli operatori e le operatrici del porno, con tutti i suoi derivati vari ed eventuali, e poi ci sono le donne che liberamente si prostituiscono, perché abbastanza belle e furbe da poterselo permettere. Guadagnano molto e accettano pochi clienti alla settimana. Un buon racconto ci proviene dalla famosa Belle de jour, Brooke Magnanti, da cui il famoso blog, poi un libro e successivamente una serie tv. Anche questa storia la conosciamo bene. Sono poche, ben nascoste perché lapidate moralmente e non godono dei diritti che meriterebbero.

Ma c’è una storia che non sento/leggo mai raccontare, ed è quella delle donne che lavorano nei night (in realtà ci sarebbe anche quello delle studentesse con lo sugar daddy, ma non conosco quel mondo). Io nei night ci ho lavorato per anni, prima come cantante poi come cameriera, ed  è un mondo che conosco. Quindi vi racconto un po’ di cose.

Ci sono night che funzionano come macellerie, certo, e clienti cafoni che ti chiedono quanto prende quella, e quella, e quella… guarda, dicevo, se non ti sprechi nemmeno a offrire una bevuta dubito tu ti possa permettere di portar fuori “quella”. La bevuta era un tempo variabile, di 15 minuti, 20, 30, in compagnia con la entreneuse. Per portare fuori la entreneuse, a mangiar qualcosa, ballare, scopare, si paga il corrispettivo delle bevute (o consumazioni) che si sarebbero pagate nel locale.
Il cameriere (più spesso uomo che donna, per motivi che spiegherò) deve essere velocissimo allo scadere del tempo a chiedere al cliente se vuole continuare a offrire da bere alla ragazza, quindi portare il drink e continuare a far andare avanti il tempo. Ma cosa accade il quel tempo, ve lo siete chiesto?
Accade la maniera di prostituirsi cui non pensate mai.
Le ragazze più brave hanno 5 – 6 clienti con i quali recitano la stessa farsa: sono povera, ho tot parenti da mantenere in Georgia, Romania, Estonia, Cuba eccetera, devo pagare questo e quello. Fanno le innamorate, i fessi pagano. Alcune ci escono anche il pomeriggio, dove fosse possibile (alcuni locali sono intransigenti con uscite diurne, perché non pagate al locale, ovviamente), e si fanno comprare scarpe, giacche, vestiti… telefoni… si fanno pagare l’affitto e le bollette…
Tutto questo moltiplicato per 5 – 6.
Chiaramente molti di loro non sapevano, non volevano sapere, di non essere i soli. Quindi la ragazza dava appuntamento al locale ad ognuno di loro in orari diversi. A tenere lontani i vari fessi ci pensavo io. Una volta non ho fatto in tempo ad acchiappare il tipo e ho assistito alla scenata di gelosia più stupida mai vista.

Direte: e perché accettano il loro continuare a lavorare al locale, se sono gelosi? Beh è chiaro, la maggior parte di loro è sposato. Cosa ci fanno con una ragazza tirata fuori dal locale?
Certo alcune hanno trovato uomini che, davvero impazziti per loro, le hanno aiutate, offrendo loro un lavoro. Ma poche accettano. Questa farsa fa guadagnare molti soldi in pochi anni, e facendo “la fidanzata”, nemmeno solo per quella cosa che considerate così terribile, il sesso, bensì per uscire, viaggiare, mangiare in ristoranti di lusso.
Ovviamente le ragazze sono libere di scegliere il pollo.

Ma cosa pensano questi uomini? Sono tutti così terribili come dice l’Huffington post? Certo, quelli che vanno con le donne che si trovano per le strade, senza ombra di dubbio tutte schiave, sono molto probabilmente così, se non altro perché non è possibile avere dubbi sul fatto che quelle donne siano schiave. Ma la prostituzione ha tanti volti, e uno lo abbiamo coltivato noi stesse. Sì proprio noi. Femministe con la vagina rinforzata, col cervello snello, col culo quadrato dallo studio.
Gli uomini che fanno “i regalini” alle donne del night hanno mogli che li perdonano per le scappatelle al brillìo di un girocollo, al fruscio di una pelliccia. Mogli che potrebbero lavorare ma non lo fanno, nemmeno quando i figli sono cresciuti, semplicemente perché non ne hanno voglia e stanno bene a chiedere i soldi al marito. Sono uomini che hanno conosciuto le principesse dalla portiera aperta, e gli stereotipi sulle donne che vogliono scarpe, solo scarpe, tante scarpe, e mai pagate da loro.
Se ci parli ti dicono che, ad uscire con una donna conosciuta fuori da lì, devi comunque offrire la cena, i fiori, i regali, un fine settimana fuori. Mantenerle, se le sposi. E quindi perché non farlo con loro, che sono così dolci e premurose (attrici fenomenali)? Hanno bisogno, e in fondo potrebbero scappare quando vogliono. Ed è vero. Potrebbero. Ma si sono fatte due conti ed è meglio farsi dieci anni così che trenta negli alberghi a pulire i cessi e sorridere a sporcaccioni che li lasciano sporchi di merda, e non si lavano i piedi prima di coricarsi, riempiendo il letto di sabbia.

E parlo per vita vissuta, in quest’ultimo esempio. Io stessa ho preferito fare la cameriera nei night per 50 euro a notte, trattata meglio di come venissi trattata nei pub per 35. E vi posso assicurare che nei night il culo non me lo ha mai toccato nessuno, nei pub sì.
Vi starete chiedendo per quale motivo non mi sia prostituita anche io, se è così bello. Tranquilli, me lo hanno già chiesto. Innanzitutto non dico sia bello. Dico che molte donne (e molti uomini. Nelle discoteche ne ho conosciuti diversi, e pagati dalle donne) decidono di fare questo perché una persona, non so voi, ma generalmente una persona deve guadagnarsi la pagnotta. E qualcuno decide di fare questo.
Io sono una pippa a recitare. E non sono mai stata tanto bella da poter chiedere 500 euro a botta come Belle de jour e commari/compari.
Onestamente, non ne avrei proprio il fegato, perché a prostituirsi in questa maniera ce ne vuole uno grosso così. Ti raccontano delle mogli che non gliela danno più, del capo, dei figli, sei la spalla che non hanno altrove. No non li sto giustificando, sto cercando di spiegare che siamo tutti vittime della cultura patriarcale, e non possiamo generalizzare condannando qualcuno solo perché fa qualcosa che noi non faremmo.

Quegli uomini trovavano una scappatoia? Ma certo.
Sapevano, in fondo, tranne quelli proprio impediti, di star pagando tutto quell’affetto, e anche quel sesso? Ma certo.
Però erano convinti di dover comunque pagare le donne, perché nella loro testa le donne vogliono che si paghi per loro. E guardate che quando me lo dicevano, quando lo dicevano a me femminista dura e pura, che però consideravo “galanteria” il farmi pagare il conto, versare il vino e tutte le stronzate, mi sentivo bruciare dentro.
Perché avevano ragione.

È tutta una cultura fatta in questo modo, e non la possiamo cambiare colpevolizzando tutti i clienti delle sex workers, senza fare distinzioni, dobbiamo cambiarla dentro di noi. E non la cambieremo finché non facciamo una profonda analisi in tutti gli atteggiamenti che non ci rendiamo conto essere, in fondo, prostituzione, quando crediamo siano galanteria. Finchè condanneremo la prima sognando la seconda. Non la cambieremo colpevolizzando chi come me dice che ci si deve guadagnare la pagnotta e qualcuno decide di guadagnarla facendo pompini. Non la cambieremo se continuiamo a fare differenze tra chi lavora con le braccia alzando massi e chi lavora con le braccia infilandole nell’ano di un cliente.

Non la cambieremo credendo sia diverso dover sorridere a un maleducato facendo i cocktail e dover sorridere a un arrapato facendo lap dance.

Tutti vendiamo parti del nostro corpo per campare, e se non vi siete mai trovate nella condizione di farci un pensierino, perché non siete mai state totalmente nella merda, non posso far altro che invidiarvi. Ma non giocate a sentirvi migliori e nemmeno a sentirvi paladine/i di chi non ve l’ha chiesto.
Perché quelle donne, credetemi, a quelle come noi ridono in faccia.
Che abbiamo voluto l’emancipazione e stiamo qui a rimboccarci le maniche. Poi ci sentiamo principesse se il tipo ci apre la portiera della macchina. Illuse. Incoerenti.

Qui un buon dossier, se voleste saperne di più.

Qui un altro articolo interessante

 

 

 

 

 

Né dritta in piedi né piegata

Ero una ragazza incomprensibile, difficile, ingovernabile. Alcuni dicono ancora “aggressiva”, quelli che vogliono prevaricarmi, generalmente. Ero sincera fino al midollo, e attenta, riflessiva.
Una grandissima “testa di ghianda”. Dura, durissima. Pensate che pretendevo mi si spiegasse per quale motivo avrei dovuto fare determinate cose come stare seduta composta, non alzare mai la voce nemmeno quando mi stavo divertendo, non sporcarmi, non sudare. Non contraddire.
Ero uguale a come sono oggi, ma credevo di essere sbagliata. Continua a leggere…

L’episodio 7×04 di Shameless è un trattato sui generi sessuali. NO SPOILER.

Ian conosce un ragazzo FtM, che sta concludendo la transizione, e resta un attimo sconvolto. Pur essendo omosessuale (ci si aspetta erroneamente che gli appartenenti di categorie discriminate siano automaticamente aperti e includenti) Ian è cresciuto in un quartiere popolare, e forse non ha aperto la sua mente quanto crede. Ma è intelligente e curioso quindi chiede scusa e viene presentato ad un gruppo LGBTQIA, i cui membri si presentano per nome, genere ed etnia di appartenenza, PRONOME COL QUALE VOGLIONO ESSERE APPELLATI. Cosa che trovo fantastica.

Al che pone un quesito. “Posso fare delle domande?”, cui viene risposto “meglio che supporre di conoscere già la risposta”

E questo è assolutamente un riassunto chiarissimo, delicato e rispettoso delle differenze e di come ci si dovrebbe approcciare alle PERSONE. Cercando di conoscerle, non utilizzando i nostri pregiudizi.

Dopo Bojack Horseman, prima serie in cui viene inserito un personaggio asessuale, Shameless parla sempre più chiaramente e INSEGNA più di quanto nelle scuole ci viene permesso di fare.

Black Mirror 3×03 – Riflessioni. (contiene SPOILER)

Le piece teatrali e i film e i libri che amo maggiormente sono quelli che lasciano spazio alla riflessione, e questa puntata ne fa parte totalmente.

In particolare è magnifico (e sleale) il modo in cui ci fa affezionare al protagonista (mi pare Kevin, ma non posso rivederlo perché ho dimenticato di caricare la carta da cui pago l’abbonamento Netflix e non posso rivederlo ora), inducendoci a pensare spesso durante l’episodio che potrebbe anche lasciar perdere e arrendersi, che in fondo non è un gran male mostrarsi mentre ci si masturba, che non gli rovinerebbe la vita un video simile, al massimo sarebbe deriso per un periodo ma non ha mica commesso un delitto! Giuro che anche dopo la telefonata della madre ho pensato a lungo che “loro” potrebbero aver montato il video con foto di bambini quando invece lui stava guardando immagini pornografiche, diciamo pure, lecite.

Il fatto che sia, indubbiamente, un ragazzo problematico, che sia così indifeso e “vittima” mi ha lasciata stranita. Probabilmente con un dubbio nei confronti della correttezza della punizione, insita nel sentimento veicolato dall’episodio. Forse si potrebbe curare, recuperare. Forse tutti quei tic, quello strano modo di approcciarsi al mondo ( o di non affrontarlo per nulla), quella difficoltà nelle relazioni umane, sono segnali di un disturbo mentale che può almeno concedergli la grazia, o il tentativo di curarlo?

Mentre odiamo immediatamente l’uomo con cui deve ingaggiare una lotta all’ultimo sangue, perché sappiamo subito cos’ha fatto, probabilmente non riusciamo ad essere altrettanto vendicativi con il ragazzo. Perché l’economia del film ci ha fatti entrare nelle sue paure e le abbiamo vissute prima di sapere in cosa consistesse la colpa.

C’è di tutto in questo episodio. C’è il senso di colpa e la sua comprensione (sappiamo di aver fatto qualcosa di sbagliato solo nel  momento in cui ci potrebbero scoprire tutti?), c’è la paura di internet (ma questa c’è in ogni puntata) e della tecnologia, c’è la nostra concezione del delitto e del castigo (meritano la stessa sorte un fedifrago e un pedofilo e una razzista?), c’è la nostra concezione del sesso come colpa (non vogliamo che sia scoperto, anche quando non sappiamo delle immagini pedofile. Poi però magari pensiamo che sarebbe sempre meglio che commettere una rapina o morire in un corpo a corpo).
C’è una serie di confronti tra azioni negative, in cui mi sono sentita portata a soppesare il male minore. Rischiare di essere sparato durante la rapina, morire ucciso a mani nude, o essere condiviso tra gli amici mentre ci si sta masturbando? Si prova certo una gran vergogna, ma fino a che non si viene a conoscenza del vero reato i paragoni sono possibili. Ti viene da chiamare il ragazzo, e dirglielo.

Addirittura ho pensato per molte ore che forse hanno effettuato un montaggio. La macchina da presa era la web cam, come sarebbe possibile dimostrare che le immagini guardate siano davvero quelle? Sarà certamente un campo e contro campo con immagini aggiunte, non c’è altra spiegazione.

E invece in quel momento comprendiamo per quale motivo il ragazzo era così determinato.

Allucinante.